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L’iniziativa francese sulla Libia: tanto fumo e (di nuovo) poco arrosto

Libya Chief of Staff, Marshall Khalifa Haftar, President of the Libyan House of Representatives in Tobruk Aguila Saleh Issa Chairman of the Presidential Council of Libya, Fayez al-Sarraj and President of Libya High Council Khaled Mechri attend the International Congress on Libya at the Elysee Palace in Paris, France, 29 May 2018. EPA/ETIENNE LAURENT / POOL MAXPPP OUT

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha convocato il 29 maggio una conferenza internazionale sulla Libia. La tempistica ha fatto insospettire qualche osservatore, lasciando l’impressione che l’Eliseo voglia dare slancio al proprio ruolo sul dossier libico approfittando della contemporanea assenza dell’Italia, che il 29 maggio era in piena crisi istituzionale. In realtà, già nel luglio dello scorso anno Macron aveva assunto l’iniziativa ospitando all’Eliseo il capo del Governo di accordo nazionale (Gna) Fayez al Sarraj e il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Si era raggiunta un’intesa che Parigi non aveva esitato a definire “storica”, ma che alla prova dei fatti si è rivelata fragile e inconsistente.

Libia, la Conferenza di Parigi

Questa settimana Macron ci ha riprovato estendendo i colloqui ai rappresentanti di tutte le parti coinvolte nella crisi, dei paesi della regione e delle organizzazioni internazionali. Dalla Libia sono arrivate quattro delegazioni: quella guidata da Sarraj, il cui esecutivo gode della legittimazione delle Nazioni Unite ma la cui autorità non si estende molto oltre la capitale Tripoli; quella militare di Haftar, che lentamente sta puntellando il proprio controllo sulle regioni della Cirenaica e del Fezzan; quelle, infine, dei due parlamenti rivali: la Camera dei rappresentanti di base a Tobruk, riconosciuta come legittima dalla comunità internazionale, e il Consiglio di Stato di Tripoli, dominato da forze politiche di matrice islamista.

Elezioni in Libia il 10 dicembre 2018

Pur sedendosi attorno allo stesso tavolo, queste delegazioni sono rimaste però trincerate dietro il fuoco incrociato dei veti, con Tobruk che non riconosce l’autorità del Governo di accoro nazionale come interlocutore e Tripoli che non riconosce l’autorità di Haftar. La conferenza di Parigi ha prodotto così un documento finale che non è stato firmato dalle parti ma che ha incassato l’impegno “verbale” dei partecipanti a organizzare nuove elezioni legislative e presidenziali per il 10 dicembre prossimo. Si tratta di un risultato altisonante, ma che di concreto ha ben poco (esattamente come l’accordo del luglio 2017). Sarà veramente difficile dare credibilità al voto in uno scenario governato da una miriade di realtà contrapposte, con ampie fette di territorio fuori dal controllo di istituzioni riconoscibili. Allo stato dei fatti, inoltre, manca ancora una Costituzione che garantisca una cornice giuridica alle elezioni.

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L’impressione è, ancora una volta, che l’iniziativa francese sia stata un’operazione poco pratica e molto propagandistica. La crisi libica resta un affare intricato e la soluzione non si troverà con un invito a cena. Il nuovo governo italiano, se lo vorrà, potrà ancora dire la sua.

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Uno spazio sui fatti della politica internazionale, selezionati in modo rigorosamente arbitrario. Gianmarco Volpe, classe 1985, è giornalista professionista e commentatore di esteri per diverse testate nazionali. Segue, in particolare, le cronache dal mondo arabo e s’interessa di jihadismo e dintorni. Tutto questo, però, se di mezzo non c’è una partita del Napoli

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