Le affinità elettive

Le affinità elettive

Non criticate Pokemon go, in fondo è solo la caccia al tesoro dell’era globale

Demonizzare il gioco della caccia ai Pokemon è una maniera per invocare troppa serietà, per non abbandonarsi alla leggerezza, per espellere la spensieratezza dal quotidiano. Invece di prendere sul serio l’homo ludens – come ammoniva Johan Huizinga – vogliamo estromettere il giocodal nostro orizzonte di tempo meccanicizzato, salvo poi tollerare puerilismi insopportabili: sessantenni che si credono ventenni, ventenni che si credono adolescenti fino a 40 anni, ragazzini che comandano sui genitori incapaci di diventare adulti… Ora: Pokemon go è davvero il passatempo di masse incolte? In fondo, è una riedizione dell’antica caccia al tesoro e ha il vantaggio di portare i millennials fuori di casa, di strapparli alla videodipendenza per condurli nei pressi di un monumento, di un parco, del centro cittadino, di un museo. Ha scritto su Fb Filippo Rossi (che da anni organizza un festival culturale, Caffeina, a Viterbo): “La generazione Pokemon go conoscerà le proprie città molto meglio dei genitori che rompono i coglioni con cultura serietà e bla bla bla”. Il nostro libraio di quartiere acchiappa i pokemon tra gli scaffali. E se sui social c’è chi si lamenta perché il figlio racconta che l’appartamento è infestato da mostriciattoli, c’è anche chi confessa: ho giocato con Pokemon go ma conosco tre lingue, e allora?

Il gioco è anche rito di massa, non immune da quelle stesse forme di superstizione che secoli fa spingevano folle adoranti ad ammassarsi davanti alle cattedrali per l’ostensione delle reliquie dei santi: così a centinaia hanno invaso Central Park per catturare uno dei Pokemon più rari. Una moda, certo, ma non così diversa dalla passeggiata a tutti i costi sulla passerella di Christo (un quadratino di quel tessuto giallo utilizzato dall’artista si vende a cento euro su internet!). E infatti gioco e evasione culturale, entrambi appartenenti alla dimensione dell’otium, hanno in comune un elemento importantissimo: non servono, sono inutili, e non necessariamente devono essere spiegati con criteri razionali. O meglio hanno l’utilità eterea e non misurabile delle cose che fanno bene all’anima.

Nel suo Saggio sul gioco così Friedrich Georg Jünger (fratello del più noto Ernst) interroga gli educatori: “L’analisi del gioco non è a sua volta un gioco? Tutto deve avere un’utilità? Sarebbe brutto se tutto dovesse portarci un utile. Certo, l’accesso a questo modo di vedere rimane sbarrato a coloro che si muovono nel giro della produzione e del consumo, nella circolazione dello sfruttamento che utilizza anche gli uomini”. Non solo, ma Pokemon go – di qui forse il suo successo – condensa in sé tutte e tre le caratteristiche fondamentali dei vari tipi di gioco: i giochi di fortuna, che si basano sul caso (i Pokemon appaiono in modo imprevedibile), i giochi di abilità (bisogna trovarsi nel posto giusto ed essere veloci ad acchiapparli), i giochi che si basano sulla mimesi .

E allora basta alzare il sopracciglio, basta condannare ciò che semplicemente non ci attira, magari perché non sappiamo più giocare: chi se la prende con chi gioca non solo distrugge il proprio gioco, ma cerca di distruggere anche quello degli altri. E non dimenticate: “Appena lo storicismo si impadronisce del gioco e comincia a lavorare con i suoi concetti di cultura vuoti e spaventevoli, è paragonabile a un rantolìo che proviene dalla camera delle mummie…”.

Le affinità elettive

" Da venticinque anni seguo la cronaca politica con particolare attenzione al mondo della destra cui ho dedicato tre libri, tra cui un titolo sulle ""camicette nere"" (le figure femminili emergenti in un ambiente allergico al femminismo). Ma la mia vera passione sono la storia e la filosofia medievali. E' lì che ti imbatti negli interrogativi che contano... "

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