In quarantena si è fumato di più: sigarette e Covid, parla l'esperto

Secondo una ricerca Nielsen, durante il lockdown il 27% dei fumatori ha aumentato il numero di sigarette, con la metà degli intervistati che considera le 'bionde' una misura anti-stress. Ma quali dinamiche ha innescato la reclusione? Che collegamenti ci sono tra fumo e Covid 19? Ne abbiamo parlato con il prof. Riccardo Polosa

Foto di repertorio

Il lockdown reso necessario per scongiurare la diffusione del nuovo coronavirus ha costretto tra le mura di casa i cittadini di tutto il mondo. Una nuova condizione per la maggior parte delle persone, una reclusione forzata che ne ha cambiato le abitudini, andando ad esasperare alcuni comportamenti, anche nocivi, come quello di fumare. Il distanziamento sociale e le altre misure restrittive hanno avuto (e avranno) diversi effetti sulla salute mentale dei cittadini e sul loro modo di affrontare lo stress e l'ansia. Ma quali sono state le conseguenze per i fumatori? Quali nuove dinamiche si sono innescate a causa di questa condizione? Secondo una ricerca Nielsen sull'impatto del lockdown sui fumatori in Italia, commissionata dalla Fondazione Smoke-Free World, il 29% sostiene di aver notato effetti negativi sulla propria vita. Un effetto collaterale accusato più dalle donne (35%) che negli uomini (24%). Ma questo è soltanto uno dei punti chiave di questo studio. 

Coronavirus, in quarantena si è fumato di più?

Il dato sugli acquisti parla chiaro, un terzo dei fumatori tradizionali (33%) e il 38% degli utilizzatori di prodotti a rischio ridotto hanno acquistato di più rispetto al periodo precedente al lockdown per paura della chiusura dei negozi di riferimento, della scarsa disponibilità di prodotti e della difficoltà a uscire di casa. Ma si è fumato di più durante la quarantena? Per capire e comprendere a pieno i dati della ricerca Nielsen e analizzare in maniera approfondita gli effetti del lockdown sui fumatori, abbiamo chiesto aiuto al professor Riccardo Polosa, Fondatore e Direttore del CoEHAR, Centro di Ricerca per la Riduzione del Danno da Fumo dell’Università degli Studi di Catania: ''La risposta rapida alla domanda è 'sì'. A prescindere dalla ricerca Nielsen, abbiamo realizzato un'altra indagine insieme alla Lega Italiana Antifumo, da cui è emerso che in questo periodo c'è stato un incremento del fumo di tabacco''.

Infografica 5-2

''Ritengo che la reclusione in casa – ha proseguito l'esperto – abbia esasperato i livelli di stress ed ansia delle persone. Considerando che i fumatori trovano nelle sigarette uno strumento per gestire o alleviare lo stress, la possibilità di un aumento era prevedibile: diciamo che, se prima fumavo 10 sigarette al giorno, in questo periodo sono arrivato a 13. Poi va sempre fatta una dovuta considerazione sul come e dove si è affrontato il lockdown: farlo in un appartamento situato in una grossa città, come potrebbero essere Bergamo o Milano, è senza dubbio diverso dall'affrontare le reclusione in una zona di campagna o vicino al mare''.

Come anticipato ad inizio articolo, quasi un fumatore su tre ha accusato effetti negativi sulla propria salute mentale, con quasi la metà degli intervistati (il 48%) che individua il fumo (o lo svapo) come una contromisura per combattere stress e ansia. Il 27% ha fumato di più, una dinamica innescata dagli effetti della nicotina, come confermato dal prof. Polosa a Today: ''Gli effetti ansiolitici della nicotina esistono. C'è una componente di rilassamento generale che il fumatore percepisce come un senso di benessere, creando un ciclo, una sorta di dipendenza anche fisica, che si tramuta facilmente in un circolo vizioso. Poi entrano in gioco anche altre dinamiche, come la distrazione, l'aiuto in alcuni processi cognitivi o le abitudini dei singoli individui''.

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Il problema però, come ribadito dal direttore del CoEHAR, riguarda gli effetti negativi del fumo: ''Va anche ricordato che, se assumiamo nicotina attraverso una sigaretta combustibile, è ovvio che esporremo il nostro corpo ad una serie di sostanze cancerogene e tossiche. Noi come centro di ricerca ci battiamo per ridurre questo rischio, cercando di incentivare la somministrazione di nicotina con metodi alternativi e senza effetti nocivi. Uno di questi potrebbe essere l'utilizzo delle sigarette elettroniche o di prodotti a tabacco riscaldabile che, anche se non sono completamente 'risk free', sono comunque meno dannosi della classica sigaretta. Poi esistono metodi che non generano combustione, come ad esempio i cerotti alla nicotina, ma si tratta di un prodotto che deve incontrare le preferenze delle persone. Mi spiego meglio - ha aggiunto Polosa – il cerotto è pensato per medicalizzare, ma il fumatore non vive il suo vizio come una malattia, motivo per cui è difficile sostituire la sigaretta con un cerotto, a meno che non ci sia la volontà del diretto interessato''.

Coronavirus e fumo, che collegamenti ci sono?

Tornando ai dati della ricerca Nielsen, un intervistato su quattro (il 26%) crede che il fumo aumenti il rischio di contrarre il Covid 19, mentre soltanto il 21% teme che ci sia il rischio maggiore di contagio per chi utilizza la sigaretta elettronica. Paure e timori più che giustificati, considerando che il nuovo coronavirus attacca soprattutto il sistema respiratorio.

Infografica 2-2

Ma come stanno davvero le cose? Alcuni risultati sorprendenti arrivano da un recente studio a cui ha partecipato il prof. Polosa: ''Insieme ad alcuni colleghi americani e greci abbiamo rivisto tutta la letteratura esistente legata al Covid, con i risultati che dimostrano una forte sotto-rappresentazione di fumatori in queste casistiche: parliamo di grandi numeri, considerando che abbiamo analizzato i dati pubblicati in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all'Italia, passando per Cina, Corea, Francia e Germania. A livello globale esiste un numero ridotto di fumatori che si presenta agli ingressi degli ospedali perché positivo al nuovo coronavirus. Se rapportiamo la prevalenza di fumatori in quelle nazioni con la sotto-rappresentazione dei fumatori contagiati, il gioco è fatto''.

Nelle scorse settimane aveva fatto molto discutere uno studio realizzato in Francia, secondo cui la nicotina potrebbe avere degli effetti protettivi contro il Covid 19, un'ipotesi che non può essere scartata a priori secondo il prof. Polosa: ''Cè qualcosa nella nicotina che potrebbe avere effetti preventivi. Secondo la nostra ricerca, su 6.500 casi soltanto 440, quindi il 6,8%, erano fumatori. Va detto chiaramente che lo studio francese è ideologicamente inaccettabile: non possiamo pensare che il fumo possa fare del bene, ma da scienziato devo essere oggettivo e non posso permettere alla mia ideologia di intralciare il corso della scienza. Bisogna anche dire che i fumatori ricoverati avevano il 50% di possibilità in più di contrarre altre malattie più gravi''.

Ma se una fetta di fumatori ha aumentato il numero di sigarette giornaliere durante il periodo di lockdown, c'è anche una piccola parte che ha pensato di usare questa “scusa” per smettere. Secondo la ricerca Nielsen il 37% dei fumatori tradizionali ha preso in considerazione la possibilità di smettere di fumare durante il lockdown, ma di questi, soltanto il 18% ha effettivamente provato a farlo. Ma per capire chi ci sia riuscito sul serio bisognerà aspettare più tempo, come confermato dal prof. Polosa: ''La reclusione ha probabilmente innescato delle dinamiche legate ai sensi di colpa nei confronti dei propri familiari, maggiormente esposti al fumo passivo. Ma i dati Nielsen ci confermano come meno della metà delle persone che avevano pensato a smettere ha fatto realmente uno sforzo. Poi bisognerà vedere chi ci è riuscito sul serio, ma per quello bisogna aspettare almeno 6-12 mesi ed il lockdown non è durato così tanto. Inoltre c'è un altro quesito a cui adesso non possiamo rispondere: cosa succederà nell'era post-Covid? Cosa farà chi ha smesso di fumare in conseguenza della reclusione? Soltanto il tempo potrà dircelo''.

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L'essere costretti tra quattro mura ha provocato un aumento del fumo, una cattiva abitudine incentivata da questa situazione di profondo stress. Proprio per questo il direttore del CoEHAR ha voluto lanciare un appello, un messaggio di speranza: ''Celebriamo l'uscita dal lockdown con la promessa di smettere di fumare''.

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