Discriminazioni, pregiudizi e nazionalismi veri o presunti: Burgez e Moby fanno discutere

Una catena di fast food milanese pubblica un annuncio di lavoro accusando le italiane di non aver voglia di lavorare, mentre la compagnia Moby pubblicizza con orgoglio il proprio personale "tutto italiano". Il web si scatena, ma dietro l'indignazione social c'è qualcosa di più

Le italiane? "Il sabato hanno il moroso, il mercoledì hanno la palestra, la domenica la stanchezza, ecc.", quindi meglio assumere ragazze filippine. Parola di Burgez, catena di fast food milanesi, che ha scritto un post su Facebook per cercare una cassiera per il negozio di via Savona, basta che sia una che abbia davvero voglia di lavorare. Perché, a quanto pare, le italiane da questo punto di vista non sembrano dare molte garanzie, secondo il luogo comune per cui ormai ci sono tanti giovani figli di papà che vedono il lavoro come un hobby, tra una pizza con gli amici e una diretta su Instagram.

burgez facebook-2

Nelle stesse ore in cui il post (e le relative risposte del suo social media manager ai commenti degli utenti) diventava virale e la questione si ingigantiva, la medesima sorte è toccata alla campagna della società di navigazione Moby (di cui fanno parte anche Tirrenia e Toremar), che ha provato a farsi pubblicità promuovendo lo slogan "navighiamo italiano" e ricordando orgogliosa alla propria clientela: "Il nostro personale? E' tutto italiano!". Il che significa, per Moby, "riconoscere il valore e la professionalità dei nostri connazionali e portare lavoro e fiducia nei nostri porti". Pioggia di critiche anche qui.

moby-3

Hanno sbagliato? Sono sessisti? Razzisti?

Nell'era dei social network, un annuncio di lavoro vale come una campagna pubblicitaria. La pagina di Burgez è piena di post altrettanto "scorretti" quanto lo sono le risposte ai commenti che li accusano e il sospetto è che anche questo annuncio debba essere visto in quell'ottica. Una strategia che ha portato sicuramente a farsi mandare qualche cv in più ma soprattutto a far parlare di sé. 

Diverso è però il caso di una realtà come Moby. Definita da più parti "xenofoba", la campagna sembra inseguire il pubblico del "prima gli italiani" ma soprattutto sembra voglia mettere in difficoltà la concorrenza, accusata di usare e sfruttare lavoratori stranieri. "Il Gruppo Onorato Armatori è orgoglioso di impiegare solo personale italiano o comunitario regolarmente assunto, piuttosto che personale extracomunitario sottopagato, impiegato con contratti non italiani, come accade in altre compagnie di navigazione", si legge in un post di Moby su Facebook subito dopo la buriana, rigettando le accuse di xenofobia ma ribadendo l'idea di "garantire un lavoro alla nostra gente e alle loro famiglie e difendere la dignità dei nostri connazionali". Un messaggio che però sembra essersi perso per strada, dietro all'immagine di una ragazza sorridente e a quell'invito - "Scegli solo chi naviga italiano" - che, soprattutto di questi tempi, più che all'orgoglio del made in Italy fa pensare al sovranismo. Tanti i messaggi di solidarietà lasciati sulla fanpage di Moby, però, maggioritari rispetto a quelli di quanti si chiedono come mai non assumere personale a prescindere dalla provenienza e pagarlo in modo adeguato.  

In entrambi i casi, la forma prevale sul contenuto e le discussioni generate fanno difficoltà ad abbracciare punti di vista più ampi. Ad esempio, nel caso di Burgez, il problema è che troppo spesso si trovano annunci di lavoro realmente improponibili e offensivi (molti dei quali non arrivano nemmeno alla ribalta della viralità social) ed è difficile quindi orientarsi in questa giungla di precarietà e schiavitù. Stesso discorso, anche se più complesso, per Moby: in un momento in cui i nervi del Paese su lavoro e immigrazione sono sempre più scoperti, permettere una campagna di questo tipo è una mossa di comunicazione poco accorta. 

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C'è da chiedersi però quando sarà possibile scrivere un annuncio di lavoro o un copy per una campagna pubblicitaria senza dover tirare in ballo sesso, pregiudizi e nazionalità.

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