L'accusa del medico non obiettore: "La sanità italiana non si occupa di aborti"

"L'obiezione di coscienza è un problema ma non è il problema principale, mentre molto spesso viene utilizzata per non intervenire e occuparsi della 194 e degli aborti", dice il ginecologo Silvio Viale, intervenendo sul caso del medico obiettore licenziato a Giugliano

"Nell'episodio del San Giuliano non si capisce cosa c'entri l'obiezione di coscienza". Silvio Viale, ginecologo, pioniere in Italia della sperimentazione della pillola abortiva ru486 al Sant'Anna di Torino ed esponente radicale, commenta così il caso del medico dell'ospedale San Giuliano di Giugliano licenziato per essersi rifiutato di assistere una donna ricoverata d'urgenza per un aborto perché obiettore di coscienza. "Il momento che arriva e non c'è più il battito, qualsiasi medico è tenuto ad intervenire, anche in caso di aborto volontario", dice Viale a Today.it, poiché "la legge esonera dagli interventi attivi e dalle procedure finalizzate all'interruzione di gravidanza ma non dall'assistenza prima e dopo l'interruzione di gravidanza ed è chiaro che in un travaglio abortivo, una volta che è iniziato, si tratta solo di garantire l'assistenza compatibilmente alle condizioni della paziente". 

Quanto accaduto non c'entra nulla con la legge 194, mentre "probabilmente dietro ci sono questioni locali e specifiche di quel reparto o semplicemente un'abitudine a non intervenire in questi casi, con l'obiezione di coscienza  evocata come extrema ratio per giustificare l'ingiustificabile", secondo Viale. "L'obiezione di coscienza è un problema ma non è il problema principale mentre molto spesso viene utilizzata per non intervenire e occuparsi della 194 e degli aborti" e la responsabilità, "i veri colpevoli delle mancante applicazioni e dei problemi" sono le Regioni, poiché "i sistemi sanitari sono regionali e sono questi enti ad essere responsabili dell'applicazione di tutto il campo della sanità, compresi gli aborti", accusa il dottor Viale. 

"Le Regioni dovrebbero avere una programmazione degli ospedali in cui si fanno gli interventi con personale adeguato ed è loro responsabilità ma purtroppo in questi 40 anni, l'argomento è sempre stato un po' negletto". Viale parla di "menefreghismo" da parte delle Regioni: "L'importante era che alla fine gli aborti in qualche modo si facessero, che si dovessero fare in tutti gli ospedali e con i medici a vocazione, cosa che non capita per nessun tipo di prestazione sanitaria mentre vi sono servizi che vengono organizzati. Non è difficile: basta soltanto volerlo fare e i medici disponibili a fare gli aborti sono più che sufficienti. Nel momento in cui i servizi funzionassero non ci sarebbero problemi". 

Ginecologi non obiettori: "Si parla solo dei medici, ma le donne sono sempre sole" 

Il caso Valentina Milluzzo e il "problema" con gli aborti

A Giugliano si è evitato il peggio grazie all'intervento di un altro medico, che non era di turno e nemmeno reperibile, il quale da casa è partito in macchina per venire in ospedale ad assistere la paziente, evitando che tutto finisse in tragedia. Una tragedia che avrebbe ricordato quella di Valentina Milluzzo, la 32enne deceduta il 16 ottobre 2016 dopo aver perso, con altrettanti aborti, i due gemelli che aspettava in seguito alla fecondazione assisista e per la cui morte pochi giorni fa sette medici dell'ospedale Cannizzaro di Catania sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di omicidio colposo plurimo. Nel caso di Valentina Milluzzo, "c'è stato un aborto spontaneo di un gemello e una situazione inevitabile con aggravamento delle condizioni cliniche che non è stato riconosciuto dal medico, insieme a un certa tendenza a non voler intervenire", dice Viale. "Se un intervento tempestivo avesse evitato la tragedia della morte di Valentina, questo non lo si può dire, ma avrebbe sicuramente risolto prima una situazione clinica. Nella mia esperienza, dopo l'aborto del primo gemello, in una situazione di gravità, saremmo comunque intervenuti prima. Non avremmo aspettato l'espulsione dopo alcune ore, come invece è accaduto. Da punto di vista medico e deontologico anche lì, hanno sbagliato a non intervenire tempestivamente".

Ci sono anche situazioni in cui i medici hanno "paura" ad intervenire "perché non sono abituati", ammette Viale: "Non fare aborti è una limitazione dal punto di vista clinico, perché chi di noi fa aborti è in grado di intervenire in qualcune momento, chi non li fa, e gli capita di dover intervenire occasionalmente, in casi gravi non sa cosa fare. Questo è un po' il limite di una sanità che a livello di dirgenti sanitari e, nelle Regioni, a livello di dirigenti politici, non si occupa di aborti. Non solo di 194, ma proprio di aborti. C'è un deficit in questo paese per quanto riguarda non solo l'aborto volontario, ma anche l'aborto spontaneo". 

Quarant'anni dalla 194: come l'Italia è arrivata ad avere una legge sull'aborto 

Sabato 25 a Verona ci sarà un corteo organizzato dal comitato No194 in risposta alla manifestazione del 13 ottobre scorso promossa dall'associazione Non Una di Meno dopo l'approvazione di una mozione anti-aborto del consigliere comunale leghista Alberto Zelger. "Con franchezza, a me delle manifestazioni degli anti abortisti, di chi si oppone alla legge, non me ne frega proprio niente", è il duro commento di Viale. "E' la non mobilitazione, l'indifferenza, il menefreghismo di chi invece dovrebbe tutelare la 194, che dovrebbe essere dalla parte delle donne e del diritto di scelta. Sono loro che non si muovono e fanno finta di niente. Il problema non sono gli antiabortisti, sono quelli che dicono di essere a favore della 194 e vogliono difenderla. Da loro, al di là degli slogan spesso non c'è niente". 
 

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