Lo Stato ha trattato con la Mafia per fermare le bombe: i protagonisti del "grande ricatto"

La sentenza della corte d’assise di Palermo dopo 5 anni di processo alla Trattativa Stato Mafia. Condannati a 12 anni l'ex generale dei Ros Mario Mori e l'ex senatore Marcello Dell'Utri, 8 anni anche al testimone chiave Massimo Ciancimino. Condannato a 28 anni Bagarella, assolto l'ex ministro Mancino

La trattativa Stato Mafia non solo c'è stata ma ora dopo 5 anni di processo ha anche nomi e cognomi dei protagonisti: ad intavolare una sorta di mediazione tra gli uomini delle istituzioni ed esponenti della malavita di Cosa Nostra sono stati alti esponenti in rappresentanza del Governo e della cosca mafiosa dei Corleonesi. Lo ha stabilito la sentenza del processo Stato Mafia pronunciata oggi al Tribunale di Palermo che mette un primo punto fermo sulla terribile stagione del 1992-1993, insanguinata dalle stragi Falcone e Borsellino e poi dagli attentati di Roma, Milano e Firenze.

"Questo processo è dedicato a Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e a tutte le vittime della mafia" ha detto il pm Vittorio Teresi. La sentenza conferma la tesi principale dell'accusa, che ha riguardato il ricatto della mafia allo Stato a cui si sono piegati alcuni elementi delle istituzioni e che ha visto riconoscere benefici alla mafia.

Trattativa Stato Mafia: la sentenza

Dopo quasi 5 giorni di Camera di consiglio è arrivato il verdetto della Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto per la sentenza nel processo sulla cosidetta "Trattativa Stato Mafia". Erano nove in tutto, dieci con il boss Totò Riina morto lo scorso novembre, gli imputati del processo.

Condannato a 12 anni l'ex generale Mario Mori. I pubblici ministeri Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi avevano chiesto 15 anni.

"Aspettiamo di leggere le motivazioni. Possiamo sperare che in appello ci sarà un giudizio perché questo è stato un pregiudizio - commenta  l'avvocato Basilio Milio, legale dell'ex generale dei carabinieri Mario Mori - Questo processo è stato caratterizzato dalla mancata ammissione di tante prove da noi presentate. La prova del nove? Non sono stati ammessi oltre 200 documenti alla difesa e venti testimoni, tra i quali magistrati magistrati come la dottoressa Boccassini, il dottor Di Pietro e il dottor Ayala".

Condannato anche l'ex generale Antonio Subranni, 8 anni per l'ex colonnello Giuseppe De Donno.

Condannato a 12 anni l'ex senatore Marcello Dell'Utri. "Una sentenza inaspettata - ha detto Giuseppe Di Peri, avvocato di Marcello Dell'Utri - C'è un periodo nel quale Dell'Utri è stato assolto, che sembrerebbe quello precedente al governo Berlusconi, e un altro in cui ha riportato una condanna estremamente".

Condannato anche il testimone chiave del processo, Massimo Ciancimino, accusato di calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni Di Gennaro: la procura ha chiesto 5 anni, la corte lo ha condannato ad 8 anni. Ciancimino è assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Condannato a 28 anni per il boss Leoluca Bagarella: per il cognato di Totò Riina l'accusa aveva chiesto una condanna a 16 anni.

Assolto l'ex ministro Nicola Mancino: era accusato di falsa testimonianza, la procura aveva chiesto una condanna a 6 anni.

Prescrizione per il pentito Giovanni Brusca accusato di concorso esterno in associazione mafiosa

Dodici gli anni di reclusione che erano stati chiesti per Antonino Cinà, assolto dalla Corte.

Il Pm Di Matteo: "Dell'Utri collegamento tra Berlusconi e Mafia"

"Nella nostra impostazione accusatoria, che ha retto completamente, l'ipotesi è che Dell'Utri sia stato la cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e l'allora da poco insediato governo Berlusconi. La corte ha ritenuto provata questa cosa". Lo ha detto il pm Nino Di Matteo.

"Da questa sentenza viene fuori che mentre i magistrati e gli uomini dello Stato saltavano in aria c'era chi nelle istituzioni trattava con la mafia. La Corte intanto ritiene provato il fatto che anche dopo il 1991 non si ferma il rapporto a Berlusconi imprenditore ma anche al Berlusconi politico".

Forza Italia: "Gravi parole, quereliamo Di Matteo"

"Forza Italia respinge con sdegno ogni tentativo di accostare, contro la logica e l'evidenza, il nome del presidente Berlusconi alla vicenda della trattativa stato-mafia oggetto della sentenza di oggi a Palermo. Sentenza che in attesa di leggere le motivazioni ci appare frutto di un evidente pregiudizio". È quanto si legge in una nota diffusa da Forza Italia.

"Ogni atto politico e di governo del presidente Berlusconi, di Forza Italia nel suo complesso, e di ogni suo singolo esponente è sempre andato nel senso di un contrasto fortissimo alla criminalità mafiosa, sia sul piano dell'incremento delle pene, e dell'individuazione di nuovi strumenti giuridici per una più efficace azione antimafia, sia anche per quanto riguarda l'azione delle forze dell'ordine sotto i nostri governi noi confronti dei responsabili di reati di mafia. Il fatto che uno dei pubblici ministeri coinvolti nel processo, non a caso assiduo partecipante alle iniziative del Movimento Cinque Stelle, si permetta, nonostante questo, di commentare la sentenza adombrando responsabilità del presidente Berlusconi è di una gravità senza precedenti e sarà oggetto dei necessari passi in ogni sede".

Ghedini: "Sentenza sconnessa dalla realtà

"La sentenza pronunciata quest'oggi dal tribunale di Palermo appare del tutto sconnessa dalla realtà -commenta l'avvocato e senatore di Forza Italia Niccolò Ghedini - Il governo presieduto da Silvio Berlusconi nel 1994, ancorché assai breve, è stato connotato da un netto, preciso e continuo contrasto del fenomeno mafioso, così come quelli successivi. Sono certo che in sede di appello questa ipotesi accusatoria dunque sarà del tutto posta nel nulla e sarà riconosciuta l'innocenza di Marcello Dell'Utri".

"Nel frattempo il dottor Di Matteo, che evidentemente aspira a ruoli diversi da quelli ricoperti in magistratura, farebbe bene a decidere se è d'accordo con la sentenza di condanna o se vuole invece continuare ad aggredire mediaticamente il presidente Berlusconi.Infatti se fosse vero l'assunto accusatorio per cui è così soddisfatto il dottor Di Matteo, è evidente che il presidente Berlusconi è persona offesa dal reato quale presidente del Consiglio dei ministri dell'epoca cosi' come ribadito dal Tribunale di Palermo. Ma è altrettanto evidente che il dottor Di Matteo per finalità comprensibilissime tenta di ribaltare completamente il significato della decisione. Ma per qualsiasi operatore del diritto la situazione è chiarissima. Se verrà riconosciuto in appello l'insussistenza del fatto non vi sarà più nulla da controvertere. Se per intanto si vuole credere alla sentenza odierna il presidente Berlusconi è totalmente estraneo ai fatti di causa. Ogni ulteriore commento non ha alcun fondamento giuridico". 

Che cos'è la Trattativa Stato Mafia

Nell'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo si è chiuso oggi il primo capitolo di uno dei processi più controversi degli ultimi anni.  Le indagini dei pm hanno attraversato oltre quattro decenni di storia italiana, in un percorso che in cui il biennio stragista del 1992-94 ha rappresentato uno spartiacque. Un processo che nel 2012 ha sfiorato anche i saloni del Quirinale, quando furono registrate quattro telefonate tra Nicola Mancino e l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che decise di sollevare un conflitto d'attribuzione di poteri davanti alla corte Costituzionale, con la Consulta che ordinò record la distruzione di quelle intercettazioni.

Il processo per la Trattativa Stato Mafia era iniziato il 27 maggio 2013, in questi 5 anni sono state celebrate oltre 200 udienze, ed ascoltati centinaia i testi. Sul banco degli imputati, dopo la morte di Totò Riina lo scorso 17 novembre, erano rimasti i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà; quindi gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno; Massimo Ciancimino, l'ex senatore di FI Marcello Dell'Utri e l'ex ministro Nicola Mancino che deve rispondere di falsa testimonianza. Per Ciancimino, invece, l'accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Tutti gli altri imputati sono accusati di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

Secondo l'accusa, confermata in parte oggi in primo grado, gli imputati avrebbero dato vita ad una trattativa tra Cosa nostra e parti delle istituzioni atta a porre fine agli attentati e le stragi del biennio 1992-94, e cedere alle richieste da parte della criminalità organizzata con l'ammorbidimento del carcere duro per i mafiosi.

I protagonisti nel 1992 sono i carabinieri del Ros che avrebbero avviato una prima trattativa con l'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che avrebbe consegnato loro un ‘papello’ con le richieste di Totò Riina per fermare le stragi". Un mese dopo la morte di Falcone, l'allora capitano De Donno avrebbe chiesto una "copertura politica" per l'operazione Ciancimino.

Dopo l'arresto di Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993, i boss avrebbero avviato una seconda Trattativa, con altri referenti, Bernardo Provenzano e Marcello Dell'Utri. Mentre le bombe mafiose esplodevano fra Roma, Milano e Firenze, un altro ricatto di Cosa nostra per provare a ottenere benefici. 

Le stragi di Mafia del 1990

Data Attentato Luogo Vittime
12 marzo 1992 Omicidio di Salvo Lima Mondello (Palermo) Salvo Lima
23 maggio 1992 Strage di Capaci Capaci (PA) 5 (tra cui Giovanni Falcone)
19 luglio 1992 Strage di via D'Amelio Palermo 6 (tra cui Paolo Borsellino)
17 settembre 1992 Omicidio di Ignazio Salvo Santa Flavia (PA) Ignazio Salvo
14 maggio 1993 Fallito attentato di via Fauro Roma Nessuna vittima
27 maggio 1993 Strage di via dei Georgofili Firenze 5
27 luglio 1993 Strage di via Palestro Milano 5
28 luglio 1993 Autobomba a San Giovanni in Laterano Roma Nessuna vittima
28 luglio 1993 Autobomba a San Giorgio in Velabro Roma Nessuna vittima
31 ottobre 1993 Fallito attentato allo Stadio Olimpico Roma Nessuna vittima
14 aprile 1994 Fallito attentato a Totuccio Contorno Formello (Roma) Nessuna vittima

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