Le affinità elettive

Le affinità elettive

I romani hanno perso la loro Estate: colpa dei pochi soldi ma anche delle poche idee

Quando la stagione è ormai inoltrata, arriva con grande ritardo la graduatoria degli eventi dell’Estate romana. L’annuncio l’ha fatto, non senza un certo orgoglio, il neoassessore alla Cultura dell’era Raggi Luca Bergamo, l’inventore del festival Enzimi, amico di Rutelli, collaboratore di Giovanna Melandri, uno che sa insomma che senza un guizzo creativo il destino che incombe sulla Capitale è quello di una lenta e pigra decadenza. Ma per l’Estate romana non c’è solo il calendario impietoso, non c’è solo la beffa delle risorse mancanti e della cassa vuota in Campidoglio che costringono ad una manifestazione sottotono e che stancamente replica se stessa. Il fatto è che la kermesse da anni non svolge più la funzione per cui era nata: diffondere leggerezza, desiderio di fruire degli spazi cittadini, riscoperta dell’aspetto ludico anche nei momenti tragici e di crisi. 

Quando Renato Nicolini la inventò, nel 1977, fu pensata come l’irruzione dell’effimero nella pesantezza di una città blindata e impaurita dagli anni di piombo. E ancora come un’occasione ai giovani di periferia per riappropriarsi di un centro storico che, cuore pulsante della comunità cittadina, era e doveva essere di tutti. Concetti che il tempo ha disintegrato: oggi l’intrattenimento colto è considerato una moda sopravvissuta a se stessa e snobbata dai ventenni catturati nel gorgo della rumorosa movida romana che ha i suoi territori privilegiati e che viene condotta e sperimentata in conflitto con i residenti. 

Inoltre, i luoghi deputati all’evasione cambiano di continuo: l’Auditorium d’impronta veltroniana non attira più come un tempo mentre sono in ascesa Ostiense o il Pigneto. La fotografia dell’insoddisfazione dei romani è restituita dai sondaggi: nel febbraio scorso il 73% dei residenti si dichiarava insoddisfatto della qualità della vita nella Capitale e i voti sui servizi offerti monitorati dall’omonima Authority erano lo specchio di una delusione crescente: insufficienza a rifiuti, illuminazione, trasporti. Un voto oltre il 7 solo per i servizi culturali, ma grazie a Palaexpo e Auditorium. L’Estate romana, ormai ridotta a sfilata di bancarelle lungo il Tevere, è archiviata nella memoria dei cittadini.
 
Roma e la cultura non vanno più d’accordo? Forse no, complice anche il disastro d’immagine causato da Mafia Capitale e il residuo di un certo atteggiamento material-aziendalista secondo cui con la cultura non si mangia. Oggi l’attesa renaissance romana si lega al termine “bellezza”. Ne ha parlato la sindaca Virginia Raggi, ne parla il candidato sconfitto Roberto Giachetti (la sua associazione appena messa in piedi e pronta al debutto si chiama “Roma bella”) e ci ironizzano sopra artisti e intellettuali. Sorride amaro Carlo Verdone: “Hanno fatto il film La grande bellezza, ma Roma è una salma, qualcuno se ne prenda cura”. 

E’ caustico Fulvio Abbate, che vive a Monteverde ma è originario di Palermo: “A Roma non devi fare nulla, solo salvaguardare lo splendore che ti circonda, io mi autoassegnerei il laghetto di Villa Borghese”. E infine Filippo La Porta (autore del libro Roma è una bugia, Laterza) celebra proprio la contraddizione che caratterizza la città eterna, il suo essere città di vita e di agonia, dove tutto parla di “una apocalisse continuamente rinviata”. L’Estate romana nacque proprio per sospendere questa sensazione crepuscolare, per “colorare” la metropoli e assicurarle almeno una dose di freschezza e di energia. E nel 2016 l’occasione è stata nuovamente perduta. 

Le affinità elettive

" Da venticinque anni seguo la cronaca politica con particolare attenzione al mondo della destra cui ho dedicato tre libri, tra cui un titolo sulle ""camicette nere"" (le figure femminili emergenti in un ambiente allergico al femminismo). Ma la mia vera passione sono la storia e la filosofia medievali. E' lì che ti imbatti negli interrogativi che contano... "

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