Coronavirus, cos'è il "modello Corea" e perché l'Italia pensa al tracciamento con un'app

La Corea del Sud, unica anomalia tra gli Stati colpiti dall'epidemia di coronavirus, ha avuto un approccio differente all'emergenza, utilizzando anche un'applicazione per tracciare i soggetti infetti. Un'ipotesi che sta valutando anche il governo italiano

Le operazioni di sanificazione a Seul, in Corea del Sud (FOTO ANSA)

Da quando i numeri dell'emergenza coronavirus hanno iniziato a salire in maniera esponenziale, la domanda che in molti si sono posti è una: per quale motivo non riusciamo a contenere l'epidemia? Una percezione data dai numeri che leggiamo quotidianamente, che però riguarda anche le modalità con cui è stata gestita l'emergenza sanitaria. Ma ci sono Paesi che si stanno comportando in maniera differente dall'Italia? Fare un confronto tra Stati in cui il virus è stato fronteggiato con tempi e modi diversi non è semplice, ma il caso della Corea del Sud è senza dubbio uno dei più singolari. Il Paese asiatico ha adottato misure anche invasive, come il tracciamento attraverso un'applicazione delle persone venute in contatto con soggetti infetti. Un'ipotesi a cui sta pensando anche il Governo italiano, soprattutto dopo che il Garante della privacy ha fatto sapere che la normativa sulla protezione dei dati personali "contiene già in sé gli strumenti per affrontare le emergenze come quelle che stiamo vivendo".

Coronavirus, come funziona il 'modello Corea'

Cosa stanno facendo di diverso i coreani? A spiegarlo sul blog 'Cattiviscienziati.com', è Enrico Bucci, professore di Biologia presso la Temple University di Philadelphia, che nella sua analisi confronta il cosiddetto 'modello Corea' con l'approccio italiano; "Se crediamo che la positività ai tamponi rappresenti in modo affidabile e omogeneo tra Paesi diversi una percentuale più o meno fissa del numero totale di infetti, con l'eccezione della Corea del Sud, l'epidemia procede allo stesso modo in tutti i Paesi. Ebbene, l'anomalia della Corea del Sud è ovvia ed è l'unico segnale serio da prendere in considerazione".

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Le peculiarità del modello coreano sono due: la protezione e il monitoraggio continuo dei sanitari ("il nostro personale sanitario - i nostri soldati, in questa guerra - deve essere salvaguardato, per evitare che si trasformi involontariamente in un mezzo di propagazione del virus", scrive Bucci), ma anche l'attivazione precoce di "un protocollo di tracciamento, test e isolamento delle persone venute in contatto con soggetti infetti, basato su uso di tecnologie digitali, un numero estensivo di tamponi e la collaborazione della popolazione che si è sottoposta a screening volontario, una volta che ciascuno apprendeva di essere stato in possibile contatto con un soggetto infetto grazie alle App che segnalavano i luoghi frequentati nei giorni precedenti dai soggetti trovati infetti. Aumentare semplicemente il numero di tamponi, senza avere strumenti di tracciamento rapido dei contatti che allertino i cittadini sul loro possibile contagio e li inviti a sottoporsi al test, non basta".

L'esperto mostra dei grafici che esemplificano l'effetto di 'molti test a caso' contro quello di 'molti test mirati' sull'andamento dell'epidemia. "Seguendo in toto la strategia della Corea del Sud, cioè usando anche strumenti invasivi della privacy personale, si riesce a tracciare per tempo i focolai epidemici; sempre che, naturalmente, nella zona campionata ci si trovi nella fase iniziale di un'epidemia (quando cioè si possa appunto parlare di focolai epidemici e non di epidemia diffusa)", precisa.

"Bisogna, però, discutere anche di contenimento. Potremmo pensare che il problema sia di facile soluzione, attuando una politica di isolamento dei contagiati. Il problema, però, è che molti di questi richiedono anche di essere ospedalizzati: dunque isolamento sì, ma in ospedale, dove si concentrano altri pazienti e personale medico impegnato a fronteggiare l'epidemia. A questo punto il confronto fra Italia e Corea del Sud diventa particolarmente istruttivo", aggiunge Bucci. "Cosa sappiamo riguardo Sars-CoV-2?" Le infezioni ospedaliere "sono già state descritte a Wuhan, e la possibilità di eventi superinfettivi è stata già enunciata. In Italia i peggiori focolai - quelli del Lodigiano e del Bergamasco - hanno certamente risentito del burst ospedaliero".

"Il problema non è solo lombardo: si hanno esempi di cluster epidemici ospedalieri in ogni regione - continua Bucci - e preoccupano soprattutto quelli riscontrati in alcuni ospedali del sud Italia, che, ove non bloccati immediatamente, potrebbero rapidamente replicare il quadro che si osserva al nord. Le infezioni ospedaliere, quindi, contribuiscono a generare il 'fuoco d'artificio' rapidissimo e improvviso che accende poi l'incendio di vaste proporzioni. E' per questo che, tornando ai coreani, sulla scorta dell'esperienza con il coronavirus Mers, essi avevano predisposto una serie di misure che garantissero che la terza fase dopo il tracciamento e il testing - vale a dire l'isolamento - si svolgesse nella massima sicurezza per il personale sanitario".

Coronavirus, l'ipotesi tracciamento in Italia

E l'Italia? Sembra che il Governo stia valutando l'ipotesi di un'app che possa monitorare i contagi da Covid-19 attraverso il tracciamento dei contatti delle persone positive al coronavirus, ispirata al modello coreano. Un'ipotesi confermata dal ministro delle Autonomie Francesco Boccia, dopo che sabato Walter Ricciardi dell’Organizzazione mondiale della sanità, aveva spiegato che ''individuando precocemente tutti i contagiati e i loro contatti, potremmo garantire a quelli che non hanno problemi di circolare liberamente''.

Di un'applicazione di tracciamento come arma contro la diffusione del coronavirus in Italia ha parlato anche Paola Pisano, ministra dell'Innovazione tecnologica e della digitalizzazione: "Tracciamento di chi viola la quarantena? Domanda complicata, il diritto alla privacy è fondamentale, bisogna ragionare bene, potrebbe servire in ottica positiva, va capito se è una soluzione efficace per salvare vite umane. Non è uno strumento che prendiamo in considerazione per punire qualcuno".

L'ipotesi ha ricevuto anche il parere positivo del virologo Roberto Burioni, che su Twitter ha commentato: "La strada per tornare a una vita normale è questa. Molti test, tracciamento digitale dei contatti, isolamento rigoroso dei malati e dei sospetti". 

Coronavirus, lo studio sull'app di tracciamento

Ma un'app di tracciamento può davvero aiutare contro il diffondersi del virus? Un nuovo studio mostra che il tracciamento digitale - attraverso una App sul telefonino - dei potenziali contagiati, contatti di pazienti infettati, è essenziale per fermare l'epidemia di coronavirus. "E suggerisce che ogni ritardo nella sua attuazione potrebbe costarci caro", commenta sui social Fabio Sabatini, associato di Politica economica presso il Dipartimento di Economia della Sapienza Università di Roma, dove è direttore dello European PhD Programme in Socio-Economic and Statistical Studies, analizzando lo studio di un team di ricercatori guidato dall'italiano Luca Ferretti dell'University of Oxford, non ancora sottoposto a peer review e disponibile su MedRxiv.

 "L'App - spiega l'esperto - sarebbe su base volontaria e consentirebbe di monitorare i sintomi, intervenire tempestivamente per isolare e curare i sospetti, ma anche tracciare tutti i contatti e curarli a domicilio".

Lo studio di Ferretti e del suo team - finanziato dalla Li Ka Shing Foundation - ha analizzato un campione di coppie di pazienti cinesi per i quali è stata accertata la trasmissione del virus da un soggetto infetto a un altro sano, per stimare le caratteristiche e la dinamica del #Covid19. "Vediamo i risultati delle stime: il periodo di incubazione - afferma Sabatini - dura in media 5,5 giorni (mediana 5,2). Per trasmettersi dal soggetto infetto a quello sano, il virus impiega in media 5 giorni (anche la mediana è 5). La probabilità che l'infezione si trasmetta prima dello sviluppo dei sintomi è del 37%. Questo valore può essere interpretato come la percentuale delle trasmissioni pre-sintomatiche sul totale delle trasmissioni (pre e post-sintomatiche)".

Coronavirus, l'app di tracciamento e il problema privacy

Un'ulteriore dubbio suscitato dall'idea di “tracciare” i contagiati è quello relativo alla privacy. Il  segretario generale dell’Autorità garante per la tutela dei dati personali, Giuseppe Busia, in una recente intervista rilasciata a In Terris, ha spiegato come potrebbe verificarsi questo controllo in Italia: ''Abbiamo la fortuna di vivere in un ordinamento democratico e per questo non sarebbero possibili alcune forme di controllo generalizzato e pervasivo che abbiamo visto adottare in Cina. Tuttavia, la normativa sulla protezione dei dati personali contiene già in sé gli strumenti per affrontare le emergenze come quelle che stiamo vivendo''

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''Dati pure molto delicati, quali quelli sul contagio – spiega il giurista - possono essere trattati anche senza il consenso degli interessati quando questo è necessario per motivi di interesse pubblico, come nel caso di gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero. È però necessario che questo avvenga sulla base di una normativa trasparente, che preveda misure appropriate e specifiche per tutelare i diritti e le libertà delle persone''.

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