Rifugiati e salvataggi in mare, appello all'Ue: “Qui con vie legali e sicure”

Intervista a Federico Fossi dell’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, che oggi ha presentato il rapporto annuale Global Trend alla vigilia della Giornata Internazionale del Rifugiato

EPA/JALIL REZAYEE

Nel 2018 le persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti sono state più di settanta milioni, il numero più alto mai registrato dall’Unhcr – l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati – nei suoi quasi settant’anni di attività. I numeri arrivano dal rapporto annuale dell’Unhcr Global Trends, pubblicato oggi alla vigilia della Giornata Internazionale del Rifugiato. “Il rapporto purtroppo evidenzia un trend in crescita oramai costante da sei anni. In tutto parliamo di 70,8 milioni di persone e questo rappresenta un nuovo record, il numero più alto mai registrato”, spiega a Today Federico Fossi dell’Unhcr. In quei 70,8 milioni di persone ci sono 25,9 milioni di rifugiati, 41,3 milioni di sfollati interni (ossia persone che fuggono e abbandonano le loro case ma non si allontano da quelle e non attraversano i confini del proprio paese) e 3,5 milioni di richiedenti asilo, in attesa di una risposta alla propria domanda di protezione internazionale. “E di quei 70,8 milioni di cui parlavano prima, è importante sottolineare che più della metà sono bambini e ragazzi al di sotto dei diciotto anni e in generale la metà sono sempre donne”, chiarisce Fossi. “Ricordo che l’80 per cento di queste persone in fuga viene accolta nei paesi limitrofi al proprio, questo perché il loro desiderio è quello di poter tornare a casa il prima possibile appena le condizioni di sicurezza, in casi di conflitto o di regimi, lo permettano. E i Paesi che li accolgono sono Paesi spesso a medio o basso reddito, che si fanno carico della gran parte dell’accoglienza dei rifugiati e ovviamente vanno sostenuti”, continua Fossi, uno dei portavoci dell'organizzazione. 

"L'Europa agisca in maniera unita"

In base al rapporto, l’Italia è al decimo posto nella classifica dei paesi in rapporto al numero di rifugiati accolti ogni mille abitanti. Nel nostro Paese il rapporto è di 3 rifugiati ogni 1000 abitanti, mentre ad esempio in Svezia il rapporto è di 25 ogni 1000 abitanti. “Non si tratta di fare una graduatoria ed evidenziare chi è più virtuoso e chi meno, quanto piuttosto di fare un appello affinché l’Europa agisca in maniera unita sotto questo punto di vista, dando la possibilità a chi fugge da guerre e persecuzioni di arrivare in Europa in maniera legale e sicura, condividendo le responsabilità e con strumenti quali la riunificazione familiare, le borse di studio per studenti, le sponsorizzazioni private, e tutta una serie mezzi che permettano ai rifugiati di non rischiare la propria vita in mare e non alimentare il traffico di esseri umani”.

Il Global Trend evidenzia come la crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore. La soluzione migliore per qualunque rifugiato è quella di poter fare ritorno a casa propria, volontariamente, e in condizioni sicure e dignitose. Poi ci sono altre soluzioni, come ad esempio l’integrazione nelle comunità di accoglienza o il reinsediamento. In quest’ultimo caso, però, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati.

“È evidente che le persone continuano a fuggire e il numero aumenta di continuo anche perché i dati relativi alle soluzioni a loro volta diminuiscono. Diminuiscono ad esempio i ritorni a casa in sicurezza dei rifugiati rispetto all’anno precedente e questo vuol dire che sempre meno rifugiati hanno la possibilità di tornare nel loro Paese, perché le condizioni di sicurezza non lo consentono”, spiega Fossi. “Il reinsediamento, che è lo strumento che consente ai rifugiati di esser trasferiti in un paese terzo e di usufruire di un percorso di integrazione ben definito, fa fatica: solo il 7 per cento delle persone che sono in lista di attesa sono state finora reinsediate. Questo che vuol dire? Che le persone non possono tornare a casa perché i conflitti continuano (ad esempio in Afghanistan, in Sud Sudan ma anche in aeree di crisi mai risolte come la Somalia o in Paesi con violazioni dei diritti umani come l’Eritrea) e non si vedono soluzioni. Di conseguenza, se aggiungiamo nuovi conflitti e guerre, le persone cercheranno di mettersi in salvo. Bisognerà intervenire in quei paesi con la diplomazia, con misure di sviluppo e far sì che le persone non siano costrette a fuggire, che poi è quello che loro vogliono”.

La situazione in Libia e i soccorsi in mare

Unchr è presente anche in Libia e tra le attività svolte, oltre all’assistenza degli sfollati – anche libici – dal conflitto, c’è anche l’assistenza all’interno dei centri di detenzione laddove viene loro permesso e la liberazione delle persone che hanno diritto alla protezione internazionale. “Li liberiamo e li trasferiamo a Tripoli nei centri di raccolta e partenza gestiti da Unhcr e dal ministero degli Interni libico e poi li trasferiamo o nei centri di transito in Niger e da lì ai paesi europei che li accolgono, o direttamente con operazione di evacuazioni umanitarie in Italia, come avvenuto dal novembre 2017 con quasi mille persone evacuate direttamente nel nostro Paese – dice Fossi – Sono misure salvavita per loro, soprattutto in questo momento. Con i combattimenti che si espandono, le persone rimangono bloccate nei centri o sono in fuga, ma con l’impossibilità di andare sia indietro sia avanti, rischiando la vita in mare: queste evacuazioni sono fondamentali. Ma al di là della precarietà della situazione, la possibilità di fare arrivare in Europa le persone con vie legali e sicure è un obiettivo fondamentale”.

Mentre parliamo, nel Mediterraneo la nave Sea Watch è ancora in attesa di un porto sicuro. “Sulla pelle di quelle persone viene inflitta una sofferenza aggiuntiva, dopo tutto quello che hanno patito in passato, e l’attesa in mare per giorni ormai è diventata una tendenza”, dichiara Fossi. “Quello che chiediamo come Unhcr è che vengano messi in atto meccanismi prevedibili e sicuri di sbarco, perché non possiamo permettere una situazione dove la soluzione viene trovata caso per caso, nave per nave. Ci vogliono meccanismi chiari, prevedibili e ordinati, per persone che hanno bisogno di essere assistiti e di cure mediche. Questi meccanismi devono essere condivisi da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, con una condivisione di responsabilità che coinvolta tutti gli Stati e non ricada solo su alcuni”.

L’Unhcr, come già pure l’Onu e il Consiglio d’Europa, ha espresso forte preoccupazione per quanto riguarda le disposizioni sui salvataggi in mare da parte di soggetti privati contenute del Dl Sicurezza bis. “Chiediamo che vengano riviste tutte le misure che prevedono ostacoli al soccorso in mare da parte di privati, siano essi organizzazioni non governative o mercantili privati, e che evidentemente non possono riportare in Libia le persone soccorso perché non è un porto sicuro”, dichiara Fossi. “Tutto ciò che da una parte ostacola il soccorso in mare è oggetto di forte preoccupazione da parte nostra. Se da una parte è vero che sono diminuiti gli arrivi, ciò non vuol dire le persone che non riescono a partire siano al sicuro perché si trovano nei centri di detenzione libica. Non solo: diminuiscono i morti ma, in termini relativi rispetto ai pochi arrivi, quel numero è aumentato proprio perché non ci son più le navi delle ong né le navi di soccorso. La rotta del mediterraneo centrale continua ad essere la più mortale. Tutto ciò è in conflitto con l’imperativo di salvare vite in mare ci preoccupa”.

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