Disturbi letterari

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Intervista a Zerocalcare: Rebibbia, gli zombie e il fumetto oggi

Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è ormai il fumettista più seguito d’Italia. Sia che capitate “ogni maledetto lunedì su due” sul suo blog a fumetti, sia se avete già letto i suoi libri “La profezia dell’armadillo” e “Un polpo alla gola”, ormai sapete di chi stiamo parlando.

In libreria trovate “Dodici”, l’ultima fatica del nostro, che stavolta si cimenta in un’opera a tema: gli zombie invadono il quartiere romano di Rebibbia dove vivono Zerocalcare e il suo amico di sempre Secco, che avranno a disposizione soltanto dodici ore per scappare e salvarsi. In mezzo ci sono ancora una volta il racconto di una  quotidianità “fantastica” vista con l’occhio di un trentenne di oggi, precario, pessimista, sarcastico, spesso chiuso in casa davanti al computer o con gli amici, e le sue considerazioni sul mondo che lo circonda, ma anche la difesa della periferia dall'invasione, quella vera, che snatura e omologa ("Non verrete qui a suonare i vostri bonghi! Questa non sarà mai una terra di fottute apericene! Quanteveriddio Rebibbia non sarà il nuovo Pigneto", grida uno dei personaggi di "Dodici"), la voglia e il tentativo di mettersi alla prova sperimentando nuove strade narrative, giocando con l'epica horror e la riflessione esistenziale.

Come nasce l'idea di un fumetto con gli zombie che invadono Rebibbia dopo storie come "La profezia dell'armadillo" e "Un polpo alla gola"?

"Avevo bisogno di staccare dalla narrazione autobiografica, specie in un momento in cui stavo lavorando ad una storia molto delicata e per certi versi dolorosa che riguarda me e la mia famiglia. Ho pensato che provare a scrivere un racconto di pura fiction, senza implicazioni 'generazionali', mi avrebbe rilassato ed anche messo alla prova su un terreno che non ho mai sperimentato. E poi gli zombi sono il mio amore da quando sono piccolo, subito dopo i dinosauri".

"Dodici" è anche una dichiarazione d'amore per Rebibbia, il tuo quartiere. Ne parli come se fosse un'oasi. E' il tuo luogo dell'anima? 

"Rebibbia è il quartiere dove sono cresciuto e non riesco ad immaginare una vita fuori da quel rettangolo di cemento. Non mi sono mai allontanato per più di 4 giorni da quando ho 13 anni. Non credo sia un'oasi, anzi credo che abbia mille difetti, ma che sia capace di generare un sentimento di appartenenza che è in grado di superarli tutti. Ma penso che ogni quartiere, ogni borgata di Roma eserciti lo stesso potere su chi ci è cresciuto".

Le tue sono storie molto autobiografiche ma in "Dodici" la tua figura resta quasi sullo sfondo, con Secco elevato da comprimario a protagonista insieme a Cinghiale. L'armadillo compare addirittura solo nelle ultime pagine, nell'unico momento in cui sei in scena da solo. Hai scelto di nasconderti un po' stavolta perché ti eri scoperto troppo prima?

"Non volevo esserci per essere più libero di inventare una storia che non prendesse spunto da eventi veri. Se metto in scena me stesso, sento una specie di dovere di fedeltà alla realtà che in questo caso era molto limitante. Ma in realtà tutte le parti su Rebibbia non sono altro che la sublimazione della componente autobiografica della narrazione. Attraverso il racconto del quartiere c'è il racconto delle mie emozioni, di quello che conosco meglio". 

Il tuo stile è molto personale e il tuo è uno dei pochi blog a fumetti in Italia. A chi ti sei ispirato? C'è qualcuno che sta seguendo le tue orme?

"Il format del blog a fumetti è molto diffuso in Francia, e io ho saccheggiato a pieni mani da autori come Penelope Bagieu e Boulet. In Italia c'è un filone di web comic che esisteva ben prima di me e che in questo momento sta generando anche dei fenomeni di successo, ma raramente gli autori mettono in scena se stessi. Un po' mi dispiace perché io invece vorrei proprio leggere dei diari a fumetti, magari di chi lavora in ufficio, la narrazione del mondo del lavoro precario odierno, è una cosa che secondo me manca proprio in questo paese...".

Nei tuoi fumetti c'è un po' di tutto, dagli anime alle serie tv. Ma c'è anche molto cinema Che tipo di film guardi?

"Guardo tutto, dai cartoni della Disney ai polpettoni giapponesi passando per Bruce Willis e Von Trier. Però poi nei fumetti cerco di citare perlopiù le cose che sono patrimonio collettivo, per una questione di accessibilità. Se dovessi citare tutto quello che guardo penso che parlerei a 50 persone in tutta Italia". 

Ti pesa essere considerato il cantore di una generazione immatura e precaria? 

"In generale mi pesa essere considerato il cantore di altro che non di me stesso. Non ho nessuna delega da parte di una generazione per raccontarla, e non credo che la mia generazione si possa riassumere nelle cose, spesso anche molto leggere, che scelgo di raccontare sul blog. Lì c'è una piccola parzialità della mia vita, che probabilmente è sovrapponibile a quella di molti, per consumi, emozioni, contesto. Ma non ho mai avuto la pretesa di raccontare nient'altro che quella parzialità".

UN POLPO ALLA GOLA: LA RECENSIONE SU TODAY.IT

Qual è il tuo rapporto con i social network e la televisione?

"Con la televisione quasi nullo, nel senso che 4 anni fa mi si è rotta l'antenna e da allora per pigrizia non l'ho mai più riparata. Se proprio c'è una cosa che mi interessa vado a vederla da mia madre. Però guardo in rete praticamente ogni serie tv che viene trasmessa in Italia, è proprio la mia linfa vitale. Coi social network invece c'è un rapporto di amore/odio, da un lato sono quelli che hanno aiutato a far emergere il mio lavoro, dall'altro si sono trasformati in uno strumento di accollo continuo sulla mia vita, per cercare di tenere insieme la loro funzione 'professionale' con quella che era fino a due anni fa, ovvero perdere tempo coi miei amici davanti al computer...".

Hai la fama di essere molto timido. Makkox ti ha dovuto scavalcare e aprirti lui un blog per convincerti a pubblicare le prime storie in rete. Era il novembre 2011. Come sei cambiato nel frattempo? 

"Non sono cambiato, ho ancora la stessa ansia prima di ogni presentazioni, la stessa incapacità di parlare di fronte a un pubblico senza fissarmi le scarpe, la stessa insicurezza prima di postare ogni storia sul blog. 'Oggi non verrà nessuno' e 'Questa storia farà schifo a tutti' sono le due frasi che ho ripetuto più spesso negli ultimi due anni".

Come sei arrivato al fumetto e quando hai capito che poteva diventare una professione "vera"?

"Ci sono arrivato dai centri sociali. Ho iniziato con le locandine e le storie per gli spazi occupati e per i concerti punk, e da lì sono sconfinato nelle pubblicazioni affini, prima le fanzine e poi riviste come Carta o il quotidiano Liberazione. Nulla con cui pagare l'affitto, comunque. Quello è successo solo dopo che il blog ha cominciato ad ingranare e a fare da traino per le vendite del libro, che a loro volta hanno generato collaborazioni con riviste più note, trasformando effettivamente tutto questo in lavoro. Quanto però possa durare ancora lo ignoro, per questo continuo a faticare nel definirla una professione 'vera'."

Prossimi progetti oltre al blog?

"Da oltre un anno sto lavorando ad un libro sulla mia famiglia che intreccia le storie di diverse generazioni, un progetto particolarmente impegnativo e lungo perché solo in parte autobiografico, a cui vorrei dedicare tutto il 2014".

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Alla fine i libri non sono tanto un lusso quanto una necessità, e leggere è una malattia da cui non vuole essere curato

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