Aldo Moro, archiviata l'inchiesta sulla "moto dei servizi segreti"

Il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli, ha chiesto l'archiviazione per l'inchiesta sulla presenza di una Honda blu in via Fani il giorno del rapimento di Moro. Un ex ispettore aveva scoperto che quella moto era dei servizi segreti

ROMA - Non se ne saprà nulla. Probabile che, almeno per la procura, non ci sia più nulla da sapere. Il sipario cala, il mistero resta su uno dei giorni più tristi della storia d'Italia unita. Il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli, ha presentato domanda di archiviazione per l'inchiesta sulle ultime rivelazioni a proposito dell'agguato in via Fani a Roma, dove il 16 marzo 1978 Aldo Moro venne rapito dalle Brigate rosse. Un ex ispettore di polizia, Enrico Rossi, aveva ipotizzato - facendo anche riferimento a una lettera anonima giunta in alcune redazioni giornalistiche nell'ottobre del 2009, e a lui arrivata in maniera "strana" due anni dopo - che quella mattina, a bordo di una moto Honda, in quella stessa via, ci fossero due agenti dei servizi segreti. A scrivere quella lettera, almeno così sosteneva il mittente, il passeggero di quella moto. Il fascicolo fu immediatamente aperto e trasferito da Torino alla capitale, prima della decisione di ieri della procura. Prima di spegnere i riflettori. 

Ma il buio non basterà a spegnere il mistero. Un mistero che viene da lontano, un giallo iniziato inevitabilmente con quella confessione, post mortem, di un agente del Sisde sul luogo del rapimento di Moro. 

"Quando riceverete questa lettera - scriveva l'anonimo -  saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi,il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente". L'anonimo forniva poi elementi per rintracciare il guidatore della Honda: il nome di una donna e di un negozio di Torino. "Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più".

Quelle stesse righe arrivano per caso a Rossi, che ha sempre lavorato nell'antiterrorismo. Si rende conto che dall'ottobre 2009 al febbraio 2011, data in cui la riceve, non è stato fatto nulla: la lettera non è protocollata e gli accertamenti non sono partiti. Decide di prendere in mano le carte e di guidare l'inchiesta. Gli basta poco. In pochi mesi di lavori identifica il presunto guidatore della Honda di via Fani, che secondo un testimone ritenuto molto credibile era a volto scoperto e aveva tratti del viso che ricordavano Eduardo De Filippo. Ma non tutto gira come dovrebbe. E lo spiega lo stessi ex ispettore in un'intervista all'Ansa del marzo 2014:

“Non so bene perché ma questa inchiesta trova subito ostacoli. Chiedo di fare riscontri ma non sono accontentato. L’uomo su cui indago ha, regolarmente registrate, due pistole. Una è molto particolare: una Drulov cecoslovacca; pistola da specialisti a canna molto lunga, di precisione. Assomiglia ad una mitraglietta. Per non lasciare cadere tutto nel solito nulla, predispongo un controllo amministrativo nell'abitazione. L'uomo si è separato legalmente. Parlo con lui al telefono e mi indica dove è la prima pistola, una Beretta, ma nulla mi dice della seconda. Allora l'accertamento amministrativo diventa perquisizione e in cantina, in un armadio, ricordo, trovammo la pistola Drulov poggiata accanto o sopra una copia dell'edizione straordinaria cellofanata de La Repubblica del 16 marzo". Il titolo era: "Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse"."

Una coincidenza strana. Da brividi. Ma non è l'unica. I capi brigatisti hanno sempre negato che a bordo di quella Honda blu ci fossero due loro uomini, ma da quella moto si spararono gli unici colpi verso un civile presente sulla scena del rapimento, l'ingegner Alessandro Marini, uno dei testimoni più citati dalla sentenza del primo processo Moro. Marini fu interrogato alle 10.15 di quel 16 marzo. Il conducente della moto - disse - era un giovane sui venti anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che a Marini ricordò "l'immagine dell'attore Edoardo De Filippo". 

Rossi ci riprova: cerca l'ingegnere, cerca di interrogarlo. Nulla. "Autorizzazione negata - racconterà sempre all'Ansa quando sarà già in pensione - Chiedo di periziare le due pistole che avevo trovato in un sopralluogo. Negato. La situazione si 'congela' e non si fa nessun altro passo, che io sappia. Capisco che è meglio che me ne vada e nell'agosto del 2012 vado in pensione a 56 anni". 

Ma non è finita. "Tempo dopo, una voce amica di cui mi fido - dice l'ex poliziotto - m'informa che l'uomo su cui indagavo è morto dopo l'estate del 2012 e che le due armi sono state distrutte senza effettuare le perizie balistiche che avevo consigliato di fare. Ho aspettato mesi. I fatti sono più importanti delle persone e per questo decido di raccontare l'inchiesta incompiuta". Una volta incompiuta. Fra poco, forse, sarà archiviata. Per sempre. 

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