Yara, le motivazioni della sentenza: "Il Dna è di Bossetti, perizia irripetibile"

Per i giudici della Corte d'Appello di Brescia un'eventuale perizia non cambierebbe le carte in tavole e comunque non "vi sono più campioni di materiale" per eseguirla. I dettagli

Yara Gambirasio

Il campione di Dna rintracciato sugli indumenti di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa il 26 novembre 2010 e ritrovata morta il 36 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d’Isola, corrisponde a quello di Massimo Bossetti. La richiesta dei suoi difensori di disporre una super perizia genetica durante il processo d’appello è stata bocciata perché è stato un accertamento irripetibile a inchiodare il carpentiere di Mapello: il materiale biologico estrapolato da slip e leggins della vittima è infatti stato utilizzato tutto in fase di indagini e perciò mancano campioni genetici in quantità sufficiente per effettuare i nuovi accertamenti sollecitati dalla difesa.

Lo sottolineano i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Brescia in un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui, il 17 luglio scorso, hanno confermato la condanna all’ergastolo già inflitta Bossetti al termine del primo grado di giudizio.

"Non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea", scrivono i giudici della Corte bresciana presiduta da Enrico Fischetti.

"Un’eventuale perizia, invocata a gran voce dalla difesa e dallo stesso imputato – si legge ancora nel provvedimento- non consentirebbe nuove amplificazioni e tipizzazioni, ma sarebbe un mero controllo tecnico sul materiale documentale e sull’operato dei Ris".

In poche parole, "la famosa perizia genetica sarebbe necessariamente limitata ad una mera verifica documentale circa la correttezza dell’operato del Ris e dei consulenti dell’accusa, pubblica e privata". Perciò, "deve ritenersi che la doglianza della difesa circa la violazione dei principi del contraddittorio e delle ragioni difensive sia del tutto infondata".

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Sono "più tranquillo" e ho "molta fiducia nella giustizia". Sarebbero queste secondo il suo legale, Claudio Salvagni, le prime parole di Massimo Bossetti, il muratore accusato dell'omicidio di Yara Gambirasio, uscito dall'aula dopo la prima udienza in tribunale a Bergamo del processo sul delitto della tredicenne che fu trovata uccisa tre mesi dopo la sua scomparsa dalla palestra di Brembate di Sopra, il 26 febbraio del 2011

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