Una vita in trincea contro la camorra: "Io non mi muovo, sono loro che se ne devono andare"

Dal 10 febbraio 2017 Marilena Natale vive sotto scorta, ma lei si ribella alle minacce dei Casalesi: "Siamo in guerra e ognuno deve fare la sua parte"

Marilena Natale

Ci vuole coraggio ad essere giornalisti nella terra dei Casalesi. Ci vuole coraggio a parlare di camorra, a raccontare i processi che vedono imputati i boss, a mettere nero su bianco accuse, a compulsare le carte e collegare gli indizi, a dire tutto ciò che spesso si sa ma che ancora più spesso si tace. Marilena Natale questo coraggio ce l’ha e per il suo coraggio ha pagato di persona. Dal 10 febbraio 2017 vive sotto scorta ed è seguita ovunque dalle forze dell’ordine. Il comitato per la sicurezza del Ministero degli Interni ha deciso di assegnarle una protezione dopo che il boss Schiavone, facendo il suo nome con i figli in carcere, ha mimato il gesto di una pistola alla tempia. 

Una scorta che lei non voleva perché, dice, "se devo pagare per quello che ho scritto voglio pagare di persona". E perché "nessuno possa mai venirmi a dire: 'parli facile tu che sei protetta'". 

Ma la scorta non sempre si chiede: molto più spesso viene imposta e comunque non si può rifiutare. E vivere scortati non è un privilegio, ma un obbligo e una menomazione. "Non mi hanno uccisa materialmente, ma hanno ucciso una parte di me". Vivere sotto scorta vuol dire anche fare i conti con i sensi di colpa: "I carabinieri che mi proteggono hanno otto figli in quattro e se gli dovesse accadere qualcosa non potrei mai perdonarmelo", racconta la giornalista a Today. Così, nel suo primo giorno da scortata, Marilena ha deciso di fare una diretta facebook rivolgendosi direttamente ai clan. "Se dovete colpirmi, fate del male solo a me".

Del suo caso di recente si è occupato anche Le Monde, ma in Italia queste storie faticano a trovare spazio. Sono 19 i giornalisti che vivono sotto scorta nel nostro Paese: molti di loro, come Marilena, non sono volti noti. Ma sono ancora di più i giornalisti minacciati (51 solo nel 2018, secondo i dati di Ossigeno per l’informazione) che una scorta ancora non ce l’hanno. E che imperterriti continuano a scrivere. Facciamo qualche nome e qualche cognome: Fabio Postiglione de "Il Roma" la cui auto è stata fracassata e presa a bastonate per quattro volte; Amalia De Simone del Corriere del Mezzogiorno, autrice di coraggiosi reportage sulla criminalità organizzata in Campania.

Giornalisti con la schiena dritta come Enzo Palmesano licenziato nel 2015 per ordine di un boss dopo aver denunciato gli interessi dei clan Lubrano. "Senza il loro lavoro io non sarei nessuno", dice Marilena. "Ci sono colleghi che lavorano per 3 euro e 50 al pezzo. Rispetto a loro io sono fortunata: ho alle spalle una tv (Piùenne, ndr) e due editori che mi pubblicano tutto. E che sostengono le mie inchieste nonostante le querele".

Lettere di avvertimento, minacce, bossoli. Marilena Natale di intimidazioni ne ha subite tante, ma non si è mai piegata. Nel 2013 è stata aggredita insieme al suo cameraman durante un servizio su Carmine Schiavone. Ancora prima, il 14 aprile 2010, quando scriveva ancora per la Gazzetta di Caserta, durante l'arresto del boss Nicola Panaro, cugino di Sandokan, un cognato del fermato le si avvicinò e le disse: "Io so chi sei e dove abiti, vattene da qui". Lei gli rispose: "Ah, sì? Vedo che hai la pistola. Ammazzami subito o finisci in galera".

Nell’ottobre dello scorso anno, dopo aver abbandonato una manifestazione per la presenza di un’ex camorrista mai pentita, la figlia della donna le scrisse via social: "Sei una carogna, ma chi ti credi di essere!".

Sui collaboratori di giustizia ha una sua idea: "Non sono d’accordo che tornino in libertà, dopo che decine di bambini e ragazzi sono morti di tumore a causa loro". E così dell’inchiesta di Fanpage dice: "Loro sono stati bravissimi, ma Perrella (l’ex camorrista infiltrato, ndr) resta un pezzo di fango".

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Proprio i rifiuti sono spesso al centro delle sue inchieste. Marilena ha tre figli di cui una in affido che lotta contro un tumore. Non è un caso isolato nella terra dei fuochi. "Questa bambina mi ha insegnato a vivere. Forse non salverò questo mondo, ma almeno ci ho provato". Sì perché qui in Campania, dice, "siamo in guerra e ognuno deve fare la sua parte. Io sono per la 'separazione delle carriere': i giornalisti devono fare i giornalisti. Ho rifiutato tante offerte di candidature, potevo avere un posto sicuro in Parlamento. Ma lì che ci vado a fare? Io sono utile qui, voglio restare vicino alla mia gente". Ma c’è stato un momento in cui ha pensato: ma chi me lo ha fatto fare? "Neanche per un secondo. Questa è la mia terra, sono loro che se ne devono andare". 
 

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