Giuseppe Uva, "morto di Stato" senza giustizia

Il caso dell'artigiano morto cinque anni fa a Varese, in circostanze ancora da verificare dopo un fermo dei carabinieri, come un paradigma di "malagiustizia". "Giuseppe Uva è stato violentato in caserma, voglio verità e giustizia", ci racconta la sorella Lucia

VARESE - Giuseppe Uva, 43 anni, artigiano, è morto mentre era "nelle mani dello Stato", la mattina del 14 giugno 2008. Milleottocentosessantacinque giorni fa. Perché? Riavvolgiamo il nastro. Fermato nella notte da una pattuglia dei carabinieri in via Dandolo insieme all'amico Alberto Bigioggero - i due avevano alzato il gomito e avevano spostato alcune transenne sulla strada - Giuseppe viene portato nella caserma dell'Arma di via Saffi (dove giunge a sostegno una pattuglia della polizia) per essere interrogato. Trascorre parte della notte in caserma, prima di essere ricoverato per un trattamento sanitario obbligatorio all'ospedale cittadino di Circolo. Qui, al pronto soccorso prima e nel reparto di Psichiatria poi, dove gli vengono somministrati dei farmaci, Giuseppe passa gli ultimi istanti della sua vita.

Oggi, dopo più di cinque anni, il buio su quanto avvenuto nelle ore tra l'arresto dei carabinieri e l'ingresso nel pronto soccorso dell'ospedale non è stato di certo rischiarato da un percorso giudiziario che anzi, finora, non ha portato a nulla. Lo sa bene Lucia, sorella di Giuseppe, che gira il Paese in lungo e in largo con un unico obiettivo: sapere la verità sulla morte del fratello.

Lucia, Giuseppe è morto per un errore medico o per cosa?

"L'errore medico è assolutamente da escludere. Giuseppe non è morto per i farmaci somministrati quella notte. I dottori non hanno colpe".

Come ci si sente ad essere, al momento, l'unica indagata nel processo (per diffamazione nei confronti delle forze dell'ordine, ndr)?

"Sono molto amareggiata, ma una cosa è certa e l'ho detta sin dall'inizio di questa vicenda: Giuseppe in quella caserma ha subìto violenze. Lì è stato seviziato. La seconda perizia sul suo corpo parla di 78 macchioline di sangue sui suoi pantaloni, provenienti per la maggior parte dall'ano. E al pronto soccorso, quella maledetta notte, mio fratello arrivò senza gli slip. Il pm non ha mai valutato a dovere questa seconda perizia, non ha indagato".

Prima di proseguire con l'intervista, è necessario un breve excursus sul processo, con le novità emerse ieri:

Sul fronte processuale, la novità è che il giudice per le indagini preliminari di Varese Giuseppe Battarino non ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero Agostino Abate delle posizioni dei carabinieri e degli agenti di polizia nell'ambito dell'inchiesta sulla morte dell'uomo. Secondo i familiari, Uva avrebbe subito violenze da parte dei carabinieri, mentre la procura non ha riscontrato irregolarità nei comportamenti delle forze dell'ordine e ha chiesto l'archiviazione. E così l'unica indagata, al momento, è la sorella Lucia, accusata di diffamazione nei confronti del pm per un'intervista rilasciata a "Le Iene" in cui colpevolizzava le forze dell'ordine. Il 14 giugno scorso, la Corte d'appello di Milano ha confermato l'assoluzione dello psichiatra Carlo Fraticelli dall'accusa di omicidio colposo. Assolti, in primo grado, gli altri due medici dell'ospedale di Varese accusati di errori nelle cure e di aver somministrato una dose errata di farmaci a Giuseppe, che era stato ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio.

Medici assolti, dunque, ma ora forse si riapriranno le indagini sui due carabinieri e i sei poliziotti che trattennero Giuseppe nella caserma di via Saffi. Perché critica l'operato del pm Agostino Abate? E quando si svolgeranno le nuove udienze?

"Lui dal primo momento non ha voluto indagare sul comportamento delle forze dell'ordine. L'amico di Giuseppe, Alberto - che in passato ha dichiarato di aver sentito delle urla uscire dall'ufficio della caserma dove Uva era trattenuto - non è mai stato ascoltato. Le nuove udienze si terranno l'8 e il 29 ottobre e il 19 novembre".

Il rischio della prescrizione, comunque, rimane.

"Sì, il rischio esiste. Io voglio verità e giustizia. Ho venduto tutto per portare avanti questo processo. La giustizia deve cambiare, non è possibile che questi reati vadano prescritti. Non è possibile morire così e non sapere perché".

Martedì scorso, lei e i familiari delle altre persone decedute mentre erano "in custodia dello Stato" (Cucchi, Aldrovandi, Budroni, Ferrulli, Mastrogiovanni) avete avuto un incontro con la presidente della Camera Laura Boldrini. Cosa vi siete detti?

"Boldrini ci ha fornito rassicurazioni in merito ai nostri casi, che seguirà. Abbiamo richiesto l'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento italiano, per i morti nelle carceri e nelle caserme".

Tortura o meno, l'importante, per Lucia e per chi ha a cuore la giustizia, è che si arrivi a una spiegazione accertata della morte di Giuseppe. Anche a costo di aspettare milleottocentosessantacinque giorni.

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