"In fuga da un marito violento, così sono riuscita a riprendere in mano la mia vita"

Laura (nome di fantasia) è stata accolta nel progetto MammaBambino di SOS Villaggi dei Bambini tre anni fa con le sue due figlie. Oggi ha finito il percorso, ha un lavoro, una casa dove vivono tutte e tre insieme. “Spero che qualche donna legga questa mia testimonianza e trovi il coraggio di fare anche lei questa scelta, di non avere paura", racconta a Today

Immagine di repertorio Ansa

Laura (nome di fantasia) ha poco più di trent'anni, viene dall'Italia Settentrionale. Mamma di due bambine piccole, dalla sera alla mattina le ha prese ed è scappata via dalla casa in cui viveva con il padre delle figlie, un uomo violento e con problemi di alcolismo. Per loro è iniziato poi un lungo percorso al termine del quale lei è riuscita a riprendere in mano la propria vita. Oggi ha un lavoro e una casa dove vive con le bambine. Laura è una delle donne che si sono affidate alla comunità MammaBambino di SOS Villaggi dei Bambini, una ong che opera in Italia dal 1963 e che porta avanti tra le altre cose questo programma di sostegno e rafforzamento familiare.

“Quando sono arrivata non sapevo neanche più chi ero”, racconta a Today. “Sono stata vittima di una violenza che non era solo fisica, ma anche psicologica. Lui negava la realtà, non capivo più niente. Sono dovuta scappare dalla sera alla mattina, portando le mie figlie via con me, senza neanche poterle avvertire o preparare perché certo non potevo dire a delle bambine così piccole cosa stava succedendo”.

La storia di Laura

Una storia, quella di Laura, purtroppo ancora molto comune. In Italia una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita e sono circa 427mila i bambini e ragazzi che hanno assistito ad episodi di violenza dentro casa. Secondo l'osservatorio di SOS Villaggi dei Bambini negli ultimi anni sono aumentate le richieste di aiuto da parte di donne vittime di maltrattamento che chiedono protezione per loro stesse e per i propri figli.

"La situazione non era delle migliori – racconta ancora Laura - Ho cercato di mantenere unita la famiglia, soprattutto per il bene delle bambine, poi però la situazione è degenerata. Lui beveva, c’erano giornate a volte molto pesanti, un paio di volte sono anche finita al pronto soccorso”. Poi la decisione di scappare e l’arrivo nella comunità.

“All’inizio non capivo nemmeno di quale progetto si trattasse. Sapevo solo che non ce la facevo più. Non riuscivo a vedere nemmeno l’aiuto che mi offrivano. Poi mi sono sistemata, ho iniziato a parlare con le operatici, con le altre mamme che erano lì insieme ai loro figli e che avevano vissuto esperienze simili alle nostre. Dalle operatrici ho avuto un supporto continuo, emotivo e pratico. Inizialmente anche le bambine non riuscivano a capire, avevano scatti di rabbia, erano difficili. Loro mi hanno aiutato anche nel rapporto con le mie figlie”.

Una comunità per aiutare donne e bambini vittime di violenza in famiglia

L’esposizione dei bambini alla violenza perpetrata all’interno delle mura domestiche influisce in modo negativo sullo sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale, con pesanti effetti sia nel breve, che nel lungo periodo, ricordano da Sos Villaggi dei Bambini. Più i bambini vengono colpiti in tenera età, maggiori e più intensi saranno gli effetti negativi che subiranno, a partire da deficit nella crescita e ritardi nello sviluppo psico-motorio per poi arrivare ad avere ripercussioni sull'autostima, sulla capacità di empatia e sulle competenze intellettive, passando per l’acuirsi di emozioni particolarmente negative quali la paura costante, il senso di colpa, la tristezza e la rabbia. La violenza domestica, inoltre, può mettere a rischio il rapporto tra una madre che la subisce e il figlio che vi assiste. Una mamma turbata e traumatizzata dalla violenza, infatti, ha più probabilità di mettere in atto comportamenti contraddittori verso il proprio figlio, comportamenti che denotano paura e che a loro volta spaventano i bambini.

Violenza sulle donne, istruzione e lavoro non bastano: "Serve l'indipendenza economica"

Il progetto “MammaBambino” si sviluppa presso i Villaggi SOS in Italia e in un programma di affido familiare a Torino, con diverse tipologie di servizi. Le operatrici si occupano del sostegno alle giovani madri e alle gestanti che hanno bisogno di aiuto per ragioni sociali o perché prive di relazioni familiari valide, ma ci sono anche sono progetti assistenza per le donne vittime di violenza (eventualmente insieme ai loro figli) che sono state costrette ad allontanarsi da casa e hanno soluzioni abitative alternative né un’indipendenza economica che le permetta di sostenere le spese necessarie per un’abitazione. Sono anche previsti degli “appartamenti per l’autonomia”, che accolgono i nuclei che sperimentano una fase di maggiore autonomia, sia dal punto di vista del rapporto mamma-bambino sia per quanto riguarda la vita quotidiana (la ricerca di un lavoro e di una casa, la gestione del risparmio economico). 

Oggi, con il progetto “MammaBambino”, SOS Villaggi dei Bambini gestisce una rete di alloggi in grado di accogliere circa 33 giovani donne con i loro figli, per un totale di circa 90 beneficiari l’anno, ed è possibile sostenerlo contribuendo alla raccolta fondi "Non è un gioco" attiva fino al 3 marzo con un sms o chiamata da rete fissa al numero solidale 45590.

"Quando una donna resta senza lavoro diventa dipendente"

“Le operatrici mi sono state vicino sotto ogni punto di vista. Raccoglievano i miei momenti di tristezza o di rabbia. Ho trovato una famiglia lì dentro. Non mi fidavo di nessuno e loro mi hanno ridato fiducia anche in me stessa. Non ero più in grado di fare niente da sola, neanche riempire un modulo. Mi hanno aiutato a cercare un lavoro. Mi sono state vicine sempre con molto tatto e delicatezza. Sono riuscita a riprendere in mano la mia vita, a riavere la mia autonomia”, ricorda Laura. Lei e le figlie sono state seguite dal progetto per un anno e mezzo. “Sono riuscita ad avere una casa, ad arredarla, a gestire le mie bambine. Sono contentissima di essere entrata nel progetto. Ho di nuovo un lavoro, anche se precario. Io ho sempre lavorato, poi c’è stato un periodo in cui non ho lavorato e lì la violenza è aumentata, una vera e propria escalation. Quando una donna resta senza lavoro diventa dipendente. In quel caso ci fu proprio un’escalation”, racconta.

Quanto al padre delle bambine, anche lui insieme a Laura ha dovuto seguire dei percorsi psicologici, sempre con il supporto delle operatrici. All’inizio nei suoi confronti dominava ancora la paura, oggi sono riusciti a costruire dei rapporti civili. “Si è creata una situazione di tranquillità e rispetto, soprattutto per il bene delle bambine”.

E’ stato un percorso lungo e difficile, ammette Laura. “Non è immediato. Ci vuole tempo per dire: ‘Ce la faccio in tutto da sola’. Ora sono uscita dal progetto, vado sicuramente più spedita ma questo perché ho avuto dei punti di riferimento molto forti. Per adesso riesco a dirmi: ‘Ce la posso fare’. Per poter affermare: “Ce la faccio”, la strada però è lunga, ma così è già molto”.

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“Spero che qualche donna legga questa mia testimonianza e trovi il coraggio di fare anche lei questa scelta, di non avere paura. Ce la si fa, lo posso dire. Doloranti, ma ce la si fa”, conclude.

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