Adolescenti incinte: analisi di un’eccezione alla regola delle mamme attempate

In un Paese come l’Italia dove vivono le mamme più vecchie di Europa emerge la straordinaria nicchia di giovani ragazze che portano avanti una gravidanza prima dei 18 anni: tutti gli aspetti, i rischi, le prospettive delle gravidanze precoci raccontate dagli esperti del Servizio di Accompagnamento alla Genitorialità in Adolescenza

Trovarsi nel bel mezzo dell’adolescenza e aspettare un figlio. Osservare il proprio corpo che cambia, la pancia che cresce giorno dopo giorno, mese dopo mese, nell’età in cui, di norma, la propria immagine riflessa nello specchio è oggetto di vanità smorfiosa e di rigide autocritiche estetiche con cui fare i conti. Una ragazzina di meno di 18 anni che decide di portare avanti la gravidanza si colloca in un segmento di straordinaria realtà in un Paese come l’Italia indicato tra quelli con le mamme più anziane d’Europa (l'età media per il primo figlio è di 31 anni, secondo l'indagine Eurostat sulle nascite del 2017), “dove si comprano più pannoloni che pannolini”, per dirla alla Riccardo Iacona che al calo demografico italiano ha dedicato la puntata di esordio di stagione del programma ‘Presa Diretta’.

E’ un’eccezione delicata, complessa, ricca di innumerevoli sfumature fisiche e psichiche che abbiamo provato a conoscere addentrandoci nel lavoro del Servizio di Accompagnamento alla Genitorialità in Adolescenza degli Ospedali San Carlo e San Paolo di Milano (SAGA) che proprio di questo si occupa: di guidare le giovani mamme fino ai 21 anni e i loro partner durante la gravidanza e nelle prime fasi della crescita del bambino.

L’attività del Servizio di Accompagnamento alla Genitorialità in Adolescenza

Il servizio, nato nel 2007 in collaborazione con l’Università di Milano Bicocca, accompagna i futuri genitori dal primo accesso al parto e fino al secondo anno di vita del bambino. “Nel 2018-2019 abbiamo avuto tra i 50 - 60 accessi l’anno”, ci dice la dottoressa Margherita Moioli, referente del SAGA: “Più che casi, le chiamerei situazioni, perché ognuna di esse porta con sé almeno tre ‘pazienti’ che sono la mamma, il ragazzino suo compagno, il bambino che sta per nascere e a volte anche i nonni che hanno tra i 34 e i 60 anni. Anzi, mediamente sono i bisnonni che hanno 60 anni”. 

Casi che, come spiega il dottor Alessandro Albizzati, direttore della Struttura di Neuropsichiatria II dell'ASST Santi Paolo e Carlo, rientrano in un fenomeno che può avere una collocazione geografica: “E’ più corposo nell’Italia meridionale, principalmente in Campania, nelle città come Napoli. Non vorrei esagerare, ma penso che quella delle gravidanze anticipate sia anche un fenomeno culturale che nel meridione è più accettato, escludendo le situazioni in aumento di abuso, di condizioni di violenza che non vanno annoverate nel capitolo delle gravidanze anticipate”.

I rischi di una gravidanza precoce 

Ma davvero a questa giovane età c’è la scelta ponderata di avere un figlio da parte di una coppia? “Sotto questo aspetto userei una certa cautela”, precisa Albizzati: “Sono ragazzine nate in famiglie dove avere una precocità nell’atto procreativo è un fatto transgenerazionale. Spesso troviamo ragazzine di 15-16 anni che hanno mamme giovanissime, tutte con figli avuti molto precocemente. Quindi rimanere incinta così presto non è un elemento di grande scandalo, benché l’ufficialità le consideri tutti gravidanze a rischio, sia sotto il profilo psicologico che biologico”. 

“A quell’età, nonostante il corpo dia loro la possibilità di procreare, le ragazzine non hanno una completa maturità sessuale, degli organi, della composizione corporea, il canale del parto non è ancora completamente sviluppato, per cui è una gravidanza che va comunque monitorata con un'attenzione specifica”, chiarisce il neuropsichiatra: “Per quanto riguarda il profilo psichico, tenga conto che il nostro modo di vivere, la società, non incentiva in alcun modo le gravidanze così precoci. Così, anche quando scelgono di portare avanti la gravidanza consapevolmente, le ragazze sono e restano molto piccole, in grado sì di arrivare al concepimento, di fare un figlio, ma non di essere madri a tutto tondo”. 

Il profilo-tipo dei giovani genitori 

Le giovani mamme e i loro compagni non sono, dunque, davvero consapevoli di ciò che un figlio comporta, delle responsabilità, delle rinunce, la scuola, università, lavoro. “Una percentuale molto importante, siamo sul 70% dei casi, sono quelli che in letteratura vengono definiti i Neet, Neither in Employment nor in Education or Training, che non lavorano, non vanno a scuola e non cercano di entrare in una condizione formativa”, argomenta Albizzati: “Presumibilmente la gravidanza si gioca tra l’identità come genitore che in un’epoca diversa ha fatto figli molto precocemente e il tentativo di darsi uno status. I futuri giovani genitori vengono seguiti sotto il profilo psico-sanitario e anche in famiglia si attiva su di loro un’attenzione, ma questo non significa che abbiamo una condizione programmatoria. Non a caso, anche i rapporti di coppia che instaurano si smontano con grande facilità, i partner mediamente scompaiono velocemente e questo bambino e la ragazzina vengono riaccolti nella famiglia di origine”.

A livello inconscio, insomma, si cerca una realizzazione identitaria attraverso un figlio: “Tramite la gravidanza queste ragazze cercano un atto identitario che però non vuol dire maternità, non fa di loro delle mamme. Per questo il nostro servizio nasce, per creare delle condizioni minime di tutela di questi bambini che nascono in una situazione che definiamo pericolosa, a rischio, perché se slegati da un’attenzione, vanno incontro a una situazione di violenza, di maltrattamento, proprio perché le loro mamme non sono capaci di tutelarli”, afferma ancora il dottore: “Pensi a tutta l’area della tollerabilità di crescita di un bambino che ha una serie di infinite esigenze sull’accudimento, sulla dimensione di crescerlo tenendo conto dei  suoi tempi. Sono bimbe da questo punto di vista, fanno fatica a riconoscere che c’è un tempo di crescita che va concesso. Per diventare madri di devono fare delle rinunce. Se per una mamma attempata di 36,37 anni non è possibile parlare di un’identità sola, ma anche di una professionale, di donna, per queste ragazzine si tratta di aspetti che non sono mai neanche nati. Con il nostro lavoro non le trasformiamo in mamme di grande competenza, non facciamo alcun miracolo, ma di fatto spezziamo alcune condizioni che potrebbero instaurare situazioni pericolose, creando delle situazioni di tolleranza e anche di comprensione dei bisogni di questi bimbi. Ci troviamo davanti a ragazzine analfabete in ambito emozionale e via via un minimo di tracciabilità da questo punto di vista si crea”. 

E i futuri giovani padri? Che supporto danno in questa fase alle compagne incinte? “Consideri che stiamo parlando di 18enni, coetanei o poco più grandi delle fidanzate con cui spesso il rapporto si interrompe con una certa precocità. Sono incompetenti, non hanno la minima idea che si sia di fronte a una coppia che va tutelata e protetta. Vengono poi da situazioni famigliari in cui i genitori sono spesso separati, divorziati, e loro tendono a riattualizzare la situazione”, osserva Albizzati: “Queste ragazzine vanno assolutamente aiutate, altrimenti la conseguenza è l’intervento della magistratura minorile che si trova obbligata, vedendo l’incompetenza, a mettere i loro figli in affido. Non dico in adozione, perché in quei casi accade che la famiglia di origine si attivi e quel bambino venga accolto nel grande gruppo di origine diventando, in pratica, un figlio in più”.

I risultati del percorso 

Il Servizio di Accompagnamento alla Genitorialità in Adolescenza è attivo dal 2012 e in questi anni il bilancio relativo ai riscontri degli esperti che vi lavorano è più che positivo. “Uno dei risultati più gratificanti è che tra i tre e i sei mesi di lavoro dopo il parto vediamo diminuire o azzerare tutti gli indicatori di non accudimento o di accadimento negativo, fino alla violenza”, dichiara Albizzati: “In alcuni casi queste ragazze trovano un altro partner, rifanno figli, sono in grado di avere una famiglia discretamente funzionante. E’ un lavoro importante in un segmento di età come l’adolescenza, che al di là della gravidanza, pone in allarme tutti gli indicatori”.

L’importanza di un sostegno alle mamme adolescenti 

“Occorre anche sottolineare che quasi tutte le ragazze provengono già prima della gravidanza da abbandoni scolastici precoci”, aggiunge la dottoressa Moioli per puntare l’attenzione sul futuro psichico e pratico delle giovani mamme e, dunque, dei loro bambini: “Il 70% di loro ha abbandonato la scuola già verso i 14, 15 anni. E’ un dato importante che ci sprona a sensibilizzare l’opinione pubblica, ma anche la politica, verso una maggiore attenzione alla situazione scolastica dei ragazzi che ha un ruolo protettivo molto importante. Noi, come servizio SAGA, passati i primi mesi dopo il parto, tentiamo di reintrodurre la ragazza nel percorso scolastico o in uno lavorativo se è più grande, affinché si renda responsabile dei reali bisogni”.

L’estrema rilevanza di un sostegno emerge dalle differenze riscontrate tra coloro che ne hanno giovato e quelle che, al contrario, non sono state adeguatamente accompagnate in un percorso orientativo e formativo: “La mamma adolescente non seguita reitera gravidanze a ripetizione, anche ogni anno e mezzo, ed eventualmente aborti; inoltre, le mamme esposte a uno stress eccessivo reagiscono dando il via a situazioni violente”, racconta Moioli: “Le mamme seguite, al contrario, hanno mediamente 2-3 figli, situazione comparabile a qualsiasi programmazione famigliare, e una consapevolezza molto più alta che si ripercuote inevitabilmente anche sulla salute mentale dei bambini. Quanto ai papà, abbiamo notato come alcuni, anche in caso di fine del rapporto con la madre del figlio, riescano ad esserci comunque, anche grazie al supporto della famiglia”. 

“Altro dato importante riscontrato nelle ragazze seguite è la loro capacità di ascoltare le indicazioni adulti, riuscendo a mettere da parte l’indole propria degli adolescenti e dunque  favorendo lo sviluppo del bambino in un’atmosfera più protettiva”, conclude la dottoressa prima di lanciare un messaggio che rimarca il valore di una collaborazione tra esperti e strutture: “E’ importante, proprio per evitare che si abbiano delle conseguenze negative sullo sviluppo dei figli di mamme adolescenti, che nel primo anno i pediatri si impegnino a segnalare situazioni particolari a centri come il nostro in cui si possa lavorare sugli aspetti di sviluppo del bambino così da prevenire eventuali conseguenze. Queste ragazze, anche se giovanissime, ce la possono fare, possono essere davvero delle brave mamme: il corretto supporto diventa un elemento di crescita per tutti, mamma, bambino, padre e, perché no, anche per i nonni”. 

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