Roberto Cerè: "Cosa fa un mental coach? Dimenticate lo psicologo, con me si guarda avanti" | L'INTERVISTA

Il numero uno in Italia, uno dei più influenti al mondo, i suoi 4 libri sono diventati dei best seller e il ricavato va tutto in beneficenza

Roberto Cerè

'Se vuoi puoi' è il titolo del suo primo libro, pubblicato nel 2010, ma anche il leit motiv della sua professione. Roberto Cerè è uno dei mental coach più famosi e influenti a livello internazionale, premiato recentemente alle Giornate del Cinema Lucano per i suoi numerosi successi in campo professionale e per l'impegno profuso nel campo della solidarietà come Presidente della MICAP for Children Onlus, Fondazione impegnata ad aiutare – in Italia e nel mondo – quei bambini che sono stati abbandonati e traditi dalla vita contribuendo, per esempio, alla realizzazione di orfanotrofi in Tanzania, Kenya e Senegal, di progetti di inclusione sociale per bambini italiani con autismo e di spazi ad alta densità educativa in quartieri poveri d'Italia.

Fondatore della Leadership Academy, il programma manageriale rivolto a imprenditori, liberi professionisti e marketing leader e Presidente del MICAP, il master di specializzazione in coaching ad alte prestazioni, i programmi formativi di Cerè sono stati seguiti da più di 100 mila persone, facendo di lui il primo coach italiano e il quarto mondiale per fatturato e numero di partecipanti. Una vera e propria eccellenza italiana apprezzata in tutto il mondo.

Un premio per un successo professionale di cui parla il mondo intero. Iniziamo da qui...
"Una grande soddisfazione. Dopo venti anni che faccio questo mestiere è bello che l'abbiano notato, ma soprattutto che abbiano notato questa professione che ormai ha preso piede anche in Italia. Professionisti che aiutano le organizzazioni o gli individui a trovare la propria via e ad applicarla senza indugio".

In Italia ci siamo arrivati dopo rispetto ad altri Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti. Di cosa si tratta?
"Ha preso piede più tardi non tanto per ignoranza ma per arroganza. L'italiano è la persona che crede di farcela sempre da solo, alla ricerca della propria soluzione o della scorciatoia. Visto i risultati importanti ottenuti nel mondo con queste tecniche, ci siamo convinti anche noi e ora gli italiani sono grandi clienti. Un coach è un professionista che è stato preparato a risolvere i problemi futuri, non passati. La differenza con lo psicologo è che lo psicologo va alla radice del perché, della causa che ha generato l'effetto del disagio o dell'immobilità e cerca di rimuoverlo. Il mental coach invece non ti chiede perché stai male, ma ti chiede cosa vuoi ottenere e va a prendere tutte le tue risorse potenziali, presenti o passate, e le mette a disposizione del tuo piano futuro. Ti chiede dove vuoi andare, mentre lo psicologo ti chiede cosa vuoi riparare. Uno guarda avanti, l'altro indietro".

In questi anni ha aiutato molte persone a trasformarsi in persone di successo. Qual è il segreto?
"Ho avuto il privilegio di guidare più di 100 mila persone dal vivo, che hanno partecipato ai miei eventi, a riflettere su dove si trovavano in quel momento, ad affrontare la realtà, a pianificare il futuro e promettersi un domani migliore rispetto ai propri parametri di successo, per poi agire. Ho lavorato con tanti individui ma anche con tante organizzazioni mondiali e quelle mi hanno dato delle grandi soddisfazioni. Lavorare 5 anni per la scuderia Ferrari, che si rivolge a te anche se non hai competenze nella Formula 1 per migliorare un Gran Premio, e vince tutto, è una grande soddisfazione. Lavorare per Benetton, Mattel, Gucci, per reparti di cardiochirurgia per migliorare processi all'interno della sala operatoria, quello ti dà soddisfazioni professionali significative".

E tra queste soddisfazioni ci sono anche i suoi libri...
"Sono quattro libri e tutti e quattro sono destinati alla beneficenza. Non ho mai preso un euro. Sono best seller e non solo di categoria, ma nella top 10 dei più letti d'Italia. Significa che l'italiano cerca la soluzione. Sono libri che hanno cadenziato un percorso. 'Se vuoi puoi' è un viaggio introspettivo, 'Storie impossibili' è la raccolta di 50 storie straordinarie di persone semplici e ordinarie che diventano straordinarie grazie a gesti di coraggio, 'Io ci sono' è il racconto di come superare alcune ferite come l'abbandono, il tradimento, e poi c'è 'Business intelligente' che è una scaletta operativa su come avviare il proprio business".

La voglia di destinare tutto a opere charity da dove nasce? 
"E' un po' il significato implicito di 'Io ci sono', che è il mio motto da circa dieci anni. Io ci sono non vuol dire 'guardatemi' ma 'puoi contare su di me'. Questo desiderio di beneficenza arriva un po' da un egoismo, dalla voglia di aver significato qualcosa, ma anche da un senso di gratitudine. La vita mi ha regalato così tanto, o mi sono preso così tanto, che non mi sarei mai aspettato. Vivo a Montecarlo, ho case a Dubai, in Danimarca, grazie a un business in cui non c'è un prodotto ma un personaggio che racconto qualcosa. Questo senso di gratitutine, di voler ridare, mi ha portato a costituire la fondazione MICAP for Children con cui destino parte dei miei ricavati a opere concrete come l'orfanotrofio a Pangai, in Tanzania, per 200 bambini sieropositivi".

Ha avuto diversi camei all'interno di film, ha mai pensato di produrne uno suo, magari proprio su questo lavoro?
"E' stato un progetto che ho intrapreso tre anni fa, sono stato a Roma per un po' di tempo, mi sono dato un budget di un milione e mezzo, con dei finanziamenti sarei arrivati ai 3 milioni. Una commedia italiana media solitamente è sul milione e duecentomila, con tre milioni si può fare qualcosa di bello, ma mi sono confrontato con una mentalità molto differente dalla mia. Ho sentito che non avrei avuto il controllo della mia produzione e questo non mi è piaciuto. O incontrerò un produttore che mi guida in questo mestiere, o resterà un progetto ancora nel cassetto. La potenzialità c'è, la volontà c'è e ci sono anche un paio di storie che avevo intuito e che ho condiviso con alcuni sceneggiatori".

Prima parlava di parametri di successo, ognuno ha il suo. Esiste una legge universale per la felicità? C'è una regola comune per stare bene?
"Prendo le parole di un filosofo che condivido perché quando non sono felice è perché ho violato una di queste tre formule. La felicità è quando hai qualcuno da amare, qualcosa da sognare e qualcosa da fare. Credo che quando uno ha qualcuno da amare, un progetto da sognare e una cosa da fare che piaccia, è sulla strada giusta, al di la di quelli che possono essere i risultati economici, sociali, di popolarità. A volte confondiamo il successo con altre cose".

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