Allerta Onu: accelera il declino della vita sulla Terra

La situazione non è mai stata così grave: la natura soffre di un declino "senza precedenti" ed è colpa dell'uomo. Sotto accusa i cambiamenti climatici ma ancor più l'utilizzo che stiamo facendo di terra e mare, piante e animali

A rischio estinzione un milione di specie di animali: è questo l'allarme lanciato dalle Nazioni Unite attraverso uno studio dell'Ipbes, il gruppo intergovernativo per la Biodiversità e i Servizi Ecosistemici.

La situazione non è mai stata così grave: la natura soffre di un declino "senza precedenti" mentre lo studio individua anche le principali responsabilità e sono tutte in capo all'uomo.

Le principali responsabilità di questa situazione vedono al primo posto l'utilizzo che stiamo facendo di terra e mare, seguito dallo sfruttamento di piante e animali, mentre al terzo posto ci sono i cambiamenti climatici. Insomma, la colpa - secondo le Nazioni Unite - è dell'uomo e servono azioni urgenti per proteggere le foreste e gli oceani, e cambiamenti radicali nel modo in cui produciamo e consumiamo il cibo.

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"Stiamo consumando le basi stesse delle nostre economie, i nostri mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, la salute e la qualità della vita in tutto il mondo", dichiara Robert Watson, a capo dell'Ipbes. Secondo il rapporto, le attività umane hanno "significativamente modificato" la maggior parte degli ecosistemi terrestri e marini: il 40% dell'ambiente marino globale mostra "gravi alterazioni" a seguito delle pressioni umane e ad essere in declino sono "ricchezza e abbondanza" dei mari di tutto il mondo.

Inoltre il rapporto rileva che, dal 1980, le emissioni di gas serra sono raddoppiate, facendo salire le temperature medie di almeno 0,7 gradi Celsius. L'impatto dei cambiamenti climatici dovrebbe aumentare nei prossimi decenni, sorpassando gli altri fattori.

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Il Rapporto infatti rileva che gli obiettivi globali per conservare e utilizzare in modo sostenibile la natura e raggiungere la sostenibilità non possono essere soddisfatti dalle attuali traiettorie e gli obiettivi che le Nazioni Unite si sono date per il 2030. Secondo lo studio serve una trasformazione economica, sociale, politica e tecnologica.

Il rapporto Ipbes

Secondo le conclusioni del rapporto già ora:

  • i tre quarti dell'ambiente terrestre e circa il 66% dell'ambiente marino sono stati significativamente modificati dalle azioni umane;
  • più di un terzo della superficie terrestre del mondo e quasi il 75% delle risorse di acqua dolce sono ora destinate alla produzione di colture o bestiame;
  • il valore della produzione agricola è aumentato di circa il 300% dal 1970, il raccolto di legname grezzo è aumentato del 45% e circa 60 miliardi di tonnellate di risorse rinnovabili e non rinnovabili sono ora estratte a livello globale ogni anno - quasi raddoppiato dal 1980;
  • il degrado del suolo ha ridotto la produttività del 23% della superficie terrestre globale, fino a 577 miliardi di dollari in colture globali annuali sono a rischio di perdita degli impollinatori e 100-300 milioni di persone sono a maggior rischio di inondazioni e uragani a causa della perdita di habitat costieri e protezione;
  • nel 2015, il 33% degli stock ittici marini veniva raccolto a livelli insostenibiliIl 60% è stato pescato in modo massimamente sostenibile, con appena il 7% di raccolti a livelli inferiori rispetto a quelli che possono essere pescati in modo sostenibile;
  • le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992;
  • l'inquinamento derivante dalla plastica è aumentato di dieci volte dal 1980: 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri rifiuti da impianti industriali sono gettati ogni anno nelle acque del mondo, mentre i fertilizzanti che entrano negli ecosistemi costieri hanno prodotto più di 400 "zone morte" oceaniche , per un totale di oltre 245.000 chilometri quadrati; 
  • le tendenze negative in natura continueranno fino al 2050 ma è previsto un aumento delle conseguenze. 

"Quanto emerge da questo rapporto è devastante" commenta Greenpeace. "Nonostante il ruolo fondamentale della biodiversità nella conservazione della vita sul Pianeta, il prevalere degli interessi economici ha portato ad un tale sfruttamento delle risorse naturali da rischiare ora conseguenze irreversibili", dice Martina Borghi di Greenpeace Italia. Ad essere a rischio sono anche i mari. Secondo il rapporto Onu, i meccanismi esistenti per proteggere i nostri oceani non funzionano. "Oggi solo l'1% dei mari globali è protetto e non esiste uno strumento legale che consenta la creazione di santuari nelle acque internazionali", le fa eco Giorgia Monti, responsabile della campagna mare di Greenpeace Italia.

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Per Greenpeace c'è bisogno di un accordo globale che protegga almeno il 30% dei nostri oceani entro il 2030. Si tratterebbe di un'opportunità unica per i governi di lavorare insieme per salvaguardare la biodiversità marina, garantire la sicurezza alimentare a milioni di persone e avere oceani sani, ovvero una grande risorsa per contrastare i cambiamenti climatici.

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