Vaccini e autismo, storia di una bufala

La tesi della correlazione tra autismo e la vaccinazione antimorbillo fu messa in giro nel 1998 da un medico inglese sulla base di dati truffaldini. Eppure, a quasi vent'anni di distanza, continua ad essere condivisa sul web e a influenzare l'opinione pubblica. L'esperto: "In Italia le vaccinazioni sono scese al di sotto della soglia critica"

Immagine d'archivio

"La correlazione tra l’autismo e la vaccinazione antimorbillo è una classica bufala virale, come si suol dire oggi". Lo ribadisce ad Askanews il professor Piero Valentini, direttore dell’Unità operativa complessa di Pediatria del Policlinico Gemelli.

"Nasce da una truffa, possiamo definirla per quello che è stata, di un medico inglese, Andrew Wakefield, che nel 1998 riuscì a pubblicare uno studio su Lancet, che è una delle maggiori riviste scientifiche al mondo, suffragando la possibilità di una relazione tra questa grave malattia psichiatrica e la vaccinazione antimorbillosa", spiega il professore.

"Un giornalista inglese fece una lunga indagine attraverso la quale riuscì a scoprire che Wakefield aveva degli interessi personali e che aveva anche pubblicato dei dati truffaldini. Ragion per cui, a distanza di 10 anni, Lancet ritirò l’articolo segnalando che era frutto di una frode e il medico fu radiato dall’albo dei professionisti inglesi. Wakefield non ha mai ritrattato le sue ipotesi ma in quei 10 anni, fra l’uscita dell’articolo e la pubblicazione delle conclusioni delle indagini giornalistica, tutti gli sforzi che sono stati fatti nel mondo scientifico, molto colpito da questo articolo, non sono mai riusciti a dimostrare questo tipo di correlazione", sottolinea Valentini.

"Non c’è quindi assolutamente nessuna correlazione tra l’autismo e la vaccinazione antimorbillosa", spiega ancora Valentini, "anche se purtroppo il danno era stato fatto e questa bufala virale ha continuato a gironzolare sul Web e continua tutt’oggi a provocare dei movimenti di opinione".

E i risultati sono sotto gli occhi di tutti sotto forma di dati. "Nel nostro Paese come in molti altri Paesi, si è ridotta al di sotto della soglia che viene considerata utile e sufficiente per conferire la cosiddetta immunità di branco, vale a dire quella protezione di almeno il 95% della popolazione suscettibile che permette di proteggere anche quella percentuale, che per vari motivi, può non avere la possibilità di essere vaccinata". 

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