Anche l’Italia ha i suoi "piccoli schiavi": cosa serve per combattere il lavoro minorile

Nel mondo sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni vittime di sfruttamento lavorativo, denuncia Save the Children in occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile, e nemmeno "l'Italia è immune da questa piaga", dice a Today Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa della ong

ANSA/US FRANCESCO ALESI PARALLELOZERO

Bambini che non sono liberi di fare i bambini. Ragazzi che devono rinunciare alla spensieratezza a cui hanno diritto a quell'età, alla scuola, alla prospettiva di una vita migliore, alla possibilità di seguire le proprie passioni personali. Spesso costretti a svolgere lavori duri, in condizioni difficili, affrontando sforzi fisici inappropriati per la loro età, con rischi per la sicurezza e la salute, sia fisica sia mentale.

In tutto il mondo sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni – uno su dieci in totale – vittime di sfruttamento lavorativo: è la denuncia di Save the Children in occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile che ricorre oggi 12 giugno. Un fenomeno che non bisogna pensare sia limitato a paesi lontani, magari in Africa (dove purtroppo si trova la quasi totalità dei minori vittime di sfruttamento lavorativo: circa 72 milioni) o in Asia. Anche il nostro Paese ha purtroppo i suoi 'piccoli schiavi'.

L’Italia non è immune da questa piaga, che riguarda sia ragazzi di origine italiana sia stranieri, e si estende in tutto il Paese, da Nord a Sud, ovviamente con situazioni che variano da regione a regione, a seconda dei contesti”, spiega a Today Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children. Ad essere coinvolti sono poi anche molti minori stranieri non accompagnati, ricorda Milano, magari con la spinta di dover ripagare il debito contratto per arrivare in Europa o mandare i soldi a casa.

Lo sfruttamento lavorativo di bambini e adolescenti “non è accettabile in qualunque paese, figuriamoci in un paese come l’Italia. Ragazzi di quattordici anni che invece di studiare o divertirsi, vanno a scaricare le cassette al mercato o passano le giornate in piedi a fare le parrucchiere”, dice Milano, secondo cui è ora di dire basta alla “idea romantica” del lavoro precoce, per prendere coscienza di un fenomeno “complesso e stratificato” e lavorare per sradicarlo.

Lavoro minorile, dispersione scolastica e povertà

“L’altra faccia del lavoro minorile è la dispersione scolastica. A 14 anni questi ragazzi entrano nel circuito del lavoro, intraprendendo però un percorso che non li porta a nulla, perché si tratta di lavoro sfruttato e poco qualificante. Spesso si ritrovano a dover sbattere la faccia contro il fatto che questi lavori alla fine non offrono grandi chances per il futuro e arrivano in seguito a confessare di rimpiangere di aver abbandonato gli studi”. Non solo. Un rapporto di Save the Children sul lavoro minorile e il circuito della giustizia penale, realizzato in collaborazione con il ministero della Giustizia e pubblicato nel 2014, rivelò che più della metà dei minori che in quel momento stavano scontando una condanna penale aveva svolto attività lavorative prima dei 16 anni, con il 40 per cento che aveva avuto esperienze al di sotto dei 13 anni e circa l’11 per cento addirittura prima degli 11 anni. “Quella ricerca mostrò la correlazione tra l’approdo a un circuito di criminalità e percorsi di sfruttamento lavorativo”, ricorda Milano descrivendo quello che è a tutti gli aspetti un circolo vizioso e che parte quasi sempre dalla dispersione scolastica e da situazioni di povertà, perché sono evidenti quali possono essere i rischi per un ragazzo che magari a 14 anni lascia la scuola e si ritrova a lavorare, sfruttato, senza orari né tutela, per pochi spicci, e che a un certo punto si vede proporre un’altra attività, meno impegnativa sul momento e all’apparenza più redditizia, come ad esempio fare la sentinella in qualche piazza dello spaccio.

Sebbene in diversi casi la scelta per i ragazzi di iniziare a lavorare precocemente non sia dettata soltanto dalla difficile situazione economica, magari con la necessità di dover contribuire al reddito familiare, è innegabile che il problema del lavoro e dello sfruttamento minorile sia anche una questione sociale, al di là della dispersione scolastica. “Buona parte del problema è la povertà, quindi bisogna combattere questa in primis e aiutare le famiglie che hanno problemi a garantire ai figli una vita dignitosa”, dice Milano.

In Italia manca una rilevazione sistematica del fenomeno

Ma quanti sono in Italia i minori sfruttati? Secondo l’ultima indagine di Save the Children, in collaborazione con l’Associazione Bruno Trentin nel 2013, i minori tra i 7 e i 15 anni coinvolti erano 260mila. Negli ultimi due anni sono stati accertati più di 480 casi di occupazione irregolare di bambini e adolescenti (italiani e stranieri): più di 210 nei servizi di alloggio e ristorazione, 70 nel commercio all’ingrosso o al dettaglio, più di 60 in attività manifatturiere e oltre 40 in agricoltura. Ma questi ultimi sono dati che arrivano dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro, dice Save the Children, che ricorda anche come questi numeri siano fortemente sottostimati perché in Italia manca una rilevazione sistematica del fenomeno. “Quello che abbiamo oggi sono controlli generici dell’Ispettorato, che si reca nelle aziende e nei vari luoghi di lavoro e scopre la presenza di determinate situazioni di lavoro minorile, mentre invece servirebbero interventi e controlli mirati sul fenomeno”.

Save the Children, conclude Milano, “reitera la richiesta alle istituzioni di istituire un piano nazionale di contrasto allo sfruttamento del lavoro minorile. Un piano nazionale che venga poi declinato a livello regionale che tracci misure di intervento su più fronti (famiglia, scuola, luoghi di lavoro) per estirpare queste situazioni. Perché estirpare questo fenomeno è possibile”.

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