La Libia continua a non essere un posto sicuro, l'appello di Msf: "Evacuare e chiudere i centri"

La testimonianza diretta di due capimissione di Medici Senza Frontiere su quello che succede nella Libia infiammata dal conflitto, dove a rischio ci sono sia i civili sia i migranti e rifugiati bloccati nei centri di detenzione

Foto ufficio stampa Medici Senza Frontiere

La Libia non è un posto sicuro. Medici Senza Frontiere lo ribadisce ancora una volta, con la testimonianza diretta di due responsabili dei programmi nel paese africano, dove è in corso un conflitto che sta avendo pesanti ripercussioni sulla popolazione civile che si trova nelle aree dei combattimenti ma anche su migranti e rifugiati bloccati nei centri di detenzione. L’imperativo è uno solo: evacuare e chiudere quei centri.

“Non ci sono segnali che indichino che il conflitto in atto da mesi è in via di risoluzione, mentre l’impatto sui civili si fa sempre più pesante nelle zone colpite, in origine densamente popolate”, dice Sam Turner, capomissione Msf per la Libia, appena rientrato da Tripoli. Ma la situazione è difficile anche per migranti e rifugiati. Una situazione, quella delle condizioni dei centri di detenzione dove queste persone sono “arbitrariamente detenute”, che è già stata documentata da tempo da Medici Senza Frontiere, sottolinea Turner ricordando anche il rapporto lanciato lo scorso marzo sull’emergenza cibo nel centro di Sabaa a Tripoli: ora la situazione è peggiorata.

Diversi sono poi i centri che sono stati direttamente coinvolti nel conflitto, con migranti e rifugiati che hanno dovuto essere urgentemente ricollocati in altri centri. È il caso dell’attacco al centro di Qasr bin Ghashir, a sud di Tripoli, condotto da un gruppo di uomini armati a metà aprile. Ma anche il raid aereo contro quello di Tajoura.

Nei centri si vive così, negli spazi angusti di quelli che per la maggior parte non sono strutture costruite per ospitare esseri umani, in condizioni igienico-sanitarie precarie, senza alcuna indicazione su quando potranno andarsene o per quanto dovranno restare rinchiuse in quei luoghi, in pericolo di vita, sottoposti a fortissimi stress psicologici.

L'allarme di Msf dalla Libia: “Migliaia di famiglie in fuga, 3mila migranti bloccati in zone a rischio”

“Non c’è in Libia un posto sicuro per questi rifugiati per salvarli dal conflitto. Per questo chiediamo l’evacuazione da questi campi – spiega Turner - Riconosciamo l’impegno di alcuni governi, compreso quello italiano, per organizzare corridoi umanitari ma per adesso questa misura ha riguardato soltanto un numero troppo esiguo di persone, appena 300 persone, rispetto a quanti invece ne avrebbero bisogno. Nello stesso periodo 1200 persone sono state intercettate dalla Guardia Costiera libica in mare e riportare indietro proprio da quei centri da cui erano stati liberati”.

centro detenzione libia foto msf 2-2-2

La situazione non migliora nemmeno nei centri che non sono nelle immediate vicinanze delle zone di conflitto, come quelli nella regione di Misurata. Non c’è soluzione per queste persone”, denuncia Julien Raickman, capomissione Msf a Misurata e Khoms. “Ho visto quei centri, in alcuni le persone hanno appena un metro quadrato a testa di spazio disponibile. C’è mancanza d’acqua, il cibo è poco e di scarsa qualità, gli spazi non adeguati, i rischi per la salute, anche mentale, sono tanti. Anche se non si trovano direttamente sul fronte, queste persone sono comunque a rischio. Si muore in questi centri di detenzione".

Quelle raccontate sono storie vere raccolte in Libia, dice Marco Bertotto, responsabile advocacy MSF in Italia. Sono un “report fattuale di cosa accade lì, perché, nonostante quello che ci si ostina a dire, quello non è un posto sicuro. È urgente accentuare e implementare le evacuazioni, che rimangono però ancora misure insufficienti se mancano poi le politiche adeguate e con la guardia costiera libica che intercetta migranti e rifugiati in mare e li respinge. Bisogna lavorare per smantellare il sistema di detenzione in Libia”.

"Abbiamo sempre considerato abnorme e sbagliato considerare un successo la riduzione degli sbarchi se non accompagnata da politiche serie per il miglioramento delle condizioni nei centri di detenzione, in generale in Libia", aggiunge poi Bertotto a margine dell’incontro. Per Msf  "i centri di detenzione che sono formalmente sotto la gestione delle autorità libiche sono nei fatti strumenti inefficaci per immaginare una forma di deterrenza rispetto all'arrivo delle persone dalla Libia". "Si deve arrivare quanto prima a cessare la detenzione arbitraria in Libia perché non costituisce in alcun modo un fattore di deterrenza, ma è semplicemente uno strumento che aumenta la sofferenza umana" e in alcuni casi costituisce "fattore di spinta" per i viaggi della speranza verso l'Europa. Ma “per ogni persona che viene evacuata" dalla Libia "ce ne sono quattro che vengono riportate" nei centri di detenzione, denuncia Bertotto, e le evacuazioni vengono per di più "annullate dalle attività dei governi europei, in primis con il supporto alla Guardia costiera".

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