Mauro e Stefano, storie di speranza: dal tumore ai successi nello sport

Entrambi testimonial dell'Airc, Mauro Martelli e Stefano Selva hanno combattuto il tumore grazie alla determinazione e alla ricerca scientifica, macinando record e medaglie nello sport

Una vita normale, poi all'improvviso il corpo che manda segnali inaspettati. Le analisi cliniche, i sospetti dei medici, altre analisi, infine la diagnosi: tumore. Quella vita normale da quel momento diventa una sfida e ogni giorno un traguardo raggiunto. Lo sanno bene Mauro Martelli e Stefano Selva. Livornese uno, perugino l'altro, tutti e due uomini di sport, hanno in comune l'aver avuto nella propria vita un prima e un dopo: una diagnosi terribile a cui sono seguiti anni di terapie e sofferenze, ma anche grazie alla ricerca la possibilità di andare avanti. Sono entrambi testimonial dell'Airc, che torna oggi in oltre tremila piazze italiane con le Arance della Salute, un appuntamento che si rinnova ormai per il trentesimo anno, per raccogliere nuove risorse per la ricerca e per informare il pubblico su comportamenti e abitudini salutari.  

Mauro Martelli, il campione che macina record per beneficenza

Il 25 maggio 2012 Mauro Martelli ha scoperto di avere un tumore mentre stava preparando il record mondiale di indoor rowing, una disciplina del canottaggio. Delle strane febbri e delle perdite ematiche dall'ano lo spinsero a fare dei controlli, da cui venne fuori che aveva un tumore, un adenocarcinoma dentro l'ampolla rettale. "Il giorno della diagnosi, come per tutti, è stato una vera doccia fredda. Convocai una conferenza stampa per comunicare la mia malattia, feci quel record e poi diedi addio alla mia attività agonistica. Però mi dava noia veder scritto sui giornali 'è malato', 'ex vogatore'. Parlai con gli oncologi e chiesi se secondo loro potevo continuare ad allenarmi. Mi dissero di sì e così feci", racconta Martelli, che non ha mai smesso di allenarsi nemmeno durante le terapie molto agguerrite a cui era stato sottoposto per curare il suo tumore. "Facevo spinning mentre facevo la chemio. Ho continuato ad allentarmi tutti i giorni, come se niente fosse. Avevo preso la malattia come una gara. Mi resi conto che il mio fisico reggeva bene nonostante i bombardamenti chemioterapici e allora mi detti l'obiettivo di partecipare ai campionati italiani nel novembre 2012. Mi presero un po' per folle, i medici oncologici si sostituirono alla medicina sportiva, mi davano l'ok ogni settimana se poter continuare o no. Andai ai campionati italiani e vinsi", ricorda.

Diventato testimonial Airc, Martelli ha continuato a portare avanti cure e allenamenti. A febbraio 2013 l'intervento di resezione anteriore del retto, un breve stop e poi di nuovo sotto con la preparazione atletica. Qualche mese dopo, a settembre, un altro record nel giorno in cui raddrizzarono la Costa Concordia, quasi un omaggio alle vittime. Poi un altro record, un altro e un altro ancora, tra campionati italiani, europei e mondiali. "Anche se ho quasi 54 anni, continuo a fare record. Lo faccio per me ma anche per chi sta ancora male, per dare una voce e magari uno spiraglio, un modo per poter sperare e dare lo stimolo per combattere. Organizzo record mondiali ora solo ed esclusivamente per beneficenza. Se sto qua è perché qualcuno mi ha aiutato, mi sento in dovere di farlo e con grande piacere", spiega. "La prevenzione è fondamentale. La gente ascolta un malato o un ex malato molto più di un medico. Dico sempre che da un tumore si può anche guarire, bisogna mettere i controlli da fare in calendario come se fossero quelli dell'assicurazione dell'auto", ribadisce lo sportivo: "Il tumore mi ha tolto tanto e gli strascichi me li porterò dietro per tutta la vita, però mi ha dato più di quanto mi ha tolto".

Stefano Selva e la conquista del podio dopo il trapianto di midollo

Anche per Stefano Selva la ricerca ha significato poter continuare a vivere. A soli 25 anni gli è stata diagnosticata una leucemia mieloide cronica. Sportivo anche lui, calciatore, all'improvviso aveva notato una protuberanza vicino al coccige. Un controllo medico riportò valori completamente sballati per i globuli bianchi, da lì esami su esami alla ricerca del problema fino alla conferma. "Una bella botta", ricorda. Nessuno tra i suoi parenti o amici era compatibile per un trapianto ma "nella sfortuna, ho avuto la fortuna di avere una forma cronica di questa malattia, quindi ho potuto tenerla sotto controllo dal 1998 alla fine del 2000 tramite i medicinali", ricorda, finché il suo fisico ha iniziato a non tollerare più i farmaci. Qualche mese dopo è arrivata la possibilità di fare il trapianto, grazie a una donatrice trovata nella banca dati. "Il 1 marzo del 2001, a Genova, ho ricevuto questo splendido dono che mi permette di essere adesso qui a parlare con te al telefono e di poter fare tutto quello che di bello ho fatto a partire da quella data", spiega, ricordando i primi mesi difficili, le complicazioni e poi via via la possibilità di tornare a fare una vita normale prima con lunghe camminate, in seguito la corsa, poi di nuovo il calcio.

"Mi sono avvicinato di più al podismo, scoprendo anche vari altri sport e che esistevano delle nazionali di atleti trapiantati, con cui partecipare a diverse attività, tra campionati italiani e mondiali. Nel nostro piccolo, dopo il percorso che abbiamo fatto, per tutti noi della nazionale trapiantati l'intento è promuovere il messaggio della donazione, poiché siamo qui proprio grazie a chi dona, e di conforto e supporto morale a chi sta affrontando adesso il percorso che noi stessi abbiamo affrontato".

Con il trapianto per Stefano è iniziata una seconda vita. "Durante il trapianto o dopo, mi è capitato di sentirmi dire: 'Hai affrontato questo percorso, sei stato forte, io non so se al posto tuo ce l'avrei fatta'. Invece io rispondo a tutti che ognuno di noi ha una grande forza ma che uno non se ne rende conto finché non si trova nella condizione di dover lottare per la sopravvivenza. È uscito fuori per me Stefano, ma è così per tutti. Mi ha dato la consapevolezza che con la determinazione puoi affrontare cose che credevi invece di non poter affrontare", ma oltre alla determinazione personale "ovviamente una delle cose più importanti è la ricerca e i medici che tramite la ricerca nel tempo hanno sempre più migliorato la condizione di vita del paziente anche dopo il trapianto. È fondamentale e importantissimo non solo quello che fanno i medici, ma anche quello che fa chi lavora nelle 'retrovie', che stanno in laboratorio per trovare soluzioni sempre meno invasive per risolvere le problematiche".

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