La mappa dell'inquinamento italiano: il Nord 'soffoca', Brescia maglia nera

Secondo il Rapporto Ispra-Snpa 2018 in almeno 19 città italiane sono stati registrati valori di PM10 sopra i limite. Pericolo frane e alluvioni alto in diverse zone, mentre il verde pubblico è sempre di meno

Foto di repertorio

Fino al 10 dicembre 2018 sono almeno 19 le città italiane in cui sono stati registrati dei valori giornalieri di pm10 superiori ai limiti consentiti dalla norma. Lo rivela l’edizione 2018 del Rapporto Ispra-Snpa ‘Qualità dell’ambiente urbano’, che ha stilato la lista delle città italiane con maggiori livelli di inquinamento. Al primo posto troviamo Brescia, leader con 87 sforamenti dei livelli di polveri sottili, seguito da Torino e Lodi con 69 sforamenti. Lo studio mette in evidenza come le zone settentrionali siano quelle più 'soffocate' dagli alti livelli di smog, come testimonia la presenza di molte città del Nord ai primi posti di questa triste classifica. Una ulteriore conferma che il problema sia più radicato da Firenze in su arriva dalla città attestatasi come campione di qualità dell’aria tra le aree urbane: Viterbo, prima tra i virtuosi con nessuno sforamento nel 2018. Lo studio ha preso in esame 120 città e 14 aree metropolitane.

PM10, PM 2,5 e NO2: cosa sono

Prima di entrare nel dettaglio dello studio, apriamo una piccola parentesi per chiarire alcuni concetti riguardano i valori tenuti sotto osservazione. Quando si parla di PM10 si fa riferimento alle polveri sottili con diametro inferiore o uguale ai 10 micrometri (millesimi di millimetro). Le lettere P e M stanno per Materia Particolata, cioè in piccole particelle, composte per lo più da polvere fumo o microgocce di sostanze liquide denominato in gergo tecnico aerosol. Stesso discorso per i PM 2,5, per cui cambia solamente la dimensione delle particelle. Per quanto riguarda il NO2, o biossido di azoto, si tratta invece di un inquinante secondario, che viene normalmente generato a seguito di processi di combustione. In particolare, tra le sorgenti emissive, il traffico veicolare è stato individuato essere quello che contribuisce maggiormente all’aumento dei livelli di biossido d’azoto nell'aria ambiente.

L'inquinamento è un cancro: così l'Italia scopre l'emergenza "bambini" 

Trend in diminuzione

Nonostante le decine di giorni in cui sono stati sforati i limiti, non mancano i segnali positivi. Il trend delle concentrazioni di PM10, PM 2,5 (polveri sottili con diametro inferiore o uguale a 2,5 micrometri, ndr) e NO2 (biossido di azoto, ndr) è infatti in diminuzione e le emissioni di PM10 primario, prodotto da riscaldamento domestico e trasporti, ma anche da industrie e altri fenomeni naturali, diminuiscono del 19% in dieci anni, passando dalle 45.403 tonnellate (Mg) nel 2005 alle 36.712 tonnellate (Mg) del 2015.

Nella classifica degli sforamenti da PM10, dopo Brescia, si posizionano Torino e Lodi con 69 giorni, mentre nel 2017 il valore limite annuale per l’NO2 è stato superato in almeno una delle stazioni di monitoraggio di 25 aree urbane. Sempre nel 2017 sono più di 25 i giorni di superamento dell’obiettivo a lungo termine per l’ozono in 66 aree urbane su 91 per le quali erano disponibili dati e il superamento del valore limite annuale per il PM2,5 in 13 aree urbane su 84. Dati preoccupanti se si considera che L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha stimato che in Italia, nel 2014, 50.550 morti premature potevano essere attribuibili all’esposizione a lungo termine al PM2,5, 17.290 all’NO2 e 2.900 all’ozono.

Inquinamento, non è un problema solo nelle città: le zone più "a rischio" in Italia

Altra notizia positiva per le aree urbane italiane è la crescita dello sharing mobility, con un aumento di più del doppio del numero di vetture in condivisione in un solo triennio (2015-2017). L’83% delle 48mila unità messe su strada lo scorso anno sono biciclette, il 16% automobili e l’1% scooter.

Dissesto idrogeologico: 190mila aree a rischio 

Ma l'inquinamento è soltanto uno dei diversi problemi che attanagliano l'Italia, c'è anche l'emergenza per il dissesto idrogeologico. Secondo l'indagine Ispra, in molte zone c'è ancora un alto pericolo di frane e alluvioni: il 3,6% delle città, dove risiedono quasi 190 mila abitanti, rientra nelle classi a maggiore pericolosità per frane. I valori salgono al 17,4%, superando anche la media nazionale del’8,4%, se si parla di probabilità di alluvioni nello scenario medio. Dei 5.248 interventi contro il dissesto distribuiti su tutto il territorio nazionale 460 riguardano i 120 comuni.

In linea generale nei comuni capoluoghi di Provincia, il rischio frana è meno rilevante rispetto a quello del territorio italiano: il 3,6% del territorio è classificato a pericolosità da frana elevata P3 e molto elevata P4 (Piani di Assetto Idrogeologico) a fronte di una media nazionale che raggiunge, nelle stesse classi di pericolosità, l’8,4%.

Complessivamente sono 24.311 le frane censite fino al 2017 nei 120 comuni. La superficie complessiva delle aree a pericolosità per frana ammonta a quasi 2.400 km2 (11,4%), di cui 753km2 (3,6%), dove risiedono oltre 189 mila abitanti, classificate a pericolosità elevata P3 e molto elevata P4.

Frane e alluvioni: 7 milioni di cittadini vivono in zone a rischio, ma si continua a costruire

I Comuni con più abitanti a rischio frana sono: Napoli, Genova, Catanzaro, Chieti, Massa e Palermo. Negli stessi territori la probabilità di alluvione è però superiore alla media nazionale: la percentuale di aree a pericolosità media P2 (tempo di ritorno tra 100 e 200 anni) è pari al 17% del territorio dei 120 comuni, mentre il dato nazionale si attesta all’8,4%.

Inoltre, prosegue l’edizione 2018 del Rapporto ISPRA-SNPA ‘Qualità dell’Ambiente Urbano’, la popolazione a rischio alluvioni nelle stesse aree (2.195.485 ab.) è pari al 12% della popolazione residente a fronte di un dato nazionale del 10,4%. Vi sono 14 Comuni con più di 50.000 abitanti a rischio alluvioni e 7 Città metropolitane con più di 100.000 abitanti a rischio.

Le città corrono ai ripari: dal 1999 al 2017 finanziati 462 interventi contro il dissesto in 120 comuni per un ammontare complessivo che supera il miliardo e mezzo di euro. I comuni con il maggior numero di interventi conclusi sono Lucca (21 per oltre 25 milioni), Terni (9 per 5,7 milioni), Messina e Ravenna (8 con rispettivamente 12 e oltre 7 milioni).

Per quanto riguarda gli importi complessivi dei finanziamenti ai comuni, per Genova sono stati stanziati di 354 milioni (di cui solo 2,66 milioni su progetti già conclusi), Milano 171 milioni (compresi 25,40 milioni di progetti conclusi) e a Firenze 118 milioni, di cui solo 830 mila euro sono relativi a progetti conclusi). Nelle 14 città metropolitane sono invece 917 gli interventi per un importo totale pari a 1 miliardo e 845 milioni.

I Comuni perdono terreno

I Comuni italiani perdono ancora terreno consumando complessivamente tra il 2016 e il 2017 circa 650 ettari di territorio con un costo complessivo, in termini di perdita dei principali servizi ecosistemici (2012 al 2017), valutato tra i 215 e i 270 milioni. 

Il comune di Roma, da solo, nello stesso periodo perde un valore tra i 25 e i 30 milioni. A livello di Città metropolitane, nel 2017 Napoli e Milano presentano la percentuale di suolo consumato più alta, 34,2% e 32,3% rispettivamente, mentre Palermo la percentuale più bassa con 5,9%.

La perdita di servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo nelle Città metropolitane tra il 2012 e il 2017 è valutata tra i 348 e i 443 milioni di euro. Da notare che a Torino, Bari e Napoli si rileva un contributo più significativo, della perdita di suolo, nei Comuni metropolitani rispetto al capoluogo.

Carenza di verde pubblico

Resta scarsa al 2017 l’incidenza delle aree verdi pubbliche sul territorio comunale, con valori inferiori al 4% in 84 delle 116 città per cui è disponibile il dato.  Il lavoro, che analizza l’ambiente in 120 città e 14 aree metropolitano, quest’anno dedica il focus alle esperienze innovative.

La maggioranza dei Comuni indagati ha una disponibilità di verde pubblico pro capite compresa fra i 10 e i 30 metri quadri/abitante e le tipologie di verde più diffuse sono quello attrezzato e quello storico, seguite dalle aree boschive e dal verde incolto.Rimane molto scarsa anche la pianificazione del verde: appena 10 Comuni hanno approvato un Piano del verde, a segnalare la difficoltà dei Comuni italiani a riconoscere il verde quale elemento strutturale e funzionale strategico di resilienza urbana.

Il 2018 segna la nascita del primo elenco nazionale degli alberi monumentali: in 60 comuni sui 120 analizzati è stato censito almeno un albero monumentale per un totale di 413 segnalazioni. A scala metropolitana il totale degli alberi monumentali ammonta a 456 localizzati in tutte le città metropolitane eccetto Messina.

Attendere un istante: stiamo caricando i commenti degli utenti...

Commenti

Notizie di oggi

  • Attualità

    Dragone senza diritti: la disumanità cinese che l'Italia ignora pur di far cassa

  • Mondo

    Trump incendia (ancora) il Medio Oriente: preoccupazione per i caschi blu italiani

  • Cronaca

    A San Ferdinando i braccianti continuano a morire: "La peggiore smentita alle vanterie di Salvini"

  • Politica

    Riace, la Procura di Locri chiede il rinvio a giudizio per Mimmo Lucano

I più letti della settimana

  • Isola dei Famosi 2019: cast, concorrenti, puntate e tutte le anticipazioni

  • Il duro messaggio di Alessandro Casillo: "Cara Maria, ecco perché ho lasciato Amici"

  • Estrazioni Lotto, SuperEnalotto e 10eLotto: i numeri vincenti di oggi sabato 16 marzo 2019

  • Elezioni europee 2019, la guida al voto: tutto quello che c'è da sapere

  • Carlo Conti confessa: "Ho ripreso al volo mia moglie Francesca"

  • Bocca secca e dolori, per l'ospedale stava bene: 7 indagati per la morte di Alessandro

Torna su
Today è in caricamento