Michela D'Adamo: "Ho sconfitto due tumori. Sì, sono stati un'opportunità" | L'INTERVISTA

La sua battaglia contro il cancro, raccontata nel libro 'Sto bene, grazie', è una lezione di determinazione e coraggio per tutte le donne colpite da malattie gravi

Michele D'Adamo

Una diagnosi arrivata quando era in Canada, convinta che il risultato di quei test fatti in Italia fosse 'normale amministrazione'. Qualche mese dopo la seconda doccia fredda. Non uno, ma due tumori contro cui lottare. Tegole in testa che Michela D'Adamo ha trasformato in opportunità. Sì, opportunità. Quella definizione di cancro tanto demonizzata dai chiacchieroni social, ma tanto utilizzata dai pazienti oncologici, che dovrebbero avere la libertà di usare le parole che vogliono per raccontare la loro battaglia. 

Michela, massoterapista e posturologa, la sua l'ha raccontata nel libro 'Sto bene, grazie', pubblicato da Mind EdizioniUn diario di bordo in cui di quegli anni non tralascia proprio niente: dalla scoperta di avere il cancro, poi un altro, alle operazioni, la convalescenza, la riabilitazione, fino alla rinascita e all'immensa riconoscenza verso l'oncologia integrata, di cui ancora si parla poco.

'Sto bene, grazie' è il titolo del libro, ma facciamo un passo indietro. Iniziamo da quando ha scoperto di non stare bene.
"Ho fatto la pendolare per un po', tra il Canada e l'Italia, per seguire mio marito. Prima di trasferirmi definitivamente avevo dei sintomi che mi hanno portato a fare degli accertamenti in Italia, poi quando ero in Canada mi è arrivata la notizia della diagnosi tramite mia sorella, che ha avuto questo pesante compito da svolgere. Ha ritirato lei i referti. Da lì è iniziato un carosello di eventi a velocità supersonica. Mio marito, che è americano, ha voluto portarmi in Texas, in una clinica molto famosa di Houston, per fare un'altra verifica e da lì è venuto fuori anche un secondo cancro".

Dove le sono stati diagnosticati i due tumori?
"Il primo un adenocarcinoma all'utero, poi l'altro, sempre un adenocarcinoma, alla mammella sinistra".

Una doccia gelata.
"Il primo, quello all'utero, potevo prevederlo. Mi trascinavo da tempo dei sintomi, delle emorragie, ma ero piuttosto positiva, pensavo più a dei polipi e mia sorella è andata a ritirare i risultati con leggerezza. Il secondo l'ho scoperto un po' per caso, in questa clinica di Houston che è la seconda negli Stati Uniti per la ricerca e la cura del cancro. Mi hanno visitato diverse figure, tra cui una professionista della genetica. Mi fecero un test e fu una salvezza. Per intuizione di questa dottoressa mi fecero una mammografia e da lì venne fuori il secondo cancro, quello alla mammella".

A quanto tempo di distanza ha scoperto di avere l'altro tumore?
"La prima diagnosi mi è arrivata a luglio, la seconda a ottobre".

Pochissimi mesi di distanza. Come cambia la vita davanti a una scoperta simile?
"La malattia, secondo me, cambia la vita in due modi. Il primo è sicuramente drammatico dal punto di vista della quotidianità, perché la malattia arriva come un ladro di notte: ti prende, ti scuote e ti blocca. Da quel momento in poi ti trasforma, perdi la tua dignità. Ti trasforma in un corpo da laboratorio, scrutato da occhi che non avresti mai voluto ti guardassero ed esplorato da mani a cui non avresti mai permesso di sfiorarti neanche lontanamente. Ti limita nelle azioni quotidiane, semplici gesti diventano conquiste. Ti blocca nel lavoro, nel mio caso soprattutto. Io sono una massoterapista e posturologa, per me le mani sono essenziali. Quindi prima di tutto è cambiata la mia quotidianità. Poi la malattia ti apre gli occhi, ti sveglia come dopo uno schiaffo e ti fa comprendere quanto sia fragile la nostra esistenza e quanto siano vani i nostri programmi e le nostre certezze. Ti forza a rimescolare le priorità. Sono stata io poi a cambiare atteggiamento nei confronti della vita, perché il tumore ti sveglia da questo tepore in cui tutti siamo un po' immersi. L'illusione di poter rimandare tutto a domani. Quindi ho imparato e sto ancora imparando, perché non è cosa facile, a vivere veramente alla giornata. Mi do dei traguardi la mattina e la sera mi chiedo se sono felice e soddisfatta di quello che ho fatto. Gioisco dei momenti, attimo per attimo".

Qual è stata la sua prima reazione davanti alla diagnosi?
"La prima notizia, quella del tumore all'utero, mi ha raggelata e mi ha fatto sentire come se improvvisamente mi fosse stato imposto di indossare una camicia di forza. Mi sono sentita impotente e in balìa delle montagne russe. Una diagnosi del genere ti fa sentire davvero persa. Tutte le malattie sono brutte, ma ce ne sono alcune, come il cancro, che ti provocano un senso di impotenza".

Poi è arrivato il momento in cui ha reagito.
"Io per fortuna sono una testona di natura. Sono una paziente curiosa e attenta alla propria salute. Dopo questo primo momento di profondo sconforto, ho respirato e mi sono chiesta cosa potessi fare. La mia attitudine ad andare sempre oltre e non fermarmi ai primi pareri, a quello che ci viene comunemente consigliato, forte della convinzione di poter trovare altro oltre alla medicina tradizionale, mi ha spinta a cercare nel mondo del web. Lì, grazie alla mia caparbietà e con gran fatica, ho scoperto la medicina oncologica integrata".

Se ne sente parlare sempre più spesso, ma c'è molta confusione. Di cosa si tratta?
"L'oncologo integrato è un medico che tratta il paziente a 360 gradi. Non solo come un protocollo, perché ognuno di noi è diverso e ha una risposta diversa ai medicinali, oltre ad avere un carattere diverso. In Italia sono ancora poche queste figure che analizzano il paziente non solo attraverso una diagnosi, ma anche attraverso l'aspetto psicologico. Si consigliano prodotti fitoterapici che possono aiutare le cure, oppure prodotti per aumentare le difese immunitarie, si consiglia come gestire lo stress. La medicina oncologica integrata aiuta il paziente ad affrontare la malattia non solo come un organo ma come persona. Insieme all'imprescindibile medicina tradizionale, vengono applicate una serie di metodologie".

La chemioterapia e la radioterapia però restano il caposaldo della cura del tumore.
"Sì certo. Anche se la chemioterapia ideale, per quello che so io, è quella a bassi dosaggi che dovrebbe essere somministrata in un lasso di tempo che non è una giornata ma una settimana. In un sistema sanitario in cui c'è una corsa contro il tempo, queste dosi vengono date in una volta sola piuttosto che divise in giornate e questo provoca gli effetti che provoca". 

Quanto è importante l'aspetto psicologico?
"Fondamentale. Oggi più che mai esistono molti studi che dimostrano quanto l'attitudine influisca sulle cellule. Fortunatamente il mondo si sta aprendo a queste cose, che sono sempre state dette ma che ora vengono anche provate da diverse ricerche. L'attitudine fa la differenza, sicuramente".

Oggi l'oncologia integrata occupa una fetta ancora troppo piccola?
"Per fortuna si sta diffondendo, ma è ancora poco conosciuta. Una delle mie missioni è quella di farla conoscere, condividendo informazioni che arrivano da medici del settore. Ho aperto una pagina su Facebook proprio per questo, si chiama 'Feel Your Life - Sapere è salute'. Ci sono dei centri in Italia, come l'ospedale di Pitigliano, in provincia di Grosseto, dove la medicina integrata è passata dal sistema sanitario nazionale, ma c'è solo lì. Nel resto d'Italia siamo ancora molto indietro. Mi auguro che con gli anni il sistema sanitario possa trovare un'alleanza serena e spero che questo metodo possa essere adottato da tutti gli ospedali, perché la salute è un diritto di tutti".

Ha detto di aver ignorato dei campanelli di allarme prima della diagnosi del tumore all'utero. Si parla molto di prevenzione, eppure ci sono tante donne che preferiscono non sapere. E' ancora un tabù?
"Non lo è più come una volta. C'è più gente che ne parla, ci sono più sopravvissuti, più modi per affrontare il problema, cure nuove. Vent'anni fa una diagnosi del genere era quasi una vergogna, ci si nascondeva. Oggi per fortuna non è più così. Io ho preso quei sintomi alla leggera per una sorta di riufiuto nei confronti di ospedali e medici, perché per anni ho sofferto di coliche addominali fortissime. E' scattato un meccanismo strano, quasi sapevo di avere qualcosa e avevo paura di scoprirlo. Il timore di sentirsi dire di avere un cancro è qualcosa che nessuno vuole immaginare".

La decisione di scrivere un libro è per dare coraggio ad altre donne?
"Il libro in realtà è nato per gioco e sotto un'altra luce. E' una sorta di diario di bordo che ho iniziato a scrivere quando ho lasciato l'Italia per seguire mio marito in Canada. Narravo in maniera leggera e ironica la mia esperienza in terra straniera, fino alla diagnosi. Ho deciso di continuare a scrivere e di mantenere quei toni ironici e leggeri un po' per dare forza agli altri, alla mia famiglia, alla mia amica, ma anche a me stessa. Poi mi sono resa conto che questi racconti potevano dare coraggio e un modesto contributo di motivazione a chi non aveva la mia stessa forza".

Oggi come sta?
"Sto bene, grazie. Sono molto contenta di essere viva e bisogna dirlo perché non è così scontato. Sono contenta perché la malattia mi ha dato l'opportunità di aprire gli occhi al miracolo della vita. Sulla parola opportunità voglio spiegarmi bene, perché può risuonare come un fastidioso dejà vu. Ecco un'altra che si ammala e parla di opportunità. Nessuno vuole la malattia e quando ti arriva un mattone in testa cosa fai? O piangi tutta la vita oppure cerchi di trasformare quel mattone in opportunità. La malattia mi ha svegliato e ho colto la sfida, l'opportunità, e oggi gioisco e sì, sto bene. Grazie".

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Un malato, soprattutto oncologico, dovrebbe avere la libertà di usare le parole che vuole. 
"Sì. E poi vorrei invitare tutti i pazienti oncologici a fare passi lenti ma instancabili, a darsi degli obiettivi giornalieri, a non guardare la cima della montagna e diventare curiosi. E' importante voler sapere di più e non fermarsi alle prime informazioni per divenire i direttori di orchestra della propria salute".

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