giovedì, 27 novembre

Cronache marziane

Cronache marziane

A cura di Rossella Lamina

Nasce in un'epoca di diffuso ottimismo che un po' le rimane addosso - ma sempre unito al pessimismo della ragione. Giornalista pubblicista, lavora come sceneggiatrice per il cinema, critico cinematografico, organizzatrice culturale, libraia, in un andirivieni fra Italia e nord Europa. Purtroppo non sopporta il freddo e si stabilisce in patria. A questo punto, però, "scende in campo": si occupa dell'ufficio stampa dell'USB (Unione Sindacale di Base), di documentari e, a tempo perso, di giardinaggio e orticultura.

Se l'acqua potabile ci arriva con l'amianto

Redazione 8 ottobre 2013

C’è amianto nelle tubature degli acquedotti italiani. Sì, avete capito bene: l’acqua che arriva nelle nostre case, che usiamo per bere, lavarci, cucinare, passa attraverso chilometri di condutture in cemento-amianto. L’allarme viene da “H2A”, documentario che verrà proiettato in anteprima nazionale il 15 ottobre prossimo a Bologna, presso Europa Cinema, in via Pietralata 15a, alle ore 19.00.

Come tanti altri problemi dalle implicazioni gravi e di portata incalcolabile, la presenza di amianto negli acquedotti è una realtà nota agli addetti ai lavori ma ben poco al resto della cittadinanza. A noi, popolo bue, niente informazioni. Casomai ci vengono riservate ramanzine sui “corretti stili di vita”: non fumate, non bevete alcol e andate a letto presto (vedi l’ultima della serie fatta dal ministro della “Salute” Lorenzin agli abitanti della “terra dei fuochi” in Campania). Ma certo, è sempre facile gettar la croce addosso ai comportamenti individuali: è a costo zero – e se ti viene il cancro, è colpa tua…

A rompere il silenzio ci pensano due filmaker indipendenti,  Giuliano Bugani e Daniele Marzeddu, che con “H2A. L’acquedotto in amianto” (qui il trailer) cominciano appunto ad esplorare la questione partendo dall’acquedotto dell’Emilia Romagna che, considerando la sola città di Bologna, vede 1.800 chilometri di tubature per l’acqua potabile costruite in cemento-amianto.

“Rossella, mi togli dieci anni di vita”, mi ha detto un amico bolognese a cui raccomandavo la visione del film. “Massimo, beviamoci su qualcosa di forte”, gli ho risposto io, visto che la  questione non riguarda solo l’Emilia Romagna ma l’intero territorio nazionale, dove negli anni Sessanta e Settanta del 1900 il cemento-amianto è stato largamente utilizzato per gli acquedotti, le fognature, i tetti delle case – tanti quelli che a Roma circondano anche la mia abitazione…

Non è ancora accertato l’impatto sulla salute dell’amianto ingerito. Sappiamo però – pur con grave e colpevole ritardo - quali danni provoca quello inalato. L’ “aerodispersione”, la diffusione nell’aria dell’amianto, sarebbe possibile anche quando apriamo i rubinetti per farci una doccia o lavare le stoviglie.

La bonifica di questo orrendo materiale sarebbe sì una vera grande opera, indispensabile al Paese. Potrebbe attivare circoli virtuosi, di salute e nuova occupazione: alla faccia dei fautori dell’austerity e del pareggio di bilancio nella Costituzione.

Della tragedia amianto, Guliano Bugani, insieme a Salvo Lucchese (che in H2A firma le riprese), si era già occupato nel suo precedente documentario “Anno 2018: verrà la morte, l’amianto in corpo” , dedicato ai lavoratori esposti alla sostanza, il cui picco delle morti è previsto, appunto, nel 2018.

Proprio a seguito del dibattito suscitato dalle proiezioni di quel film, nasce l’idea di realizzare il successivo H2A, inchiesta che affronta la questione con oncologi,  esperti del settore, esponenti di associazioni degli “esposti amianto” e “comuni cittadini” bolognesi.

“Spicca il silenzio imbarazzato delle istituzioni”, riferiscono gli autori di H2A. Su queste due interessantissime figure di filmaker e sulla formula produttiva del loro ultimo lavoro vorrei spendere qualche parola in più.

Giuliano Bugani è nato a Ozzano Emilia, (BO) nel 1961. Operaio metalmeccanico ed ex batterista, autore di poesie, testi teatrali, romanzi, fiabe per bambini. Sono molti i documentari al suo attivo, fra cui ricorderei (solo in quanto già visti di persona) “Liberate Silvia” (2005), a sostegno della liberazione della Baraldini, e  “La mia bandiera. La resistenza al femminile” (2011).

Daniele Marzeddu, bolognese del 1978 con origini sarde, si definisce fotografo e videomaker freelance, animatore culturale nonché sassofonista ska.  Dopo diversi film, con “Gli zoccoli nuovi” vince quest’anno la sezione Documentari del Festival “Il gusto della memoria”.

Insieme i due hanno già collaborato ad un altro film, Fiom. Viaggio nella base dei metalmeccanici”, che meriterebbe un approfondimento a sé.

“H2A. L’acquedotto in amianto” è stato realizzato grazie all’iniziativa dell’ Associazione Orfeonica di Bologna e al crowfunding, un’azione di finanziamento collettivo, attivato tramite il sito di giornalismo partecipativo publicobene.it, e verrà distribuito attraverso licenza creative commons.

Credo sinceramente che il lavoro di Bugani e Marzeddu vada sostenuto e mi permetto di rivolgere a tutti i bolognesi l’invito ad andare all’anteprima di H2A. Dimenticavo: l’ingresso è libero, come gli autori del film…

Giuliano Bugani Daniele Marzeddu

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