Aree interne, il futuro dell'Italia passa di qui: "Politica e cultura, si può fare"

Per migliaia di comuni italiani lo spopolamento è un processo iniziato da tempo, ma le energie per ribaltare le prospettive e valorizzare le risorse ci sono. Quale sarà il futuro dell'Italia "interna"? Abbiamo intervistato Filippo Tantillo, coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato nazionale per le aree interne: "La prima cosa che colpisce, muovendosi in queste aree, non è la mancanza di servizi, ma l’incapacità da parte di chi le abita di esprimere bisogni e rivendicare diritti". Qualcosa sta cambiando: "Il tema sta tornando al centro delle riflessioni sul futuro del Paese"

Perché anche chi vive nelle grandi città dovrebbe avere a cuore il presente e soprattutto il futuro dei piccoli paesi italiani che rischiano di spopolarsi nel giro di pochi decenni?

Perché le aree interne sono una riserva di energia, di produzioni, di “saper fare”, in ultima analisi di futuro. Sono il retroterra culturale delle città italiane. Sono spazi di sperimentazione più liberi. Questa è un’operazione che punta a rinsaldare i rapporti fra territorio e città. Oggi lo stiamo sperimentando nelle aree metropolitane di Genova, che partecipa ai progetti aree interne della sua provincia, preoccupata delle condizioni idrogeologiche del territorio, e di Catania.

Quello dello spopolamento è un tema di cui studiosi e politici "illuminati" parlano da tempo non solo in Italia, ma anche in Spagna, ad esempio, dove ci sono migliaia di comuni che stanno letteralmente scomparendo. Le dinamiche sono le stesse ovunque: poche nascite, i giovani che vanno in città, trasporti pubblici inesistenti. Può essere interessante affrontare l'argomento anche da un punto di vista "europeo"?

Assolutamente lo è, l’interesse internazionale che sta avendo la nostra iniziativa lo dimostra. Le aree interne europee si assomigliano moltissimo, dai Sudeti all’Andalusia, dal Galles al Massiccio Centrale francese. Le dinamiche che le attraversano sono le stesse. Blanca, in Spagna assomiglia più a Faeto, in Puglia di quanto non assomigli a Madrid. L’obiettivo della nostra Strategia è portare queste aree al centro della riflessione europea, oltre che nazionale.

Negli ultimi anni un ampio patrimonio culturale in stato di abbandono in molti casi è stato recuperato attraverso l’impiego di ingenti fondi provenienti dalla programmazione delle risorse europee: qual è il piccolo progetto tra i tanti secondo te più significativo, e perché?

Abbiamo in effetti problemi notevoli. Il patrimonio viene recuperato e dal giorno dopo comincia di nuovo la sua fase di declino. Sto pensando ad esempio alla tonnara di Favignana, meravigliosa ed enorme struttura, recuperata di cui oggi non si sa cosa fare. E’ un problema di gestione , e di modelli gestionali. D’altro lato, si moltiplicano sul territorio, anche per quanto riguarda i beni culturali, esperienze orientate all’innovazione sociale, che promuovono, cioè, una cultura che vede nella capacità di creare valore sociale la chiave di volta anche economica per creare nuove opportunità di lavoro qualificato, in un quadro di estrema frammentazione della proprietà e degli attori coinvolti nella tutela e nella valorizzazione (Stato, comuni, privati cittadini, istituti ecclesiastici). I progetti più interessanti sono quelli che sono in grado di attivare competenze e cittadinanza. Sono soggetti più attenti alla rigenerazione del patrimonio materiale e immateriale esistente e ad nuova produzione culturale fortemente radicata sui territori, in grado di rinnovare continuamente l’offerta, come ho detto prima. Si moltiplicano i casi in cui ad uno specifico manufatto di valore culturale, o ad una tradizione artigianale e manifatturiera locale, vengono affiancate esperienze e proposte di rivivificazione, attraverso il coinvolgimento di università, anche lontane, centri studi, singoli artisti o ricercatori, ospitati in strutture di accoglienza temporanea, capaci di proporne una nuova narrazione. Tra i tanti mi viene in mente il caso dell’Ex-Fadda di San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi. Una ex fabbrica trasformata in che oggi aggrega centinaia di giovani e associazione e offre laboratori di ogni genere. Ma in termini generali, anche su questo fronte c’è da dire che spesso il mercato non basta, anche perché, a parte questo e pochi altri casi, nelle aree interne non “abbiamo i numeri”. Basti pensare alla banda larga, altro tema molto rilevante di cui non abbiamo parlato, che spesso viene portata sui territori dai soggetti pubblici ma che poi si ferma alle centraline, perché non trova un distributore interessato.

Ci potresti raccontare un solo luogo in cui i progetti culturali hanno dato davvero nuovi orizzonti di sviluppo a una zona che sembrava condannata a morte certa, e che invece ora può guardare al futuro con una certa tranquillità?

Da un lato non c'è nessuna zona che si sia mostrata condannata, dall'altro nessuno può guardare al futuro con tranquillità. E non dimentichiamo che molte delle aree più attrattive del nostro paese sono aree tecnicamente interne. Volterra, le Cinque Terre, Il Salento, le isole Eolie, producono ricchezza e lavoro, ma soffrono di carenza, talvolta molto gravi, di servizi alla cittadinanza e perdono popolazione, con conseguente degrado del territorio e aumento della fragilità, che ne mette in forse il futuro. 

Un bilancio provvisorio della Strategia nazionale per le aree interne dopo i primi anni di lavoro.

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È una iniziativa sperimentale che lavora sul medio lungo periodo, e credo sia presto per fare un bilancio vero. Un primo obiettivo però, lo abbiamo ottenuto; abbiamo riportato il tema delle aree interne al centro delle riflessioni sul futuro del paese, e lo dimostra la quantità di università e associazioni con le quali stiamo lavorando. Mentre temo che per dare il giusto rilievo a questo tema nell’agenda politica ci sia da fare ancora strada.  Nei territori sui quali lavoriamo registriamo risultati buoni, Anche se non dappertutto. abbiamo cercato di promuovere il nuovo, abbiamo avvicinato i cittadini alle stanze dei bottoni, e convinto ministeri e regioni a “curvare” le politiche alle specificità dei territori. In alcuni casi riusciamo meglio, in altri meno. E’ un lavoro molto complesso, e molto dipende anche dalla partecipazione di cittadini. Noi ci crediamo e facciamo del nostro meglio. In due anni il Comitato Nazionale ha percorso oltre 50 mila chilometri su e giù per il paese: abbiamo incontrato e lavorato con migliaia di amministratori e di cittadini che condividono l’urgenza e la passione per il cambiamento, oltre che per i territori in cui vivono.

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