"Io, licenziata perché mamma". E porta la banca in tribunale

La storia di Giuseppina Naimoli, che "porta avanti una battaglia per le donne": "Sono stata discriminata, cacciata perché durante l’apprendistato ho avuto due gravidanze e mi sono assentata per la maternità". Ma dal Banco di Sardegna replicano: "Il licenziamento tecnicamente non c'è mai stato. Da noi lavorano soprattutto donne, nessuna discriminazione"

foto archivio

“Porto avanti una battaglia per le donne, per tutte le donne, a cui voglio dire di non aver paura di difendere la maternità e il diritto sacrosanto di scegliere di essere madri": parla così Giuseppina Naimoli, una sassarese di 38 anni che dal 2015 si proclama, suo malgrado, protagonista di una vicenda che la vedrebbe "discriminata dal suo posto di lavoro in quanto mamma".

Giuseppina è una ex dipendente del Banco di Sardegna (gruppo Bper) di Sassari che da quando è stata “licenziata da un giorno all'altro, davanti a tutti e durante l'orario di lavoro", lotta per avere giustizia. Lo fa in sede processuale, con una causa legale tutt’ora in corso, e lo fa attraverso i media, con una petizione online volta a far conoscere la sua storia.

Prima di tutto, però, Giuseppina è moglie e mamma di due bimbi di 5 e 3 anni, ed è in primo luogo per loro che vuole rendere nota la sua esperienza, perché - racconta a Today.it - "io i miei figli li ho voluti, ho desiderato diventare madre in un’età che mi consentiva di vederli crescere da giovane”.

LA STORIA. Appena laureata nel 2008, Giuseppina ha iniziato a lavorare al Banco di Sardegna dopo aver vinto un concorso interno indetto per i 200 figli dei dipendenti della banca. Il prepensionamento di alcuni genitori lavoratori, tra i quali la madre della Naimoli, consentiva di lasciare il proprio posto di lavoro agli eredi, assunti così con un contratto di apprendistato. 

"Ci dissero che il contratto di apprendistato veniva stipulato solo per un risparmio iniziale e sarebbe durato al massimo quattro anni, al termine dei quali sarebbe scattato il contratto a tempo indeterminato" dice Giuseppina che però, in seguito, si è vista prolungare per 7 anni, fino al febbraio del 2015, lo stesso contratto di apprendistato attraverso tre proroghe. 

Nel frattempo, la gioia di diventare madre è arrivata per due volte, nel  2011 e nel 2013, periodo durante il quale la Naimoli ha usufruito di tutti i permessi che la legge (Testo Unico sulla maternità e paternità - Dlgs 151 del 26 Marzo 2001) riserva alle mamme lavoratrici. Ogni singolo giorno di assenza di maternità e malattia, una volta rientrata a lavoro, è stato recuperato in seguito, assicura Giuseppina, “fino all’ultimo giorno”.

"Per legge ogni donna al rientro delle maternità dovrebbe riavere lo stesso posto, la stessa scrivania in cui ha lavorato l’ultima volta, ma io no" - spiega ancora la donna - "Il mio stato lavorativo cambiava di continuo, ero sempre indietro rispetto a tutti gli altri figli di ex dipendenti che intanto salivano di livello e di retribuzione, finché un giorno, durante l'orario di lavoro, il capo delle risorse umane mi ha licenziato per le assenze, davanti a colleghi e clienti. Io, l'unica tra i 200 colleghi con i quali avevo iniziato".

"DISCRIMINATA PERCHÈ MAMMA". La certezza di Giuseppina è una sola: "Sono stata discriminata, cacciata perché durante l’apprendistato ho avuto due gravidanze e mi sono assentata per la maternità, usufruendo di tutto il tempo che la legge accorda alle mamme in funzione del benessere e della salute dei propri figli” ribadisce nel corso di una telefonata che trasferisce l'amarezza di una voce ferma e tenace nel sostenere le ragioni di una donna che "non deve chiedere a nessuno il permesso di restare incinta". 

"Ho goduto dei diritti previsti dalla legge, nulla di più. Per questo ora voglio giustizia" aggiunge ancora Giuseppina che, assistita dall'avvocato Vittorio Perria, ha portato il Banco di Sardegna in tribunale e spiega di affrontare quotidianamente le difficoltà psicologiche (“Mi sono sentita umiliata e tutt’ora sopporto ogni giorno tutti i disagi psicologici dovuti a questa storia”) ed economiche derivanti da questa storia. 

IL PROCESSO. La causa legale ha segnato un primo punto a favore dell’istituto di credito. La pronuncia ha stabilito che nei confronti di Giuseppina Naimoli non sia stato commesso alcun abuso, dal momento che altre dipendenti che, come lei, hanno avuto figli durante l’apprendistato, sono state assunte. Segno questo che non darebbe adito ad alcun atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne, tantomeno delle madri.

Non la pensa così l'avvocato Perria, per il quale "il tribunale di primo grado ha preso un abbaglio". 

“Il contratto da apprendista è definito dalla legge a tempo indeterminato ed è caratterizzato dal fatto che il datore di lavoro può recedere dal rapporto senza spiegazioni, salvo che il lavoratore lamenti una discriminazione, come nel caso della mia assistita. La Banca ha allontanato la signora Naimoli per via delle numerose assenze legate alle due maternità e alle malattie dei figli, tutte recuperate sino all’ultimo giorno durante le proroghe dell’apprendistato” prosegue Perria che a sostegno della sua tesi rimanda al principio relativo sancito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale.

LA BANCA. Interpellato sulla vicenda, il Banco di Sardegna, nella persona dell’avvocato Luca Naseddu che lo rappresenta legalmente, ha rilasciato a Today.it le sue dichiarazioni.

“Premetto che per il rispetto che nutro nei confronti della giustizia e trattandosi di un procedimento ancora in corso, non entrerò in merito al caso di specie. Tengo solo a puntualizzare che attualmente le posizioni lavorative del Banco di Sardegna sono occupate soprattutto da donne. Questo dato risulta rilevante non solo dal punto di vista numerico, ma anche, per così dire, per l’aspetto ‘qualitativo’, considerando che le lavoratrici all’interno della banca ricoprono soprattutto ruoli di vertice, elemento eccezionale rispetto alla media delle aziende italiane”.

“La signora lamenta un licenziamento che tecnicamente non c’è stato. E non essendoci licenziamento, non c’è stato nemmeno l’obbligo previsto dalla legge di motivare la mancata assunzione” osserva ancora Naseddu, preciso nel sottolineare ancora come nella banca presso cui lavorava la Naimoli, al momento, lavorino moltissime donne, alcune madri e altre no, “situazione che  non si verificherebbe di certo se l’atteggiamento della banca fosse discriminatorio nei confronti del genere femminile”. 

Al momento il caso è fermo alla prima fase sommaria del processo in materia di discriminazione. Il giudizio di merito era atteso per il 27 ottobre 2016, ma i tempi della giustizia si sono dilatati oltremisura, non permettendo ancora, a due anni dall’inizio dell’intricata questione, di sbrogliare una matassa che non consente di individuare il punto esatto in cui finiscano diritti e inizino doveri. 

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