Il galateo al tempo del coronavirus: le regole della ‘nuova’ buona educazione

La convivenza con il virus influirà inevitabilmente sugli approcci relazionali dopo settimane di lockdown: i principi da tenere a mente

Gli ‘affetti stabili’ si predispongono al primo evento mondano dopo settimane di piattume emotivo. Parenti e fidanzati inclusi nella “formula un po' ampia e generica” di ‘congiunto’ sistemano come possono capigliature informi e ricrescite indecorose in vista di un appuntamento che prima o poi tornerà ad essere prerogativa di tutti, di single avvezzi ai rapporti saltuari come di meticci amatori dai legami indefiniti.

Intanto bisogna prendere atto di come la convivenza con il coronavirus e la paura di essere contagiati e di contagiare influirà inevitabilmente sui prossimi approcci con le persone e, dunque, sui comportamenti fino ad ora connaturati in un modo di essere, di fare, di stare tra le persone. Il distanziamento è regola; il contatto eccezione da concedere solo e se si applicheranno tutte le attenzioni necessarie a proteggere sì se stessi, ma anche, soprattutto, gli altri. Insomma, nell’ ‘anno zero d.c’ inteso come ‘dopo coronavirus’, l’elemento che distinguerà l’educato dall’incivile sarà la sua attitudine a predisporre tutte le accortezze utili per preservare la salute altrui e propria.

Mascherine e guanti

Insieme alle chiavi di casa, al portafogli, ai documenti, mascherine e guanti entrano a far parte dell’equipaggiamento del cittadino italiano. Al di là dell’obbligatorietà sanzionabile dalle autorità, indossare dispositivi di protezione individuale pensati per arginare l’infezione del virus è il primo segno tangibile di rispetto per la comunità che, dal canto suo, dovrà imparare a rinunciare allo spettacolo di labbra pittate da rossetti e a sfoggiare anelli sbrilluccicanti (tra l’altro, poco igienici). Naso e bocca saranno sempre coperti così come le mani che si eviterà di agitare durante una conversazione lieta anche senza palpate. Gesticolare mentre si parla non è mai servito e ora men che meno: se prima era una raccomandazione, ora diventi una sana abitudine.

Il saluto con la mano

Fino a ieri considerato segno di freddezza o di celati rancori su cui interrogarsi, il saluto con la mano a mo’ di Queen Elizabeth rientra adesso nella cordialità di un atteggiamento che con l’anaffettività non ha nulla a che vedere. L’arcinoto metro di distanza mitiga il temperamento latino naturalmente predisposto all’abbraccio, alla toccata, alla pacca sulla spalla. Qualcuno vorrebbe sostituire la focosa gestualità con contatti di gomiti o di piedi da scambiare insieme a un “ciao-come-stai-da-quanto-tempo!”, rituali ‘innovativi’ che però potrebbero non incontrare la simpatia di molti, se si pensa che i medici consigliano di utilizzare l’avambraccio per proteggere gli altri da starnuti o colpi di tosse. In ogni caso, ognuno è libero di accordare il saluto, fingere di non averlo notato con la diplomazia di un cenno garbato o, se si ha confidenza con l’entusiasta interlocoture, di chiarire senza mezzi termini che il fervore così palesato risulta molesto. Senza dubbio è sempre meglio affidare agli occhi il compito di esprimere la gioia di rivedere l’altro, capace di leggere anche in uno sguardo il sorriso nascosto dalla mascherina (per questo motivo è apprezzabile togliere eventuali occhiali da sole durante una conversazione già complicata dai dispositivi di protezione).

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‘Se piangi, se ridi, io sono con te’ (ma solo con le parole)

La scoperta del virus Covid-19 nelle lacrime di una paziente induce anche ad un’altra osservazione che tristemente influenza l’universo delle relazioni sociali al tempo della pandemia: come non è possibile condividere una gioia, prudentemente allo stesso modo non si può accogliere la tristezza di chi piange con un bacio o una carezza, tantomeno passargli un fazzoletto in segno di vicinanza. Evitare un contatto anche nella sofferenza rientra tra i comportamenti a cui sarà più difficile abituarsi, ma tant’è: l’affetto tocca dimostrarlo in altre forme, con le parole soprattutto, veicolo di un’empatia snaturata di gesti fino ad ora spontanei, ma comunque manifestabili attraverso una frase che sappia scaldare quanto un abbraccio, purtroppo, ancora negato.

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