“Così ho visto donne ritrovare la gioia di vivere per se stesse e per i loro figli”

A raccontare il percorso affrontato dalle vittime in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne è Laura Vassalli, volontaria e responsabile delle relazioni esterne di Telefono Rosa che dal 1988 risponde alle richieste di aiuto

“Oggi ho fatto una cosa bellissima: Ho preso un caffè con un’amica”.

No, non è l’enfatizzazione di una banalità. E nemmeno l’utilizzo improprio di un superlativo associato ad un’azione tanto consueta per molti: qui, prendere un caffè al bar con un’amica è conquista, obiettivo straordinario raggiunto da una donna dopo un tempo infinito in cui essere stata l’oggetto di violenze da parte di un uomo ha costituito la normalità di una vita ora finalmente stravolta dalla grazia della libertà.

L’episodio ce lo ha descritto Laura Vassalli, volontaria e responsabile delle relazioni esterne di Telefono Rosa, contattata da Today per avere una testimonianza concreta di quello che le cronache raccontano e i numeri diffusi in occasione della Giornata internazione contro la violenza di genere del 25 novembre contano. Dati che fanno terrore: in Italia ogni quindici minuti una donna è vittima di atti di violenza, secondo i dati presentati dalla Polizia nel rapporto ‘Questo non è amore 2019’, ed è lo stesso report ad informare anche sull’aumento dei femminicidi, passati dal 37% del 2018 al 49% nel periodo gennaio-agosto 2019.

Lo sgomento, però, può e deve cedere alla speranza di un cambiamento, iniziare ad essere squarciato dalla forza di un coraggio che spinga verso una prima richiesta di aiuto, principio di un percorso che salva dalle botte fisiche e psicologiche, e assicura la speranza di un’esistenza nuova.  

Telefono Rosa, le attività e il gestore 1522

Ascolto, accoglienza, consulenza legale, psicologica ed economica sono solo alcune delle attività messe in atto dal gruppo di volontarie e professioniste dell’associazione Telefono Rosa, nata nel 1988 con lo scopo di supportare le vittime di abusi all’interno delle mura domestiche. Il 1522 è un servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: gratuito, attivo h24, l’utenza accoglie con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking. Laura Vassalli ci ha spiegato qualcosa in più rispetto all’attività di Telefono Rosa a cui, in oltre 31 anni, si sono rivolte 715mila persone, sia telefonicamente che presso le sedi dell’associazione di Roma, Torino, Verona, Mantova, Napoli, Ceccano, Bronte.

Come ci si approccia alle prime richieste di aiuto da parte delle donne che si rivolgono al Telefono Rosa?

Dopo averle ascoltate e aver compilato una scheda anonima numerata dobbiamo sapere di cosa hanno bisogno. Può essere un avvocato penalista, un civilista… Ci raccontano ciò di cui hanno bisogno e fissiamo un appuntamento nei turni in cui si alternano le professioniste. Questo il primo approccio, sempre che non vengano direttamente in sede, magari perché mandate dagli ospedali, dalla polizia, dai carabinieri o da qualche amica.

Di norma, quando la loro richiesta è telefonica, qual è la richiesta più frequente?

Ci chiedono come muoversi, come comportarsi soprattutto quando ci sono dei figli. Se sono madri in pericolo, non possono prendere i bambini e andare via, perché correrebbero anche il rischio di essere denunciate dal marito. Noi diamo da subito delle informazioni minime utili a sapere come muoversi, per fare una denuncia e prendere le loro decisioni del caso in totale libertà. Non vengono mai forzate a fare nulla.

E’ mai successo di rispondere a una telefonata fatta da una donna in un momento di contestuale violenza?

Raramente. E’ più frequente che succeda subito dopo. Spesso è una richiesta di aiuto meditata. Tante volte le donne non denunciano perché preoccupate per i figli, senza rendersi conto che ai bambini che assistono o sono essi stessi vittime di azioni di violenza, un atteggiamento del genere fa malissimo. Una di loro ci ha raccontato di essersi decisa a chiedere aiuto dopo aver visto il figlio di quattro anni frapporsi tra lei e il padre per difenderla: “Allora ho capito che stavo rovinando la vita del mio bambino, oltre alla mia”, ha ammesso.

Quando una donna compone il 1522 chi si trova a risponderle dall’altro capo del telefono?

Trova le volontarie che sono state preparate per mesi a rispondere. Coloro che vogliano diventarlo devono prima affrontare un colloquio di valutazione con la presidente dell’associazione e una psicologa, perché non sempre si è adatte per svolgere un ruolo del genere. Magari, ad esempio, si è eccessivamente emotive, e questo non va bene, perché è necessario avere un certo distacco per essere d’appoggio: noi dobbiamo aiutare, non aggravare la situazione. Superato il primo colloquio, oltre a una preparazione teorica, è previsto un corso di tre mesi di affiancamento alle operatrici volontarie con esperienza per capire come ci si deve esprimere e come va accolta la persona, senza però valicare il proprio limite di competenze. Non bisogna avere un atteggiamento giudicante e dare consigli per telefono, perché è sempre preferibile incontrare personalmente le interlocutrici.

In questi 31 anni di attività di Telefono Rosa avete riscontrato dei cambiamenti della vostra attività, in termini numerici o di modalità di richiesta di aiuto?

Le richieste di aiuto sono sempre moltissime: dall’inizio dell’anno a oggi ci sono state oltre tremila telefonate. Sicuramente se ne parla di più e questo ha fatto sì che le donne si aprano di più alla richiesta di aiuto. Personalmente riscontro una violenza pazzesca in questo periodo, nel nostro e in altri Paesi. L’ultimo fatto di cronaca a riguardo mi ha lasciato sconvolta: poiché la moglie voleva la separazione, il marito ha organizzato una violenza di gruppo con i suoi amici. E pazzesco. Non so perché, ma è così.

“Noi ci teniamo a dire che si può uscire, bisogna avere fiducia. In questi miei 15 anni di attività in Associazione ho visto donne ritrovare la gioia di vivere, la vita, per se stesse e per i loro figli”, ha concluso Vassalli: “Mi è rimasto impresso il caso di una donna arrivata da noi completamente destrutturata dal marito che piano piano l’aveva soggiogata fino a farle lasciare il lavoro e impedirle di andare a scuola a prendere i figli. Dopo essere stata presso una nostra casa rifugio per un po’ di tempo e aver affrontato tutto il percorso necessario comprensivo anche di un corso per riprendere il lavoro (fondamentale per affrontare il futuro in autonomia), è uscita e l’ho rivista. Era un fiore. ‘Oggi ho fatto una cosa bellissima’, mi ha detto: ‘Ho preso un caffè con un’amica”.

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