Leggere il mondo

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"Pink tank": donne, potere e sessismo. Le politiche italiane si raccontano

Una t-shirt con la scritta "Più donne in Parlamento" comparsa sui banchi delle senatrici Pd durante la discussine e la votazione in Aula sul riequilibrio della rappresentanza politica. Era l'8 marzo 2012. (foto Ansa/Serena Cremaschi)

Per lo spazio di una mattinata appena, nei giorni frenetici della crisi di governo, l'Italia è sembrata sul punto di avere una premier donna. Quello di Marta Cartabia era il nome che circolava con insistenza, anche se poi le trattative che hanno dato vita in seguito al governo giallo rosso sono andate in tutt'altra direzione. In oltre settant'anni di esistenza, in Italia non c'è mai stata una Presidente del Consiglio o una Presidente della Repubblica donna. Quali sono le ragioni di questo ritardo? Perché in Italia le donne si trovano più in difficoltà che altrove ad entrare in politica e ad arrivare poi ai posti di comando?

La giornalista Serena Marchi lo ha chiesto direttamente a loro, alle politiche italiane, nel suo libro Pink Tank. Donne al potere, potere alle donne, uscito il 26 settembre per Fandango Libri. Incontrandole nei loro uffici, in casa e tra la gente, Marchi ha riflettuto con loro su cosa significa essere donne e fare politica in Italia, un Paese dove le donne sono la maggioranza, riescono meglio negli studi, quando lavorano a volte vengono pagate meno degli uomini e hanno più difficoltà a raggiungere posizioni apicali nei campi in cui operano, mentre su di loro pesa ancora la responsabilità quasi esclusiva del lavoro di cura in famiglia.   

Emma Bonino, Paola Binetti, Daniela Santanché, Anna Finocchiaro, Irene Pivetti, Monica Cirinnà, Giorgia Meloni, Cècile Kyenge, Mara Carfagna, Mariapia Garavaglia, Rosa Menga, Emanuela Baio, Elly Schlein, Elisabetta Gardini, Laura Boldrini, Marianna Madia, Luciana Castellina e Livia Turco hanno raccontato a Marchi come e perché sono arrivate a fare politica, in che modo si sono fatte strada e quali battaglie vogliono ancora combattere. Una rappresentanza più che eterogena, per età, appartenenza politica, esperienze personali, posizioni e traguardi, che abbraccia diversi modi essere e di fare politica, ma che si ritrova unita su un punto fondamentale: "La visione delle difficoltà che le donne incontrano nella loro carriera, sia politica sia professionale". Ne abbiamo parlato con l'autrice.

Cos'è il "pink tank" e quanto peso ha in Italia?

Il “pink tank” non è altro che la ‘storpiatura’ di “think tank”, ossia quell’insieme di pensieri e di strategie che analizzano le politiche pubbliche trasversalmente, dalla politica sociale alla tattica, dall’economia alla scienza. Con Pink Tank abbiamo voluto sondare il pensiero delle principali politiche italiane di ieri e di oggi, di ogni partito e appartenenza per capire, tramite lo loro voci e le loro storie, quanto tempo manchi per una leadership politica femminile anche in Italia. Con fatica, ma anche il ‘pink tank’ del nostro Paese comincia a farsi sentire e a conquistare sempre più spazio.

Perché in Italia non abbiamo ancora avuto un presidente del Consiglio o un presidente della Repubblica donna?

Il nostro Paese paga un’arretratezza culturale nella rappresentanza politica delle donne. Non solo non abbiamo ancora avuto una Presidente del Consiglio o una Presidente della Repubblica. Le donne – seppur siano il 51 per cento della popolazione – in politica sono ancora meno della metà. Quindi è una questione di platee, oltre che di cultura. Ciò che si vede però in Parlamento non è altro che lo specchio del nostro Paese. Sostanzialmente accade quello che si può osservare nella vita di tutti i giorni. "Il nostro è un Paese sostanzialmente maschilista", dice Daniela Santanché in Pink Tank, "e la politica è l'espressione della nostra nazione". Si fa fatica a fidarsi delle donne, e spesso le stesse donne non si fidano delle altre donne. Ma non è solo colpa del paternalismo. Si percepisce anche la mancanza di coraggio, da parte delle donne, di provarci, a raggiungere il potere. Lo affermano per esempio Emma Bonino, Irene Pivetti, Mariapia Garavaglia e Daniela Santanché.

Se "i maschi non mollano il potere", cosa devono fare le donne e di cosa hanno bisogno per "andarserlo a prendere"? Le quote rosa servono?

Le donne faticano sicuramente, da sempre, più degli uomini per farsi spazio in tutti i campi storicamente di dominio maschile. E quindi anche nella politica. Emma Bonino incita le donne a dirsi “io voglio il potere” perché è l’unico strumento per cambiare le cose. Bonino critica le donne appunto perché per anni hanno guardato al potere come a qualcosa di sporco, di brutto, di negativo e lo valuta un grande errore strategico. Anche Mariapia Garavaglia concorda con Bonino: “Le donne devono capire che il potere serve per fare le cose. Senza potere possono avere le idee più belle del mondo ma non le potranno mai realizzare”. Più o meno tutte le mie intervistate non possono dirsi contente dello strumento delle quote di genere ma concordano sulla loro necessità come strumento temporaneo per cambiare la cultura del Paese. Le quote servono per far capire che anche le donne sono brave, competenti, in grado di sedere degnamente nei posti che comandano. Anzi: i dati parlano chiaro. Le bambine sono più brave a scuola, si laureano prima, sono più preparate. Perché poi non dovrebbero sedere nei posti che contano?

"Dietro un grande uomo c'è una grande donna". È vero anche il contrario?

O la grande donna è sola o dietro ha un grande uomo. Giorgia Meloni dice che sia molto difficile trovare un grande uomo che accetti di stare dietro ad una grande donna perché gli uomini “soffrono molto al fianco di una donna più potente di loro”. Daniela Santanchè ammette “è la prima volta nella mia vita che trovo un uomo che mi sostiene. Ed è una bellissima sensazione”

Nel libro descrivi il cambio di atteggiamento tra i partecipanti (quasi tutti uomini) al Consiglio nazionale dell'Udc quando a parlare è Lorenzo Cesa e quando a prendere la parola è invece Paola Binetti, che riceve solo "rumore, chiacchiericcio, distrazione e snobismo". Una situazione nella quale molte donne possono dire di riconoscersi?

Credo di sì anche se, fortunatamente, le cose stanno cambiando. Soprattutto grazie alle giovani generazioni. I ragazzi e le ragazze tendono a non discriminarsi per il genere di appartenenza come invece accade più di consueto nelle persone più adulte. I tempi stanno finalmente cambiando.

Molte delle politiche che hai intervistato fanno riferimento alla difficoltà di conciliare l'impegno con la famiglia. Ad agosto alla Camera si è discusso molto su come consentire alle deputate di allattare i propri figli in Aula senza rinunciare al loro diritto/dovere in quanto parlamentari di partecipare ai lavori e votare. Una discussione solo apparentemente marginale in mezzo a tanti problemi che ci sono?

Non credo siano discussioni marginali. Certo, possono sembrare delle piccolezze o cose di poco conto senza capire però che è l’esempio che conta. Sono i comportamenti, più di tanti discorsi, che istruiscono un Paese. Consentire alle parlamentari di allattare i figli in aula sarebbe un forte messaggio per il nostro Paese: le donne possono essere madri senza dover per forza rinunciare alle loro ambizioni. Se si favorissero poi le politiche sulla genitorialità - perché io ritengo fondamentale anche i ruoli dei padri - e si mettessero i genitori in condizione di realizzarsi nei loro campi, credo ne gioverebbero tutte le famiglie. 

Come hai scelto quali politiche intervistare? Quale storia ti ha colpita di più?

Mi sono rivolta ai principali nomi della politica del nostro Paese, di ieri e di oggi, di destra, sinistra, centro, senza guardare in faccia alle appartenenze di partito. Con loro non parlo di programmi politici né di ideali. Mi sono fatta raccontare la loro storia personale, la loro infanzia e poi ho chiesto loro cosa ne pensano della condizione delle donne nel nostro Paese, soprattutto in politica. Ce n’è più di una. Posso dire che la storia personale di Livia Turco e di Cècile Kienge sono tra quelle che mi hanno emozionata di più.

Quasi tutte hanno parlato degli attacchi sessisti ricevuti sui social.

Il tema degli insulti gratuiti, che non c’entrano con la politica, è stato toccato da quasi tutte le politiche. Boldrini, Meloni ma anche Schlein, Cirinnà, Carfagna, Kyenge. Quella degli ‘haters’ è una realtà recente, nuova, che in passato era molto meno accentuata. Oggi l’avvento dei social network ha ampliato le offese e gli attacchi, fino a qualche anno fa molto meno diffusi. Cècile Kyenge racconta che “resisto agli attacchi sui miei canali social anche grazie a delle e proprie sentinelle che, negli ultimi anni, mi aiutano a contrastare le falsità su di me. Sono dei giovani che si sono organizzati in maniera autonoma per darmi una mano”. Monica Cirinnà poi cita gli insulti irripetibili rivolti ad Angela Merkel qualche anno fa. E ricorda come i profili social di Laura Boldrini, Giorgia Meloni, Maria Elena Boschi e di tante altre politiche siano pieni di insulti personali di bassissimo livello. Insulti che agli uomini, per l’aspetto fisico o il sesso, non vengono rivolti. Anche Marianna Madia sottolinea come “la donna in politica è ancora un elemento di novità, porta alla morbosità e sfocia spesso nel sessismo”. Ma ci tiene a precisare che “noi però siamo delle privilegiate perché dalla nostra esposizione mediatica possiamo far emergere il sessismo nei nostri confronti. Dobbiamo però renderci conto che la maggior parte delle donne subisce il nostro stesso identico trattamento e rimangono spesso sole, invisibili e chi lo infligge resta impunito”.

Tante donne diverse, per età, formazione ed estrazione politica. Oltre al genere, cosa le accomuna?

La visione delle difficoltà che le donne incontrano nella loro carriera, sia politica sia professionale. Qui ogni intervistata, sia di destra sia di sinistra, è concorde. Alle donne viene richiesto sempre ‘di più’: devono essere brave, istruite, avere curriculum in grado di giustificare la loro poltrona. Cosa che invece agli uomini viene spesso abbonata. Daniela Santanchè, con una frase provocante, spiega bene le difficoltà delle donne: “Raggiungeremo la vera parità dei sessi solamente quando riusciremo a mettere una donna cretina in un ruolo importante come già avviene con gli uomini: di cretini, ai posti di comando, ne abbiamo da sempre moltissimi”

C'è qualcuna che avresti voluto raggiungere e invece è rimasta fuori dal libro?

Sì, come spiego nell’introduzione, il mio parterre di partenza era molto più ampio. Avrei voluto raggiungere (tra le altre) Alessandra Mussolini, Virginia Raggi, Maria Elena Boschi, Viola Carofalo, Maria Stella Gelmini, Debora Serrachiani, Elisabetta Casellati, Giulia Bongiorno, Chiara Appendino, Federica Mogherini ma non c’è stata da parte loro - per vari motivi - disponibilità.

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«Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo» diceva Gianni Rodari Anche nei momenti più difficili, i libri sono la nostra bussola: ci aiutano a leggere il mondo che ci circonda e capire dove stiamo andando.

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Commenti (1)

  • Io credo che il vero problema parta da noi stesse. A parità d'ingegno rispetto ad un uomo, cresciamo con l'atteggiamento di avere consensi su quanto siamo buone, belle, brave o educate. Un uomo.. se ne fotte! Fin dalle elementari, un bambino brillante sarà esigente e oppositivo con una maestra mediocre (non è così raro), la bambina brillante invece, sviluppa una resilienza che le permette di sopportare in modo pacato e ammirevole. Caratteristiche che verranno esasperate con la crescita, ma che non ci permettono di avere peculiarità da leader, se non lavorando faticosamente su noi stesse. Non ultimo, le donne brillanti raramente riescono a fare gruppo, sono le prime ad annientati fra loro. In questo, gli uomini sono più bravi! Dovremmo sostenerci maggiormente, liberarci di una certa cultura retrograda, non badare ai giudizi e spaccheremmo il mondo! La prova? Basta guardare i Paesi dove la donna non viene considerata..

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