La storia del papà single e gay che ha adottato la bimba down rifiutata dalle altre famiglie

In "Nata per te "(Einaudi) Luca Trapanese racconta insieme allo scrittore Luca Mercadante la storia sua e della piccola Alba, nata con la sindrome di down. L'intervista

foto da Facebook

Quando è nata, la piccola Alba non aveva nessuno al mondo. La madre l’ha rifiutata alla nascita dopo averla partorita in ospedale e quando il tribunale ha iniziato a chiamare le famiglie in lista per sapere se ce n’era qualcuna disponibile a prendere in affido quella bimba bionda e sola, nata con la sindrome di Down, tutte si sono tirate indietro. L’unico che ha risposto all’appello è stato Luca Trapanese.

Quarantenne napoletano, single, gay dichiarato, una vita nel sociale a fianco delle persone disabili e delle loro famiglie, Luca aveva da tempo fatto richiesta per poter accudire un bimbo disabile, senza porre alcuna condizione. Un anno dopo averla avuta in affido, Trapanese ha adottato Alba, che ora è ufficialmente sua figlia, e ha deciso di raccontare la loro storia in un libro, scritto a quattro mani con Luca Mercadante e pubblicato da Einaudi con il titolo “Nata per te”.

La legge italiana sulle adozioni è ferma al 1983 e fa ancora differenze tra cittadini (e bambini) di serie A e di serie B. L’articolo 44 della legge 184/1983 stabilisce infatti per un single la possibilità di adottare un figlio solo in tre casi: qualora fra lui e il bambino esista un legame di parentela o un rapporto prolungato; quando non vengano individuate coppie idonee (caso più unico che raro); quando il bimbo, orfano, è condizioni di disabilità. Proprio quest’ultimo è il caso di Luca ed Alba, che rappresentano una sorta di eccezione alla regola, tanto che la senatrice Udc Paola Binetti, commentando la vicenda, nei mesi scorsi aveva parlato di “combinato disposto difficile che si ripeta un’altra volta” e ribadito che per lei “l’interesse supremo” del bambino si declina comunque “meglio” quando ci sono un padre e una madre (cioè “la famiglia nel più classico dei modi”), pur elogiando Trapanese.

Eppure Luca e Alba sono una famiglia, nel senso più vero del termine. Lui non è un cittadino di serie B e Alba non è una bimba di serie B e il gesto di Luca non ha nulla di caritatevole: voleva veramente un figlio e Alba è come se davvero fosse “nata per lui”.

Da quando è stata diffusa, la loro storia sembra aver conquistato l’opinione pubblica, grazie anche a numerose ospitate in tv.  “Nata per te” è il racconto di una favola vera, una vicenda straordinaria proprio perché eccede i limiti di quello che siamo abituati a considerare (per abitudine e consuetudine legislativa) come “normale”.  Il libro, oltre a raccontare la storia di Luca e Alba, è anche una riflessione sull’Italia di oggi, sulla nostra società, sui punti oscuri di una legge che è rimasta ferma e non si è ancora adeguata ai cambiamenti della famiglia, ma anche sul concetto stesso di paternità, che più che ai padri "appartiene" ai figli, come si legge alla fine nel libro. Abbiamo incontrato Luca Trapanese e Luca Mercadante in occasione della presentazione romana del loro libro, alla quale ha partecipato anche la senatrice Pd Monica Cirinnà.

Perché raccontare questa storia?

Luca Trapanese: Il libro è nato da una mia esigenza di voler parlare innanzitutto del mio desiderio di paternità e della mia condizione di omosessuale. Volevo parlare inoltre del mio grande desiderio di avere un figlio disabile. Una consapevolezza che nasceva dall’esperienza della mia vita e dal fatto che non mi spaventava avere un figlio disabile. Per questo avevo fatto una richiesta di affido al Tribunale dei Minori di Napoli, lasciando giudici liberi di affidarmi qualunque caso avessero a disposizione per me.

Luca Mercadante: Noi abbiamo avuto fin da subito l’obiettivo di fare un libro non edificante. Era la prima richiesta di Luca e anche quello che volevo fare io. Per far questo ho capito che dovevo spogliare la storia di tutti quei clichés e buonismi che inevitabilmente si portava dietro. Le domande che ho fatto a Luca sono state inizialmente molto brutali. Ad esempio, se la sua fosse effettivamente una vera paternità. Poi mi sono chiesto se fossi degno di fare questa domanda senza pormi anche io in gioco. Anche io sono padre. Da qui è nata l’idea di mescolare entrambe le storie, entrambe le nostre vite di genitore, anche se molto diverse.

LT: Credo che proprio qui stia la bellezza di questo libro: siamo due persone completamente agli opposti. Luca è ateo, io sono credente. Lui ragiona sull’aborto, io ho scelto una figlia disabile. Io sono omosessuale, lui è etero e ha una compagna e un figlio. Questo ha fatto nascere il nostro libro. Non c’è uno dei due che ha ragione ma ci sono due visioni diverse della vita su questo argomento e nessuno ha mai voluto prevalere sull’altro. Nel libro ragioniamo, litighiamo anche, manteniamo le nostre idee ma restiamo convinti di essere entrambi nel giusto senza dire all’altro che sbaglia sulla disabilità, sull'essere padre.

Che cos’è la disabilità?

LT: La disabilità è una diversità. Io non voglio essere neanche ipocrita. È sicuramente è un problema, è qualcosa di pesante che abbraccia non solo la persona ma anche la famiglia. Però io che sono a contatto con la disabilità da tanto tempo posso dire che è una forma di diversità e quindi è sicuramente ricchezza, questo perché anche le persone disabili – se vengono viste come persone – possono trovare un loro ruolo nella società. Possono darti tanto e possono essere felici. Se la società però li accoglie, altrimenti sono degli infelici.

LM:  Dietro questa domanda, da parte di chi magari non conosce la disabilità, ce n’è un’altra più nera: vale la pena vivere una vita da disabile? Ho chiesto questo a Luca, da “non conoscente” della disabilità e quello che poi io arrivo a capire scrivendo il libro è proprio questo: a dispetto di tutte le “sfaccettature” della disabilità, tutte le vite hanno la possibilità di essere serene e soddisfacenti e non possiamo essere noi a stabilire quale può essere la loro vita. Questo però senza andare a toccare la libertà di chiunque, soprattutto delle donne, di portare avanti una gravidanza. Questo lo diciamo chiaramente nel libro, soprattutto rispetto alla madre biologica di Alba. Questa donna secondo noi ha compiuto il gesto più coraggioso, portando avanti la gravidanza e lasciando poi Alba in ospedale per darle un’opportunità. Non vogliamo però neanche giudicare chi non riesce nemmeno a fare questo, perché i casi sono tanti e nessuno può sapere cosa ha determinato la scelta di una persona.

Luca, il tuo essere un omosessuale dichiarato è stato mai un problema nel percorso per l’adozione di Alba o in seguito?

LT:  No, mai. Da quando è iniziato il percorso né assistenti sociali né giudici mi hanno chiesto quale fosse la mia natura sessuale. Sono stato valutato solo per la mia capacità genitoriale, per la mia capacità di portare avanti una famiglia, per la mia rete familiare, per la mia casa, per il mio vissuto ma mai nessuno mi ha chiesto la sera a letto con chi andavo a dormire.

LM: Questa cosa è vera anche rispetto al feedback del pubblico. Nessuno ha insistito su questa cosa. Naturalmente noi non vogliamo essere ipocriti. Il fatto che la bambina sia portatrice della trisomia 21 ha chetato molte voci che invece si sarebbero levate se Alba fosse stata normodotata.

LT: Per assurdo, infatti, se la bambina avesse avuto 30 giorni, fosse stata normodotata e non si fosse riuscita a trovare una coppia (cosa impossibile perché la lista è lunghissima), se l’avessero data a me l’opinione pubblica allora avrebbe iniziato a farsi sentire. Il fatto che Alba sia nata con la sindrome di Down ed in più l’essere stata rifiutata da tante famiglie ha imposto agli italiani stare zitti e essere più civili. Noi anche per questo ne parliamo spesso durante le presentazioni. In fondo è anche un’educazione. È molto importante che gli altri vedano che siamo una famiglia normalissima, che abbiamo i problemi di tutti e che la mia è stata una scelta voluta e consapevole. È così che si abbattono i preconcetti.

LM: Questi pregiudizi nascono anche dal fatto che non siamo abituati a vedere queste famiglie. Non è che in altre parti del mondo sono più intelligenti di noi, semplicemente hanno più esperienza. Hanno più facilmente una coppia gay come vicini di casa o vedono più spesso un papà single con una figlia nel passeggino. Ora il fatto che Luca e Alba si siano mostrati spesso in tv è molto importante. Non possiamo certo aprire la testa delle persone e inculcarci la civiltà, però è bene abituarsi sempre di più a vedere queste realtà.

Come è cambiata la tua vita ora che c’è Alba?

LT: La mia vita è cambiata come cambia quella di ogni genitore quando arriva un figlio. Quando ti nasce o ti arriva un figlio, la tua vita cambia perché loro prendono il primo posto rispetto a tutto. È cambiata sicuramente per la stanchezza, per la preoccupazione per tutto quello che è bene per Alba ma nello stesso tempo mi ha gratificato, mi ha completato come uomo. Io volevo essere padre. Alba poi è una bambina molto allegra, determinata, affettuosissima e questo ovviamente mi riempie la vita. Svegliarmi al mattino con Alba che mi chiama papà e mi apre le braccia mi dà un senso. Alba però è così non perché è down. Spesso si usa il cliché che tutti i down sono affettuosi. Non è vero: sono persone, quindi hanno i loro caratteri e i loro problemi. Però per fortuna Alba è una bambina solare.

Cosa speri per il futuro di Alba?

LT: Che lei venga vista e accettata così com’è. Che riesca ad essere integrata nella scuola, tra gli amichetti, che possa trovare un suo ruolo nella società, ad avere una vita tendenzialmente serena. Mi auguro che sia una persona serena.

Lo Stato può fare qualcosa di più per Alba?

LT: Lo Stato oggi non fa quasi niente per i disabili in generale. Ci sono sempre più tagli, sempre più indifferenza rispetto ai bisogni delle persone disabili, delle famiglie, al loro accompagnamento e a tutti i problemi che ci sono, da quando il bambino nasce fino all’inserimento nella società. Pensiamo che solo adesso si sta iniziando a parlare della figura dell’educatore sessuale, visto che la sessualità è un argomento che non viene proprio affrontato nella disabilità dallo Stato italiano.

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