"Armi made in Sardegna utilizzate in Yemen per colpire civili e bambini: l'Italia dica basta"

Save the Children lancia il rapporto "Stop alla guerra dei bambini" accompagnato da una petizione pubblica contro la vendita delle armi italiane usate in Yemen dalla coalizione a guida saudita

Khaled, rimasto gravemente ferito dopo che lo scuolabus su cui viaggiava è stato colpito da un bombardamento a Dahyan, in Yemen

Nel 2017 un bambino su cinque nel mondo viveva in un’area colpita da conflitti armati. Si parla di 420 milioni di bambini, 142 dei quali in zone dove il conflitto è particolarmente acceso e che coinvolgono un numero crescente di attori armati e che si protraggono per lungo tempo. Yemen, Siria, Afghanistan, Iraq sono tra i dieci paesi peggiori in conflitto, dove 4,5 milioni di bambini hanno rischiato di morire di fame nel 2018, come denuncia Save the Children che, in occasione del centenario dalla sua fondazione all’indomani della prima guerra mondiale, lancia un nuovo rapporto sul tema accompagnato da una petizione pubblica contro la vendita delle armi italiane usate in Yemen dalla coalizione a guida saudita. Uccidere bambini in un conflitto è vietato dal diritto internazionale umanitario, specifica la ong, ricordando inoltre che la legge italiana sul controllo dell'esportazione importazione e transito dei materiali di armamento (L.185/90), proibisce l’esportazione verso paesi che violano i diritti umani. 

La guerra in Yemen e le armi fabbricate in Italia

In Yemen oltre il 90 per cento dei bambini vive in zona di conflitto ad alta densità e si stima che siano più di 85mila i bambini al di sotto di cinque anni morti per fame o malattia gravi dall’inizio della guerra, che risale a ormai tre anni fa, mentre sarebbero circa 6500 quelli rimasti uffici o feriti nei bombardamenti.

Tra i bambini curati dai medici e dagli operatori sanitari di Save the Children ci sono anche Wafa e Shaida, due sorelle di quattro e due anni, rimaste coinvolte durante un attacco aereo nella città portuale di Hodeida nel giugno 2018. I loro genitori sono morti e loro hanno dovuto subire numerose operazioni chirurgiche per estrarre le schegge delle bombe che hanno colpito la loro casa. Wafa ha una cicatrice di 15 centimetri sul cranio. Le conseguenze fisiche e psicologiche di quell’attacco rimarranno indelebili su di lei e su sua sorella.

Come denuncia Save the Children, rapporti, foto e reportage nel paese documentano che alcuni resti delle bombe esplose in zone civili, su case e villaggi yemeniti in cui erano presenti famiglie con bambini, recavano il codice A4447 che riconduce ad una fabbrica di armi in Sardegna, la RWM spa. Si tratta di una fabbrica di armamenti parte del conglomerato industriale tedesco della Rheinmetall, la cui principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento produttivo a Domusnovas, in provincia di Carbonia-Iglesias, in Sardegna. L'utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell'aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall'Onu, ricorda l’ong.

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“Le bombe fabbricate in Italia e vendute alla Coalizione Saudita sono utilizzate in Yemen per colpire case, villaggi, aree civili, per uccidere i bambini. Non possiamo renderci complici della morte di migliaia di civili inermi e di bambini, vendendo armi a paesi che violano palesemente il diritto internazionale e i diritti dei bambini”, spiega Valerio Neri di Save the Children, che ha lanciato oggi la petizione pubblica. “Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo inoltre al Ministro degli Affari Esteri di fermare immediatamente l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di materiali di armamento alla Coalizione Saudita, armi che uccidono i bambini yemeniti e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro”.

Le violenze contro i bambini nei conflitti

Analizzando i principali conflitti in corso in base alle sei principali violazioni commesse ai danni dei bambini, nonché alla densità del conflitto, al numero totale della popolazione dei minori che vive nelle aree di conflitto e alla loro proporzione con la popolazione complessiva, Save the Children ha identificato i dieci paesi in guerra dove è più difficile vivere per un bambino: Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Iraq, Mali, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Siria, Yemen.

A pagare il prezzo più alto sono come sempre i bambini, alle prese con fame, infrastrutture e ospedali danneggiati, mancanza di accesso alle cure mediche e ai servizi igienici-sanitari e negazione degli aiuti umanitari.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha identificato sei gravissime violazioni dei diritti dei bambini durante i conflitti, dalle mutilazioni all’arruolamento nelle bande armate fino alla violenza sessuale.

Muore di fame a sette anni: è il simbolo della guerra di cui nessuno parla

Sarebbero oltre 10mila i bambini uccisi o mutilati nel 2017, il 6 per cento in più rispetto all’anno precedente. Solo in Afghanistan le piccole vittime sono state oltre 3mila, la maggior parte dovuti a mine e ordigni inesplosi o addirittura ad incidenti dovuti al trasporto di bombe ed esplosivi da parte dei bambini).

Dal 2016 al 2017 si è registrato una crescita nel coinvolgimento diretto dei minori nei conflitti e il loro reclutamento forzato come bambini soldato, con incrementi significativi in paesi come la Repubblica Centrafricana o la Repubblica democratica del Congo.

Secondo le delle Nazioni Unite, nel 2017 c’è stato poi un incremento del 12 per cento dei casi di violenza sessuale ai danni dei minori in zone di conflitto, con dati particolarmente allarmanti rilevati in Siria e Myanmar. Sono aumentati anche del 62 per cento rispetto al 2016 i rapimenti, per un totale di 2556 casi, 1600 dei quali solo in Somalia ad opera di Al Shaabab.

Ci sono stati poi 1432 attacchi alle scuole, la maggior parte dei quali si sono verificati in Siria e Yemen, con il risultato che in entrambi i paesi oltre 2 milioni di bambini si vedono negato l’accesso all’istruzione e sono più di 1500 i casi in cui è stato impedito l’accesso agli aiuti in aree di conflitto, il 50% in più rispetto all’anno precedente, con un impatto drammatico per le popolazioni civili e in particolare i minori.

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