Città conquistatrice

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L'equivoco del cappello a pedali per la mobilità sostenibile

C'è un passaggio di una relazione del qualificatissimo (e notissimo) studio Copenhagenize Design Company, che recita: «La bicicletta è un pedone accelerato». Definizione essenziale, chiarissima quanto universalmente elusa nei fatti, nelle norme, nelle culture, nelle politiche. Proviamo a vedere come e perché. La bicicletta nasce come veicolo, e raggiunge la piena maturità tecnica standardizzandosi più o meno nelle forme attuali – piccoli dettagli a parte – contemporaneamente o quasi al suo più spietato e feroce concorrente: l'automobile di massa individuale. Come sappiamo tutti, più che di concorrenza in realtà si dovrebbe parlare di monopolio, perché l'auto si prende tutto lo spazio, non solo in termini di ruolo nella mobilità, ma soprattutto in quelli di conformazione dello spazio dentro cui avvengono gli spostamenti. Con le auto, la strada smette di essere un elemento componente la città e il territorio insieme ad altri, per diventare una entità autonoma e «introversa», dotata di logica propria. Ovviamente in questo caso è il modello dell'autostrada a realizzare in pieno l'ideale, ma anche le arterie urbane non scherzano, e l'idea che col veicolo privato si abbia il diritto santo di arrivare ovunque, estende all'infinito la logica, anche nei posti più impensati.

Dentro questo mondo a misura di automobile, ci si prova a ritagliare qualche spazio «umano» di percorsi dedicati, che giocoforza finiscono per scimmiottare la medesima logica di quelli automobilistici a cui fanno riferimento, o di cui sono una appendice. La pista ciclabile dedicata, più del marciapiede che in fondo deriva da una tradizione antica di «prolungamento dell'edificio» sulla via, cresce come una sorta di rete autostradale parallela, o corsia aggiunta volendo, per quel genere preciso di veicoli lenti, un po' come nelle classiche sezioni stradali ingegneristiche da sempre si vedono gli spazi per gli autocarri, per il tram e così via. Anche là dove la bicicletta viene presto individuata come alternativa di massa al monopolio automobilistico nella mobilità, si conferma la medesima scelta di veicolo con corsie dedicate per la migliore efficienza e sicurezza. Fino a sviluppare reti di attraversamenti in quota su passerelle o in galleria, di tipo classicamente «autostradale», e in generale una idea di rapporto con la città e le attività fortemente mediato, là dove praticabile, in interfaccia analoghi a quelli delle quattro ruote a motore: zone di sosta organizzate, salti di livello e via dicendo. La stessa logica del consumo commerciale del prodotto bicicletta sembra alimentare questa immagine di veicolo a tutto tondo, coi suoi accessori, lo «stile di vita», i piccoli tic che caratterizzano ogni segmento di clientela più o meno identitaria.

Ma è davvero così, ovvero se pensiamo a una cosiddetta mobilità sostenibile dobbiamo immaginarci un modo dove invece delle autostrade ci sono reti di fantastiche piste dedicate, percorse da gente sana e pedalante invece che da stressati e inquinati automobilisti? O non aveva invece ragione da vendere l'esperto danese di mobilità dolce quando ci avverte che la bici è «un pedone accelerato», ovvero né più né meno che un essere umano a cui capita di «impugnare un accessorio», così come farebbe con l'ombrello se cade qualche goccia di pioggia? Nessuno si immaginerebbe certo di iniziare a pensare la città che, allontanandosi dal modello automobilistico a cui è stata condannata da un secolo di codici, regole, culture collaterali, modellandola sulla «cultura dell'ombrello» o sulla «filosofia del cappello». E pensare che si tratta di accessori indispensabili per chiunque si avventurasse fuori di casa (pensiamo alla divisa standard del business man urbano, come quello londinese ad esempio) prima dell'automobilismo di massa, da questo cancellati. Allo stesso modo, l'idea che la bicicletta in fondo non sia che un cappello o ombrello con le ruote, e non LA soluzione ai problemi della mobilità urbana sostenibile, su cui costruire intere weltanschauung, sta anche iniziando a prendere piede nella sua Mecca indiscutibile, Copenhagen, dove raggiunta una massa critica di circa il 50% degli spostamenti quotidiani, non si cresce più, nonostante i massicci investimenti. C'è da riflettere, su questa centralità dell'essere umano, e non del suo cappello con le ruote.

Su La Città Conquistatrice moltissimi contributi sul tema Piste Ciclabili 

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" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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