Da "Cosa Nostra" a "casa nostra": come le agromafie controllano il cibo

Da nord a sud, non ci sono confini per agromafie: almeno 400mila i loro schiavi, come racconta il rapporto dell'Osservatorio Placido Rizzotto

Schiavi: non c'è un'altra parola del nostro vocabolario per descrivere la condizione in cui si trovano gli oltre 400mila lavoratori agricoli (più dell'80% stranieri) che si trovano asserviti al potere delle agromafie.  Lo racconta il secondo rapporto "Agromafie e caporalato" dell'Osservatorio Placido Rizzoto di Flai Cgil. E, differenza di quello che si può pensare, non ci sono confini territoriali: da nord a sud nel nostro Paese questo fenomeno è una realtà assodata in almeno 80 distretti agricoli. Dei 400mila schiavi almeno 100mila vivono tutti i giorni una condizione di disagio abitativo: il 62% di loto non ha accesso ai servizi igienici e il 72% lavorando si ammala.

MANODOPERA SCHIAVIZZATA - Tutto riconducibile al fenomeno del caporalato agricolo che ogni giorno sottrae reddito ai lavoratori: ai "caporali" va infatti la metà del salario giornaliero, che oscilla tra i 25 e i 30 euro al giono per una gionata di circa 10-12 di lavoro. Tra i dazi che i caporali impongono ai loro "schiavi" ci sono le spese di trasporto sul campo, il pranzo e l'acqua. Tutti soldi che vengono detratti dallo stipendio.

Ecco allora il "pizzo nel campo" che sottointende che il lavoro sia in nero e che quindi, oltre a sfruttare la  manodopera, porti anche un danno non trascurabile alle casse dello Stato: l'osservatorio, dedicato al sindacalista siciliano rapito e ucciso da Cosa Nostra, calcola una cifra di danni non inferiore ai 600 milioni di euro all'anno.

DA 'COSA NOSTRA' A 'CASA NOSTRA' - I "frutti dello sfruttamento" arrivano fino alle nostre tavole e sin dal campo passano dalle mani della mafia: il settore agricolo è il primo anello di una catena che stringe su tutta la filiera alimentare,  dalla produzione agricola all'arrivo della merce nei porti, dai mercati all'ingrosso alla grande distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione, con un fatturato pari a 12,5 miliardi l'anno.

NON SOLO IN ITALIA - Sarebbero 27 invece i clan che controllano questa porzione di mercato che, oltre allo sfruttamento in loco e al controllo delle derrate alimentari, comprende anche la tratta degli esseri umani, racket, usura. Se ci stupisce che tutto il nostro Paese è coinvolto in questo fenomeno, sarà scioccante constatare (come fanno gli analisti del rapporto) che invece in tutta Europa le associazioni a delinquere che si occupano di questo settore sarebbero circa  3mila e 660: per questo il Parlamento europeo ha istituito la commissione antimafia del organizzazioni criminali di stampo mafioso operano in Europa, e la  commissione antimafia. E anche qui i danni non sono trascurabili: l'economia comunitaria perderebbe ogni anno 670 miliardi di ricavi.

QUALCUNO RESISTE - Quello che però si legge nel rapporto dell'Osservatorio Placido Rizzotto sono anche esempi di chi, a questo sistema esteso di sfruttamento, ha deciso di ribellarsi, costruendone un altro. Per questo parte dell'analisi è dedicata a quei sindacati e associazioni che si sono impegnate in questi anni per contrastare il fenomeno: tre casi di studio vengono presentati per mostrare come ci siano concrete 'buone pratiche d'intervento', che oltre a denunciare contrastano caporalato e illegalità sul campo.

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