Da professionista a vittima di violenza economica: "Quando mi sono separata ho perso tutto"

"Venivo vista come una donna sicura, professionale: nessuno avrebbe pensato che potesse succedermi una cosa del genere. Non lo pensavo nemmeno io". La testimonianza di Silvia (nome di fantasia)

(Immagine di repertorio Freepik)

Ci sono le botte, gli abusi, le violenze. E poi c'è una violenza che spesso resta ancora più subdolamente nascosta: la violenza economica. Ne sono vittime donne di ogni età e ceto sociale, ridotte in uno stato di dipendenza dal marito o compagno che è psicologica ed economica insieme e che rende ancora più difficile, quando non impossibile, scappare. Silvia (nome di fantasia) ci è riuscita. Dopo anni di violenze fisiche e psicologiche, ha deciso di dire basta e ha lasciato il marito violento, per poi scoprire che le conseguenze di quel rapporto malato andavano ben oltre i lividi. Professionista indipendente, aveva messo tutto da parte per dare vita con lui a un nuovo progetto lavorativo, una realtà partita da zero e diventata poi molto importante. Quando si è separata, si è ritrovata senza niente, realizzando di essere stata completamente dipendente dal marito dal punto di vista economico. "A un certo punto ho capito che dovevo dire basta e che se avessi continuato a vivere con quell'uomo violento sarei morta. Volevo tornare libera e non vivere più da reclusa morendo dentro di me ogni giorno. La voglia di libertà ti fa superare tutto, ma il prezzo che si paga è altissimo", racconta al telefono, in lontananza i rumori attutiti di un bar di una città che non è la sua, dalla quale presto dovrà comunque scappare lasciando addirittura anche la regione, perché lì lui ormai le ha fatto terra bruciata intorno: l'ex marito è un cosiddetto "colletto bianco", molto conosciuto a livello locale, che ha continuato a farle una guerra spietata anche in tribunale.

Riconoscere la violenza economica è difficile

"Sono laureata, ho studiato legge. Non aver capito certe cose è grave. Ma è stato come se avessi perso di vista tutto quanto: queste persone hanno la capacità di svuotarti completamente – ammette – Venivo vista come una donna sicura, professionale: nessuno avrebbe pensato che potesse succedermi una cosa del genere. Non lo pensavo nemmeno io". Parla con voce ferma, è lucidissima nel mettere in fila i vari avvenimenti, i segnali, le conseguenze di quello che le è accaduto, "ma quello che sto riuscendo a dire adesso è il risultato di un lungo percorso che ho fatto, raccontando prima la violenza fisica, poi quella psicologica e quindi riconoscendo di essere stata anche vittima di violenza economica".

Silvia è una delle donne che si sono rivolte a Mia Economia, lo sportello per la violenza economica inaugurato un anno fa da Fondazione Pangea Onlus con l'avvio del progetto Reama, rete per l'empowerment e l'auto muto aiuto per le donne vittime di violenza. Come lei, anche le altre hanno raccontato esperienze simili. "Sono le donne, durante i colloqui, a raccontarci come hanno iniziato lentamente a sentirsi sopraffatte. Prima psicologicamente e poi economicamente quando l'autore di violenza, ha iniziato a entrare nelle loro tasche, nei portafogli, negli stipendi, nei conti correnti, nelle loro eredità, con il solo scopo di controllarle ed esercitare su di loro un abuso di potere", rivela Simona Lanzoni di Pangea, presentando il bilancio di un anno di attività dello sportello in occasione della Giornata contro la violenza di genere. "La consapevolezza rispetto alla violenza economica arriva strada facendo in un lungo e complicato percorso di presa di coscienza del vuoto che lui le ha creato intorno, magari allontanandola dal lavoro, fino a renderla dipendente economicamente".

"Per lavorare con lui ho rinunciato alla mia carriera e ho perso tutto"

"Per lavorare con lui avevo rinunciato alla mia carriera, pensando di costruire qualcosa insieme noi due. Invece stavo distruggendo anni di studi e professionalità, di sogni e aspettative, e ho perso tutto, anche la casa", ricorda Silvia. Violenza economica è ad esempio non vedersi riconosciuto uno stipendio, dover dipendere dal marito per qualsiasi cosa, non avere alcun diritto in quanto lavoratrice. "Decideva lui quando, quanto e dove fare la spesa. Avevo una carta di credito della disponibilità di mille euro ma guai ad usarla! Era solo per far vedere agli altri che conducevo una vita agiata, quando invece non avevo la disponibilità economica di decidere di poter comprare da sola qualsiasi cosa". Per l'Inps quei dieci anni e più passati a lavorare insieme al marito non esistono, ovviamente, mentre esistono per l'Agenzia delle Entrate-Riscossione le migliaia di euro di debiti che Silvia ha contratto per colpa di lui. "Usava la mia carta di identità, ha fatto cose a mia insaputa, ci sono bolli non pagati, decine di multe". E quanto può essere difficile per una donna che ha passato i cinquant'anni tornare a lavorare quando su di lei pesano anche le segnalazioni per debiti?  Mia Economia sta aiutando Silvia a orientarsi e a trovare una soluzione. "Indirizzano le donne come me, aiutano a rimettere insieme i pezzi, a capire dove inizia una violenza e dove finisce un'altra, quando chiudere un cassetto e magari non riaprirlo più e dove invece si può rimettere ordine per ricominciare a vivere, anche professionalmente. Non basta solo imparare a riconoscere la violenza economica, bisogna anche aiutare le donne a trovare una soluzione, altrimenti è un cane che si morde la coda".  

"Quando mi sono separata e parlavo di violenza economica, c'era chi mi diceva: 'Beh, ora che sei separata arrangiati, se lui non ti dà i soldi trovati un lavoro'. Vaglielo a spiegare cosa significa… Ma per fortuna adesso se ne sta parlando di più. Io non vogliono rincorrere nessun uomo, voglio soltanto veder riconosciuti i miei diritti, non tanto come compagna di vita quanto soprattutto di donna lavoratrice", dice Silvia.

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