Come vivono le donne in carcere?

Sono una percentuale minoritaria della popolazione carceraria e poco spesso si parla di loro. Chi sono le detenute? Ecco il libro che viaggia nel mondo delle "Recluse"

Appena il 4% della popolazione carceraria è femminile. Una percentuale decisamente minoritaria che forse per questo rimane a margine nelle cronache. Se poco si parla di carcere, ancora meno si parla delle donne ristrette e delle problematiche femminili legate agli istituti penitenziari. Insomma, le differenze di genere esistono anche dietro le sbarre.

Forse per queste ragioni Grazia Zuffa e Susanna Ronconi hanno deciso di intraprendere un viaggio nell'universo ristretto delle carcerate: tutto è stato appuntato e pubblicato dalla casa editrice "Ediesse" nel volume di recente pubblicazione "Ristrette". Il libro si basa su interviste fatte a detenute delle sezioni femminili di diversi istituti penitenziari e vuole indagare la soggettività delle donne che vivono questa condizione, dando loro voce attraverso le interviste curate e fatte dalle autrici. Da queste emerge da una parte le sofferenze e lo stress che la carcerazione porta con sé ma anche la forza e la resistenza di chi, nonostante la reclusione, sogna e immagina ancora un futuro. 

"Il fatto che siano una piccola minoranza in un universo pensato per il genere maschile, le rende ancora più invisibili e le espone a una situazione ancora più penalizzante. Le donne sostengono le reti di cura e familiari ma quando vengono a mancare hanno uno scarso sostegno" ci spiega Susanna Ronconi, una delle due autrici. La povertà delle recluse non è solo economica, ma anche sociale e relazionale: "Chi è in carcere generalmente soffre di deprivazione affettiva. Le donne di più, in particolare nei rapporti di maternità e genitorialità. C'è quindi anche una sofferenza legata al loro ruolo sociale: un sentirsi meno, un deficit che si riscontra in molte narrazioni". 

Chi è in carcere ha commesso un reato e quindi di per sé è biasimabile. Una donna lo è due volte: "E' come se commettendo un crimine si venisse meno a una certa idea di femminilità. Sembra qualcosa di antico ma in realtà il giudizio morale è ancora presente e le donne in carcere non solo lo sentono ma lo interiorizzano. Di fronte a questo ci sono anche storie di rifiuto e di resistenza, non solo di sofferenza" continua Ronconi. 

In effetti il carcere femminile fa parte di una storia "recente": tradizionalmente le donne sono state "recluse" in altri ambiti (la casa o il convento), perché dovevano essere "raddrizzate moralmente". Finire in carcere per aver commesso un reato è stata una forma di rivendicazione di parità: "Adesso però bisogna uscire da questo paradosso - conclude Ronconi - bisogna emanciparsi dalla galera, andare oltre il carcere, sia per il mondo femminile che per quello maschile, per tutti insomma". Di quel 4% quasi i tre quarti si trova reclusa per reati minori, con pene inferiori a tre anni: "Di questo le donne sono consapevoli, delle loro azioni, delle conseguenze e responsabilità che hanno. Ma perché stare in carcere? Bisogna riflettere per superare la galera". 

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