Città conquistatrice

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La paranoia urbana della «mobilità aerea sostenibile»

Foto UBER Elevate - Humphreys Architects

Da alcuni anni, non moltissimi in realtà, si accumulano le notizie dei progressi finanziari, organizzativi, tecnici, di un intero settore di trasporti e radicale riorganizzazione urbana, di cui il comune mortale che vive fuori da laboratori e consigli di amministrazione può «toccare con mano» solo qualche comunicato stampa delle imprese, o analisi comparata di flussi di investimento, o clip promozionale Youtube dove svolazzano futuristici elicotteri, a mezza strada tra la guerriglia urbana alla Apocalypse Now e un vecchio episodio a cartoni animati dei Pronipoti. Uno dei rari casi in cui la questione si presenta in forma vagamente «organica» ovvero non a pezzi e bocconi, è stato il Libro Bianco di UBER sulla Mobilità Aerea Urbana Sostenibile in cui qualche anno fa si lanciava la proposta a tutti gli operatori interessati, a far confluire progettualità, idee, investimenti, dentro un unici filone di sinergie, che comprendesse non solo la ricerca tecnologica sui veicoli, o le fonti di energia per farli funzionare, ma anche il contesto dentro cui avrebbero dovuto operare. Perché è quella la parte davvero interessante per il mondo, per chi dovrebbe essere beneficiato o meno da queste innovazioni: in che genere di ambiente urbano dovrebbe svolgersi questa mobilità aerea urbana?

Il citato Libro Bianco rispondeva a modo suo alla domanda sin dalle immagini di copertina e apertura: i futuri aeromobili sostenibili hanno come ambiente di riferimento una rete di eliporti intermodali (uso il termine in senso lato), costituenti la principale trasformazione urbana. In linea di massima, vuoi adattando spazi esistenti, vuoi soprattutto creandone dei nuovi, si tratterà di raccordare al meglio aria, suolo, sottosuolo, in modo del tutto simile a quanto fatto sinora con stazioni di interscambio, autosilos, banali parcheggi di corrispondenza, nodi tra ferrovie e metropolitane, o porti e moli. L'innovazione rispetto ad aeroporti ed eliporti tradizionali, deriverebbe soprattutto dalle dimensioni relativamente contenute di questi punti di interscambio modale, rese possibili da quelle altrettanto contenute dei veicoli, oltre che dal loro basso impatto ambientale in termini di scarichi (inesistenti per via dei motori elettrici), ingombro in manovra (minimo grazie alla completa automazione ed estrema efficienza della guida computerizzata), capillarità stessa della rete. Esiste però un enorme limite, probabilmente volontario e programmato, nel descrivere la «città dell'aria» solo attraverso queste particolari e tutto sommato minime trasformazioni architettoniche, e non nel suo insieme: cosa dovrebbe accadere fuori da quelle mutazioni di eliporto/stazione? Non è una domanda di secondaria importanza, perché la risposta può cambiare completamente gli scenari ambientali e sociali.

Quello che ci fanno immaginare, certe considerazioni e soprattutto le sensazioni subliminali dei rendering di architettura e dei filmati, è una idea di città molto simile a quella di oggi, tranne forse il solito verde lussureggiante (che nei rendering non manca mai) sparso a piene mani in orizzontale e verticale dai pennelli elettronici, e i cieli sgombri pronti ad essere solcati dai futuristici trabiccoli sostenibili a decollo verticale e guida automatizzata. Ma è proprio quando leggiamo il tipo di articolo più frequente sul tema, quello degli accordi finanziari e dei nuovi investimenti, che ci sovviene il dubbio: quale è lo «scenario al suolo» più favorevole a sostenere la domanda di mercato per questi veicoli, la loro rete di spazi e servizi, e quindi giustificare questi massicci investimenti di cui si parla? E torna qui in mente una vecchia pubblicità, ambientata su un elicottero anche se il prodotto da reclamizzare era in realtà un ciclomotore. Nel filmato, un top manager di mezza età sta sorvolando appunto in elicottero un mega ingorgo dell'ora di punta e ridacchia tra sé e sé: «Sono tutti bloccati». Chiedendosi poi se il suo impiegato modello, incidentalmente fidanzato con la figlia, ce la farà ad arrivare in ufficio in orario scavalcando l'ingorgo. Problema risolto grazie al motorino pubblicizzato, e probabili nozze tra i due cuccioli di capitalista. Nulla di tutto ciò sarebbe però successo senza il mega ingorgo, senza l'incubo metropolitano per eccellenza novecentesco. Su cui, sembra di poter azzardare, stanno investendo UBER Air e i suoi compagni di cordata. Forse anche per indurre domanda: più incubi da traffico, più città assediate, più indispensabili gli elicotterini, e magari più facile chiudere un occhio sulla loro sostenibilità meno accentuata di quanto promesso.

La Città Conquistatrice – UBER

Città conquistatrice

" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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