Radio Radicale, il silenzio può attendere (per ora)

Scongiurato per il momento il rischio di spegnere la voce della storica emittente nata nel 1976, un unicum nel panorama radiofonico italiano

Radio Radicale è salva (per ora), grazie all’approvazione dell’emendamento Pd in commissione alla Camera che prevede un ulteriore finanziamento di 3 milioni per il 2019. La voce della radio nata nel 1976 quindi per il momento non sarà spenta.

In quello stesso anno, Eugenio Finardi cantava “Amo la radio perché arriva dalla gente/ Entra nelle case/ E ci parla direttamente / E se una radio è libera / Ma libera veramente / Mi piace ancor di più / Perché libera la mente”. Una sorta di manifesto per una stagione culturalmente e radiofonicamente esaltante, che ha visto aggiungersi alle varie emittenti libere sorte in quegli anni anche quella creata da un gruppo di militanti radicali in un piccolo appartamento nel cuore del quartiere di Monteverde, a Roma.  

Radio Radicale: "Conoscere per deliberare"

Fin dall’inizio, Radio Radicale rifiutò il termine “controinformazione” molto in voga in quegli anni, come spiega la storia dell’emittente pubblicata sul sito, per dimostrare concretamente come invece fosse un vero e proprio servizio pubblico di informazione, in alternativa al monopolio allora incarnato dalla Rai, senza farsi solo radio di partito.

Fin dall’inizio lo slogan di Radio Radicale è sempre stato l’einaudiano “Conoscere per Deliberare” e, a fianco alla copertura sulle varie iniziative radicali, il palinsesto fin da subito si caratterizzò per la programmazione incentrata sull’attualità politica, con eventi trasmessi integralmente senza nessun taglio né mediazione giornalistica. Su Radio Radicale non ci sono spazi musicali commerciali. Da tempo tra un programma e l’altro si ascolta solo musica da requiem (Mozart, Verdi e Fauré): una scelta che risale al tempo della campagna radicale contro lo sterminio per la fame nel mondo. L’archivio sonoro di Radio Radicale è stato dichiarato di “notevole interesse storico” dalla Soprintendenza archivistica per il Lazio nel dicembre del 1993: "per la sua originalità, la vastità degli argomenti ed interessi, riveste il ruolo di fonte preziosa per la storia politica, culturale e sociale contemporanea". 

L'esperienza di "Radio Parolaccia"

Nel 1986, in seguito a una prima crisi per mancanza di finanziamenti, Radio Radicale decise di dare la parola ai propri ascoltatori, chiedendo loro di registrare un messaggio di un minuto sulla propria segretaria telefonica. L’interno era quello di raccogliere messaggi a sostegno della radio, ma ben presto quello che si riversò su nastro tracimò, andando ben oltre. E Radio Radicale mandò in onda tutti i messaggi, ancora una volta senza censure né tagli. Era nata inaspettatamente “Radio Parolaccia”, perché la maggior parte degli audio altro non erano che veri e proprio sfoghi sui temi più disparati, conditi da insulti e bestemmie. Nelle case degli italiani, per 35 lunghissimi giorni nell'estate nel 1986, entrò all’improvviso un “paese reale” che fino a quel momento si era ignorato: le opinioni da bar che uscivano dai bar e si riversavano nell’etere. Una cosa a cui oggi siamo abituati grazie/per colpa dei social ma che già all’epoca colpì ed indignò. Chi capì tutto, prima e meglio degli altri, fu ovviamente Marco Pannella: sua la decisione di trasmettere quelle chiamate senza nessun filtro. “C’è il moralista che borbotta, ma non c’è un sociologo che si prenda la briga di studiarle, quelle voci, e nemmeno un linguista che si metta ad analizzare la diversità delle parlate, le sfumature fonetiche, le inflessioni dialettali. Un enorme patrimonio di conoscenza, e loro lo sprecano così”, disse il leader radicale in un’intervista a La Stampa nel 1993.

radio radicale ansa 2-2

Lo stesso Pannella fu oggetto di insulti e critiche durante Radio Parolaccia, regolarmente mandati in onda. Un’anziana pensionata napoletana chiamò per dire la sua sui famigerati scioperi della fame di Pannella: “Nuie la fame a’ facimme senza ‘o sciopero. La nostra è ‘na fame radicale”. Questo e altri interventi sono ascoltabili nell’archivio di Radio Radicale e raccolti a suo tempo in un libro, quasi un instant book, con una prefazione di Oreste Del Buono: “Pronto?! L’Italia censurata delle telefonate a Radio Radicale”, edito nel 1986.

Nord contro Sud, fascisti e comunisti, laziali e romanisti, razzisti, negazionisti, bombaroli, erotomani, drogati in crisi d’astinenza, proposte sessuali. L’Italia razzista, fascista, paurosa e ignorante nei confronti del diverso, divisa territorialmente, sessista, antisemita, violenta, rancorosa, populista che oggi abbiamo imparato a conoscere era già lì, nelle segreterie telefoniche di Radio Radicale e in giro per l’etere. Tutti rigorosamente anonimi, tutti ansiosi di poter dire la loro liberamente senza filtri, grazie a quel minuto di attenzione a microfoni aperti. Quasi duemila telefonate al giorno tra il 30 giugno e il 14 agosto 1986. Violenza verbale e goliardia più estrema furono la cifra di Radio Parolaccia, che alla fine finì censurata. Il giorno di Ferragosto due funzionari della Digos andarono a sequestrare gli impianti di registrazione nella sede di Radio Radicale. Ma l’emittente ormai era salva: pochi mesi dopo il Parlamento estese anche alle radio il finanziamento pubblico per l’editoria di partito. Radio Radicale divenne organo del Partito Radicale.

Radio Parolaccia tornò due volte, nel 1991 e nel 1993, ancora una volta per salvare l’emittente dal rischio chiusura. Anche in quelle occasioni, la politica e i giornali scagliarono contro l’iniziativa di Radio Radicale.

Radio Radicale e la convenzione

Dal 1994 Radio Radicale si è aggiudicata la gara per l’assegnazione della convenzione per la trasmissione delle sedute parlamentari (fu l’unica emittente radiofonica a partecipare al bando), rinnovata poi di anno in anno. Lo scorso 15 maggio, in un’audizione in Commissione di Vigilanza Rai, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria Vito Crimini ha annunciato l’intenzione del governo di non rinnovare la convenzione con Radio Radicale. La convenzione era scaduta poi il 21 maggio: la commissione Bilancio della Camera aveva respinto tutti gli emendamenti per prorogarla.

Lo scorso 11 giugno, il Senato ha approvato una mozione di Lega e M5s per una riformulazione della convenzione con Radio Radicale, un rinnovo per la digitalizzazione dell’archivio (un patrimonio straordinario di oltre 500mila registrazioni dal 1976 ad oggi) e l’istituzione di una gara per i servizi radiofonici istituzionali.

Oggi l’approvazione dell’emendamento Pd (firmatari Filippo Sensi e Roberto Giachetti, in passato iscritto ai radicali e redattore della stessa emittente) per un finanziamento di altri 3 milioni per il 2019 che ha spaccato la maggioranza: l’emendamento, riformulato su proposta della Lega, aveva avuto parare contrario dal viceministro dell’Economia Laura Castelli. La Lega ha votato a favore insieme alle opposizioni, mentre il M5s ha votato contro. La misura punta a favorire la conversione in digitale e la conservazione degli archivi. I tre milioni per il 2019 sono “una pioggia di soldi pubblici ingiustificata”, secondo i deputati del M5s, secondo i quali la soluzione più era quella di “finanziare la conversione in digitale e la conversazione degli archivi multimediali, fino a una spesa massima di 1 milione di euro nel triennio”.

“L’approvazione dell’emendamento che concede a Radio Radicale un contributo straordinario di 3 milioni di euro è un importante primo passo in attesa dell’approvazione nell’Aula della Camera e poi nelle commissioni e nell’Aula Senato”, è il commento dell’emettente. “Si tratta di un primo risultato ottenuto grazie a tutti coloro che hanno partecipato alla lotta di questi mesi per la vita del servizio pubblico che la nostra emittente ha svolto negli ultimi 42 anni, servizio che l’Autorità per le Comunicazioni ha chiesto con segnalazione urgente al governo di non far interrompere, essendo scaduta la convenzione lo scorso 20 maggio, in attesa che venga messo a gara per i prossimi anni”.

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