Coca dal Sud America, gli affari tra 'ndrangheta e Farc: 34 arresti

Quattro tonnellate di droga sequestrate, 34 ordinanze di custodia cautelare, beni immobiliari per un valore altissimo bloccati tra Lazio e Campania. L'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Anche un esponente delle Forze armate rivoluzionarie colombiane nell'organizzazione

ROMA - Dal cuore della foresta amazzonica ai porti italiani. I capi 'ndranghetisti calabresi facevano affari direttamente con un comandante delle Farc - le Forze armate rivoluzionarie della Colombia - per rifornire il mercato europeo con un fiume di cocaina. L'organizzazione internazionale di narcotrafficanti che commercializzava enormi quantità di cocaina dal Sud America all'Europa è stata sgominata oggi grazie a una maxi operazione antidroga condotta da Guardia di Finanza, Guardia Civil spagnola e DEA (l'agenzia antidroga statunitense).

FARC E 'NDRANGHETA - Trentaquattro persone sono state arrestate in Italia (più altre quattro in Spagna) e oltre quattro tonnellate di cocaina purissima sequestrate: avrebbero fruttato all`organizzazione circa un miliardo di euro. E' il bilancio dell'operazione "Santa Fè", condotta in Italia dai finanzieri del Goa di Catanzaro, di Gioia Tauro e del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata di Roma. Il filone italiano dell'inchiesta - diretta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria - ha evidenziato contatti, alleanze e collaborazioni tra gruppi criminali della 'ndrangheta della locride (cosca Aquino/Coluccio di Marina di Gioiosa Jonica) e gruppi criminali dell'area tirrenica (cosche Alvaro di Sinopoli e Pesce di Rosarno).

DALLA COLOMBIA ALL'ITALIA - Le indagini della DEA in Sud America hanno portato all'identificazione di numerose fonti di approvvigionamento di cocaina garantite dai comandanti delle Forze armate rivoluzionarie della colombia (Farc) che coltivano, producono e distribuiscono lo stupefacente in tutto il mondo. L'organizzazione - come riporta Askanews - "aveva come principali promotori Francesco Di Marte, Antonio Femia, Nicodemo Fuda ed i fratelli Vincenzo e Giuseppe Alvaro, punti di riferimento e capisaldi storici del narcotraffico internazionale nella piana di Gioia Tauro, nella Locride e nel versante tirrenico aspromontano. I fratelli Alvaro, in particolare, grazie ai loro numerosi contatti con operatori portuali al soldo delle cosche, erano in grado di pianificare il recupero dello stupefacente nascosto in container trasportati sulle navi cargo in arrivo in vari porti italiani".

COM'E' PARTITA L'INDAGINE - I blitz sono scattati in varie parti del mondo, tra cui Brasile, Argentina, Repubblica Dominicana, Colombia, Spagna e Montenegro, dove erano radicati o i principali esponenti dell'organizzazione calabrese indagata o ulteriori soggetti ad essi collegati. Il giorno di Capodanno, al largo delle isole Canarie, è stato abbordato un veliero che trasportava 725 kg di cocaina destinati, in parte, alle consorterie calabresi. In Argentina, durante i preparativi per la spedizione di un grosso carico di cocaina, sono stati accertati i contatti della cosca Alvaro di Sinopoli con esponenti della malavita serbo-montenegrina. Le indagini, nel loro complesso, hanno permesso di individuare i canali di rifornimento e di importazione dello stupefacente, così da consentire l'intercettazione di numerosi carichi di cocaina diretti in vari porti italiani ed europei, tra cui principalmente quello di Gioia Tauro.

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CAPITALI E IMMOBILI - L'intera operazione ha permesso di infliggere all'organizzazione grosse perdite economiche, sia sotto il profilo dei capitali investiti che, soprattutto, dei mancati guadagni: la droga complessivamente sequestrata, infatti, una volta lavorata ed immessa in commercio avrebbe fruttato all'organizzazione circa un miliardo di euro. Colpito anche un ingente patrimonio accumulato dai principali arrestati, costituito da beni immobili, ditte individuali, quote societarie ed autovetture anche di grossa cilindrata. Le indagini patrimoniali svolte dallo Scico di Roma e dal Gico di Catanzaro, infatti, hanno permesso di individuare in capo agli odierni indagati ed ai loro familiari, tra il Lazio e la Calabria, circa quaranta immobili (terreni e fabbricati tra i quali spicca una lussuosa villa a Ostia antica) nonché numerose ditte individuali operanti in diversificati settori dell'edilizia, oltre a quote societarie.
 

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