“Così sono diventato un senzatetto per aiutare un amico”: la storia di Giuseppe

Aveva tutto, una famiglia, un lavoro una casa e addirittura due auto. Poi un gesto di generosità si è rivelato un errore fatale, che gli ha fatto perdere tutto. Adesso è ospite di un dormitorio: “Il mondo mi è crollato addosso, ma non ho perso la dignità” 

Giuseppe di spalle (Foto da BolognaToday)

Dalla ricchezza alla strada, dall'agio alla povertà assoluta. Un declino terribile, purtroppo comune a molti italiani, travolti dalla crisi, da investimenti sbagliati o vittime della loro stessa generosità, come nel caso di Giuseppe un uomo di 64 anni passato 'dalle stelle alle stalle' per aver aiutato un amico

La sua storia, raccontata con lucidità a Erika Bertossi di BolognaToday, mostra come anche un atto di solidarietà possa ridurre sul lastrico una persona: “Avevo la mia casa, la mia professione, persino due automobili, poi, per aver aiutato un amico a mettere su casa, ecco come sono finito. Tutto è precipitato e il mondo mi è crollato addosso. Ma non la mia dignità”.

Giuseppe, originario del Sud Italia, si è trasferito a Bologna per lavoro, ma proprio questo trasloco ha segnato l'inizio del suo 'incubo', che lo ha portato a dormire in un dormitorio, dopo una vita passata senza il minimo problema di carattere economico: “Prima la malattia e poi la morte di mia moglie mi hanno segnato, ma mi sono buttato sul lavoro e ho continuato a mantenere i miei figli da qui, mandando loro i soldi necessari perché vivessero al meglio con l'affetto dei nonni, nella nostra casa”.

“Le cose andavano bene – prosegue Giuseppe - non mi mancava nulla e un amico d'infanzia, anche lui salito al Nord per lavoro, mi ha parlato del suo problema con la casa. In pratica voleva accendere un mutuo per acquistare una dimora nella quale andare a vivere con la moglie, ma la banca non glielo concedeva perché non aveva garanzie nonostante lavorassero entrambi. Siamo cresciuti insieme e ho deciso di fargli da garante per far sì che potesse realizzare il suo sogno familiare. E così firmai per il suo immobile a Sasso Marconi, luogo di origine della sua compagna”. 

Ma proprio quel gesto fatto in amicizia, si è rivelato un grande errore: “A qualche mese dalla firma ecco la telefonata della banca che mi avvertiva che ben otto rate non erano state pagate e che dovevo provvedere io a saldare il debito. Avevano, non so bene come, tutti e due perso il loro lavoro. Ho fatto un fido e nel frattempo i due continuavano a vivere in quella che a tutti gli effetti era la loro casa. Hanno iniziato a non rispondere più alle mie chiamate, io a dover vendere quello che avevo per pagare i debiti. Ma non bastava e tutto è precipitato. Ho usato il mio tfr, ho fatto tutto quello che potevo e alla fine sono finito in mezzo a una strada”

Nell'intervista rilasciata a BolognaToday, Giuseppe parla anche dei suoi figli, dei nipotini e di come non voglia che sappiano del 'buco nero' in cui è finito: “I miei figli hanno 40 e 32 anni, sono dei bravi ragazzi e preso la loro strada. Ho due nipotini che non vedo da 7 anni. Mai dovranno sapere quello che mi è successo: è un segreto che porterò nella tomba. Negli ultimi anni una cara amica che vive al Pratello mi ha prestato la sua casa quando uno dei miei ragazzi veniva a trovarmi: io mettevo delle nostre foto qua e là per far credere loro che fosse la mia abitazione”.

Una situazione incredibile che ha portato l'uomo anche ad accarezzare pensieri tremendi, come quello di commettere un gesto estremo o anche qualcosa di peggio, come ammesso da lui stesso al nostro quotidiano online bolognese: “Non solo l'ho pensato. Ho fatto di più. Mi sono procurato due pistole, due Beretta, sono salito su un pullman diretto a Sasso Marconi intenzionato a fare una strage: avrei ucciso il mio amico (quello che era un amico) e la sua famiglia. Una strage insomma. Mi sarei ucciso anche io. La mia mente era completamente offuscata dalla rabbia e dalla voglia di vendicarmi”.
 
Per fortuna, qualcosa ha distolto l'uomo da questo terribile pensiero: “Poi mi sono fermato – continua Giuseppe - mi sono ritrovato su un ponte, una folata di vento mi ha toccato ed è come se una voce mi avesse detto di non fare qualcosa che avrebbe distrutto due intere famiglie. Mi sono salvato e ho cominciato a vivere per strada: mi sono trovato un posticino in stazione vivendo un po' lì e un po' sul bus 61, il notturno che io chiamo dei "morti viventi". Era il 2016 ed era pieno inverno. Spesso ho dormito nel parcheggio del Meloncello per esempio ed è stata dura”.

“Al dormitorio non ci volevo venire. Ma le ragazze della Comunità di Sant'Egidio, quelle del Pallavicini e quelle del Beltrame mi hanno convinto che era per la mia salute: avevo infatti nel frattempo cominciato ad avere seri problemi alle gambe e ho avuto anche un periodo di degenza in ospedale. Da ottobre lavoro come guardiano al Lazzaretto, collaboro con Piazza Grande anche e mi do da fare come posso. Presto dovrei iniziare a ricevere la mia pensione”.

Adesso Giuseppe vorrebbe ripartire dalle sue passioni e da una vita semplice: “Vorrei riuscire ad avere un monolocale del comune, vorrei dedicarmi al disegno e alla poesia, ma anche alla scultura. Ho una vena artistica e regalo sempre le mie opere a chi mi aiuta. Quello che voglio fare nel mio futuro è non mollare. Voglio aiutare quelli come me, voglio collaborare con le associazioni che si occupano dei senzatetto”.

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A fine intervista Giuseppe ha voluto lanciare il suo personale appello alle istituzioni: “Ci sono tante case vuote e disabitate come quelle di via Irma Bandiera...perché non le danno a chi sa cosa fare? Fra volontari e assistenti in questi anni c'è di buono che ho incontrato persone bellissime che non mi hanno permesso di perdere la speranza”.

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