Rifiuti, perché non si può ridurre tutto il dibattito "solo" ai termovalorizzatori

I player del settore denunciano un grave gap infrastrutturale che investe tutta la filiera del trattamento e del riciclo dei rifiuti. Ci sono infatti criticità di cui si parla poco: ad esempio, in Italia servono nuovi impianti di trattamento dei rifiuti organici

Ansa

E' sbagliato ridurre tutto il dibattito sui rifiuti al solo "termovalorizzatori sì o no", e a "quali e quanti ne servono davvero". Il problema è molto più ampio. Gli esperti del settore, riuniti mercoledì a Roma, mettono in chiaro che in Italia manca, e da molto tempo, una visione strategica che definisca un piano di azione concreto e risolutivo. Il rapporto WAS 2018 - che riporta l'analisi del settore del waste management nel nostro paese - denuncia un grave gap infrastrutturale che investe tutta la filiera del trattamento e del riciclo dei rifiuti. E mentre si avvia a partire la regolazione indipendente dell'Arera (l'Autorità di regolazione per energia reti e ambiente), le aziende si scontrano con la difficoltà di fare investimenti a causa di un quadro normativo complesso e che di fatto blocca l'innovazione e, paradossalmente, proprio la crescita dell'economia circolare.

È quanto emerge dal Rapporto WAS 2018 "Il waste management tra industria e policy, la sfida della regolazione" che come ogni anno scatta una fotografia puntuale del settore della gestione dei rifiuti urbani, mappando gli investimenti e le operazioni straordinarie per tracciare i trend strategici prevalenti. È stato presentato a Roma all'Auditorium Vittorio Veneto alla presenza dei vertici delle maggiori aziende del settore e i principali interlocutori istituzionali che si sono confrontati sui profili industriali e sulle politiche nazionali. 

In Italia manca pianificazione strategica

"Sviluppare la raccolta differenziata e il riciclo è basilare" spiega Alessandro Marangoni, AD di Althesys, "ma serve ragionare sull'intera filiera del waste management. Raccolti materiali riciclabili e rifiuti organici servono gli impianti per trattarli e valorizzarli. Servono anche termovalorizzatori per recuperare energia dai rifiuti non recuperabili altrimenti, distribuiti in modo coerente con i fabbisogni sul territorio in modo da limitare gli impatti ambientali, sia dello smaltimento in discarica, o peggio illegale, sia del trasporto dei rifiuti su lunghe distanze. Serve, insomma, quella pianificazione strategica che è sempre mancata nel nostro Paese".

Ad esempio, sono necessari più impianti per trattare la frazione umida, sia per produrre compost che biometano. Nel caso in cui, pur centrando gli obiettivi europei del 65% di riciclo dei rifiuti urbani al 2030 il Paese non riesca a ridurre la produzione procapite, occorreranno - secondo i calcoli del WAS - 56 nuovi impianti di trattamento dei rifiuti organici. Se invece l'intera Italia arrivasse agli standard attuali di riduzione dei rifiuti del Veneto (molta raccolta differenziata e bassa produzione procapite) ci sarebbe comunque bisogno di nuovi impianti di compostaggio, circa 16. In tutti e due i casi, la raccolta differenziata e il riciclo spinti abbasserebbero il fabbisogno nazionale di inceneritori. Che possono invece essere necessari in regioni, come la Sicilia, dove oggi mancano totalmente. Infatti, sempre proiettando i calcoli degli impianti necessari al 2030, nello scenario a bassa produzione di rifiuti, l'isola per essere autonoma avrebbe bisogno di capacità per oltre 1 milione di ton. La situazione diventa più critica nello scenario "alta produzione" di rifiuti, dove gli impianti delle regioni del Nord non sono sufficienti a coprire i deficit di Centro e Sud, con un fabbisogno totale di nuova capacità per 260.000 ton. Anche in Sardegna aumenta il deficit (34.000 ton).

Rifiuti, perché è sempre emergenza 

Rifiuti, perché l'Italia è a uno snodo cruciale

In definitiva l'analisi sulla situazione 2018 dell'industria italiana della gestione dei rifiuti evidenzia come il settore stia attraversando una fase di profonda trasformazione giungendo a uno snodo cruciale per il suo sviluppo: da una parte si registra un positivo sviluppo verso la circular economy e dall'altra il comparto è in attesa di confrontarsi con la nuova regolazione. Il report delinea dunque lo scenario competitivo, analizzando i 238 maggiori player attivi nel comparto della raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani e in quello della selezione e valorizzazione dei materiali. Nel complesso, un settore con 11 miliardi di euro di valore delle produzioni, con operatori che spaziano dalle grandi multiutility quotate alle piccole-medie imprese locali e familiari, il cui operato vede un incremento del 3% delle tonnellate di rifiuti raccolte rispetto al 2016 e una percentuale di raccolta differenziata cresciuta, passando dal 53,4% al 56,6%. Tuttavia a fronte del dinamismo delle maggiori aziende e dell'evoluzione verso la circular economy, l'ultimo anno ha visto un sostanziale immobilismo delle policy nazionali. Sul piano industriale il panorama è articolato, caratterizzato dal consolidamento dei top player, ma anche dal persistere della frammentazione e da varie gestioni locali fragili e di corto respiro.

"Lo sviluppo dell'economia circolare", conclude Marangoni  "cambierà sempre più la fisionomia dei mercati, che diventeranno sempre più interconnessi, integrati, e globalizzati. La crescita delle materie prime seconde, l'ingresso di attori esterni al settore ambientale, il progresso tecnologico renderanno sempre più arduo definire i confini e gli scenari futuri. La trasformazione dell'industria del waste management sta accelerando e il settore sarà nei prossimi anni molto diverso da come lo conosciamo oggi. Serve dunque un salto in avanti anche dei policy maker italiani per disegnare una vera politica industriale.

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