Caporalato nell'agrigentino, nei campi in condizioni strazianti: una donna abortisce per la fatica

I lavoratori sfruttati erano nella maggior parte dei casi ucraini e moldavi, arrivati con permessi turistici. Due donne, madre e figlia, le promotrici dell'organizzazione criminale

Otto persone sono state fermate ad Agrigento nell'ambito di un'inchiesta sul caporalato. Secondo gli inquirenti, i fermati facevano parte di un'organizzazione criminale che reclutava persone dall'Est Europa per farli lavorare nei campi per pochi euro l'ora. Devono rispondere a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla illecita intermediazione ed allo sfruttamento del lavoro, nonché di violazione delle disposizioni contro l’immigrazione clandestina. Due donne, madre e figlia di origine slovacca, sono ritenute le promotrici della presunta associazione mentre in qualità di complici nella gestione delle attività, sono stati anche fermati due romeni e quattro italiani.  Questo il bilancio dell'operazione denominata "Ponos", come la divinità greca depositaria dello spirito del lavoro duro e della fatica, portata a termine dai carabinieri del comando provinciale di Agrigento e da quelli del nucleo Ispettorato del lavoro, tutti coordinati dal procuratore capo Luigi Patronaggio e dal sostituto Gloria Andreoli. 

I lavoratori, nella maggior parte dei casi ucraini e moldavi, arrivavano in Italia con permessi turistici. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, le due donne e gli altri membri dell'organizzazione facevano ottenere ai futuri braccianti i visti per l'ingresso negli Stati ai confini orientali dell'Unione Europea. Dopo essere transitati per la Polonia, i lavoratori arrivavano in Italia in bus, approfittando della libera circolazione prevista trattato di Schengen. Una volta arrivati nell'Agrigentino, i braccianti – circa un centinaio – sono stati "ospitati" pagando un affitto da 100 euro al mese per un posto letto in diverse abitazioni messe a disposizione dai membri dell'organizzazione, per poi essere sfruttati nei campi. I fermati a quel punto contrattavano le prestazioni dei braccianti con i proprietari dei fondi e delle aziende agricole, e, una volta raggiunto l’accordo, gli operai venivano trasportati, in condizioni di estremo disagio, su una vera e propria flotta di minivan e furgoni condotti dagli stessi caporali. Le indagini hanno accertato che in alcuni casi sono state caricate anche 40 persone su un unico furgone. I carabinieri hanno inoltre accertato che ogni lavoratore “costava” circa 42 euro al giorno, ma riceveva una paga corrispondente a meno di 3 euro all’ora, molto al di sotto del limite minimo retributivo previsto dal contratto provinciale del lavoro.

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Caporalato ad Agrigento, sfruttati nei campi a 3 euro l'ora

Nei campi, i braccianti venivano costretti a stare in piedi per ore, a sgrappolare l’uva o a raccogliere le pesche, senza poter fare pause o riposarsi, non potendosi sedere nemmeno su una cassetta di frutta. Gli investigatori hanno anche registrato il verificarsi di un aborto, durante le ore lavorative. I braccianti non avevano alcun dispositivo di protezione e lavoravano fra le 10 e le 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, festivi compresi, costantemente intimoriti e controllati dai caporali. Il giro d’affari, in termini di guadagno dell’organizzazione e di risparmi illecitamente ottenuti dai committenti in relazione ai mancati versamenti previdenziali ed altro, è stato stimato in circa un milione di euro a stagione.

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