Contro i maltrattamenti una rete per aiutare i bambini e i genitori: "Servono modelli sani"

Il Cesvi interviene anche in Italia con un programma in tre città tra Nord, Centro e Sud contro il maltrattamento e la trascuratezza dei minori e lancia una campagna solidale per contribuire

foto di Roger Lo Guarro

Trascurati, maltrattati, ignorati, abusati. In Italia sono migliaia i bambini e adolescenti vittime di maltrattamenti e trascuratezza. Si tratta di fenomeni che non sono legati solo alla povertà economica delle famiglie, ma anche a situazioni familiari di fragilità educativa, emotiva e relazionale. Il Cesvi opera ora anche in Italia per prevenire e contrastare questi casi creando la rete "IoConto", che si avvale di partnership sul territorio nazionale, e avviando un programma specifico in tre città, tra Nord, Centro e Sud. Per sostenere queste attività è stata lanciata anche la campagna #Liberitutti, a cui si può contribuire con un sms da 2 euro o chiamata a rete fissa da 5 o 10 euro al 45535 fino al 21 aprile. 

Al lavoro con una logica integrata per aiutare bambini e famiglie

Il progetto è attivo a Bergamo, dove c'è la sede principale del Cesvi, nella zona tra Roma e Rieti e a Napoli. L'idea è quella di un impegno sinergico con varie realtà nei territori con l'obiettivo di rafforzare le risorse a disposizione di minori e famiglie e favorire uno scambio di buone pratiche. Il Cesvi lavora con una rete costruita a più livelli: con i bambini e i genitori, con le scuole, con la formazione di operatori specializzati. "Questa logica integrata mira a prevenire i maltrattamenti e, nei casi conclamati, si attiva per il recupero e le cure necessarie. La forza del Cesvi sono le competenze maturate in anni di esperienza in contesti difficili come Africa, Haiti, Sud America. Visto l'aumento del fenomeno abbiamo deciso di intervenire anche in Italia, perché vogliamo essere utili al nostro Paese",  spiega a Today Daniela Bernacchi, CEO e General Menager di Cesvi.  

"Pur con picchi diversi, tra Nord, Centro e Sud il minimo comun denominatore è la trascuratezza. Ma ci sono casi di non corretta cura dei bambini, ossia casi in cui le cure ci sono ma non sono adeguate, scarse o eccessive, oltre agli abusi sessuali", dice Bernacchi. "Nei centri si fanno gruppi di parole, terapie individuali, trattamenti a seconda delle problematiche. Ad esempio bambini o ragazzi che hanno assistito a violenze in famiglia vengono quindi differentemente, con un lavoro diverso per superare difficoltà e capire di essere stati oggetto di comportamenti non corretti perché poi possono sviluppare sensi di colpa, non hanno gli strumenti per rompere la catena che li lega ai genitori 'scorretti'. Lavoriamo quando possibile per ricostruire un rapporto migliorato con i genitori e per creare modelli di genitorialità più sani". Alla base di fenomeni di violenza e abusi tra le mura domestiche ci sono spesso adulti in difficoltà. Il Cesvi ha diffuso anche un decalogo gratuito come "strumento semplice e divulgativo per i genitori alle prese con i diversi errori che possono fare nelle relazioni con i figli e che possono poi avere conseguenze a lungo termine, perché da adulti molti possono sviluppare disturbi psicotici o ripetere modelli sbagliati in futuro una volta diventati genitori a loro volta", spiega il numero uno di Cesvi. 

Il lavoro nei centri sul territorio: l'esperienza di Bergamo

"Lavoriamo anche molto sul nucleo familiare, è un obiettivo importante. Se questi ragazzi, dopo tutto il lavoro che facciamo con loro, rientrano in un contesto familiare disfunzionale, tutto l'impegno allora rischia di vanificarsi", dice Carla Coletti, coordinatrice del centro diurno per adolescenti del Consorzio Fa, partner di Cesvi a Bergamo, che accoglie e lavora con gli adolescenti. "Il 90 per cento di questi ragazzi ha un decreto del Tribunale dei Minori. Vengono da situazioni di disagio familiare di diverso tipo. Spesso sono già indirizzati a loro volta in percorsi già faticosi e non positivi. 

Cosa accade in una giornata tipo nel centro diurno? Racconta Coletti:

"Andiamo a prendere i ragazzi all'uscita di scuola con un pullmino. Al centro pranziamo insieme, c'è un momento di sfogo e socializzazione, dopo si fanno i compiti. Poi è il momento delle attività ludiche, ricreative e sportive negli spazi giovanili del territorio di Bergamo: calcetto, boxe, corsi di musica, rap, breakdance). Attività pensate per interventi non tradizionali. Usare sport e musica facilità gli interventi educativi. Ad esempio, se uno ha la passione per lo sport oppure per la breakdance, il lavoro diventa più consapevole, si responsabilizza: capisce che deve seguire obiettivi, impegni, regole. Impara anche buone prassi: ad esempio, se sono appassionato di breakdance e voglio fare il ballerino, devo mettere in conto di smettere di fumare o farmi le canne. Poi li riaccompagnamo a casa"

Ovviamente il lavoro non si esaurisce qui. "Il coordinatore lavora sulla famiglia e su tutta la rete che è intorno al ragazzino, per fare un percorso insieme e acquisire strumenti e compenteze utili per lui. Facciamo anche delle cene tutti insieme, poi i ragazzi escono, vanno al cinema o al bowling e noi ci fermiamo con i genitori, in gruppi di auto-mutuo aiuto, per non sentirsi soli. Organizziamo anche gite. Poi in estate, finita la scuola, il programma si intensifica e c'è più tempo per attività e laboratori. Grazie al progetto Cesvi abbiamo intensificato il nostro lavoro, soprattutto per quanto riguarda il supporto alla genitorialità". 

Tra i tanti ragazzi passati per il centro, uno in particolare ha fatto un percorso particolarmente positivo. Si tratta di un ragazzo seguito dai servizi del centro da quando aveva sei anni. Oggi è maggiorenne e la sua vita è molto cambiata, racconta con orgoglio Coletti.

"Aveva un background famigliare molto travagliato. Lo abbiamo seguito prima insieme al fratellino, poi da solo. Ha capito meglio di tutti gli altri il vero senso del nostro progetto e l'intento degli operatori. Di solito quando arrivano da noi, questi ragazzi - come molti adolescenti - sono 'incazzati'. Si trovano a dover affrontare delle regole ed avere dei nuovi referenti adulti. Non sono abituati, per loro è difficile. Lavoriamo all'inizio proprio per contenere e superare questa rabbia che hanno. Lui ha fatto un passo in più. Ha letto dietro l'obiettivo e ne ha colto il senso più profondo: qui c'erano persone che gli volevano bene e avevano a cuore il suo futuro. Adesso ha 18 anni, sta finendo la scuola, ha già un orizzonte lavorativo piuttosto positivo, fa teatro (ed è molto bravo), scrive canzoni rap. Con queste manifestazioni artistiche riesce a raccontare molto di sé e questo è uno sfogo importante. E' il nostro orgoglio ed è un esempio per gli altri ragazzi: vedere che qualcuno ce l'ha fatta, seguendo le regole, è più importante e più stimolante che non sentirselo raccontare. La sua è una storia di cui vado molto fiera"
 

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