Falsi permessi di soggiorno, fino a 3mila euro per averne uno: 7 arresti, tra cui due poliziotti

"Ne abbiamo fatto entrare a migliaia", dice uno degli indagati in un'intercettazione.  Le indagini sono partite da un'altra inchiesta dell'antiterrorismo

Cinquanta euro per ricevere una semplice informazioni sullo stato della pratica, tremila per “aggiustare” il conseguimento dei permessi di soggiorno. Questo il “tariffario” con gli importi da versare elaborato dall’organizzazione dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sgominata a Napoli, con sette arresti eseguiti dalla Guardia di Finanza: coinvolti anche due ex poliziotti, uno ancora in servizio nell’Ufficio immigrazione della Questura di Napoli e un altro in pensione.

Le indagini eseguite dal Gico di Napoli e coordinate dalla Dda partenopea hanno permesso inoltre di far luce sul meccanismo utilizzato dal sodalizio per individuare la singola pratica e verificarne lo stato d'avanzamento e che era basato sullo scambio, via telefono, di appositi codici alfanumerici convenzionalmente assegnati a ciascun fascicolo dal software applicativo in uso all'Ufficio Immigrazione. Proprio attraverso la decifrazione di tali codici, ottenuta anche grazie alla collaborazione fornita dalla Questura di Napoli, è stato possibile pervenire all'esatta identificazione di diversi soggetti beneficiari dei permessi di soggiorno nonché alla ricostruzione dei ruoli svolti dai principali protagonisti dell'attività illecita.

Permessi di soggiorno illegali, in manette anche due poliziotti

In tutto sono 136 le pratiche di rilascio-rinnovo del permesso di soggiorno indebitamente concesso, individuate grazie al codice completo alfanumerico elaborato dal portale internet dell'Ufficio Immigrazione. Le indagini hanno permesso di accertare che l'associazione gestiva e controllava l'intera filiera burocratica preordinata alla concessione dei relativi provvedimenti amministrativi, dal reperimento dei clienti-richiedenti, alla predisposizione delle istanze, ai contatti con l'Ufficio Immigrazione della Questura, fino alla consegna dei documenti ai soggetti richiedenti, cui seguiva la riscossione dei compensi dovuti e la successiva ripartizione dei guadagni illeciti da parte dei diversi membri del sodalizio.

Nella "banda" c'era anche anche un ex ispettore della Polizia di Stato, Vincenzo Spinosa, già in servizio presso l’Ufficio immigrazione della Questura di Napoli. Secondo quanto emerso dalle indagini, Spinosa sovrintendeva e coordinava l'intera filiera dei servizi offerti alla clientela, che andavano dalle semplici informazioni sullo stato di una pratica a interventi per "aggiustare" il conseguimento dei permessi di soggiorno. In particolare, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Spinosa fungeva da trait d'union tra un folto gruppo di intermediari esterni all'Ufficio Immigrazione, sia italiani (tra i quali un avvocato e un commercialista) che extracomunitari, grazie ai quali raccoglieva le diverse istanze di soggiorno dai richiedenti stranieri, e i pubblici ufficiali interni al medesimo Ufficio i quali, di volta in volta, davano indicazioni sugli adempimenti da svolgere e fornivano i suggerimenti necessari alla soluzione di specifiche problematiche.  Una parte dei guadagni conseguiti dal sodalizio veniva inoltre destinata a remunerare i pubblici ufficiali compiacenti per i servizi resi e le attività espletate nell'esercizio delle loro funzioni, da qui la contestazione a carico degli indagati anche del reato di corruzione per l'esercizio della funzione.

Le indagini sono nate da una segnalazione per finanziamento al terrorismo. “Ne abbiamo fatto entrare a migliaia”, ha detto uno degli indagati in un’intercettazione. Durante le perquisizioni è stata trovata peraltro un’agendina nella quale era stato annotato il tariffario. Diversi immigrati appartenenti all’organizzazione avrebbero, secondo gli inquirenti, raccolto “richieste” di arrivo in Italia da parte di extracomunitari e poi corrotto gli agenti per ottenere le autorizzazioni.

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