Karl Lagerfeld non era solo uno stilista: breve compendio di una vita pazzesca

85 o 81 anni? Non importa quanti anni avesse davvero il kaiser Lagerfeld. Oggi non è la fine, solo il prosieguo di un mito costruito nel corso di un’esistenza unica che tocca conoscere almeno un po'

Karl Lagerfeld (Parigi, sfilate autunno inverno 2018/2019)

La sua non era una faccia, una coda canuta sulla nuca, un paio di occhiali neri. Il volto di Karl Lagerfeld ora è un cammeo, un gioiello antico fatto di curve morbide e linee austere impresse sull’onice granitica che si chiama arte. Quella che supera bozzetti e tessuti, oltrepassa atelier e passerelle, e diventa totale. Magnifica.

85? 81 anni? Non importa quanti anni avesse davvero il kaiser che per quarant’anni ha guidato la moda intesa come pretesa di lusso e di eleganza. Ciò che conta adesso è quello che ha lasciato, e la data del decesso, avvenuto all'ospedale di Neuilly-sur-Seine di Parigi dopo una malattia, non è la fine di una vita pazzesca, ma il prosieguo di un mito costruito nel corso di un’esistenza unica, sofisticata almeno quanto le creazioni frutto di intelligenza, manualità, lungimiranza.

Karl Lagerfeld, il talento  

Sosteneva di vantare nobili origini Karl Otto Lagerfeld, nato ad Amburgo, in Germania, il 10 settembre di un anno che potrebbe andare dal 1933 al 1938. Il talento con la matita si dimostra per la prima volta nel 1954, quando vince il premio Woolmark Prize per un bozzetto di un cappotto e si spartisce il titolo con Yves Saint Laurent che ha creato un abito da sera.

Da assistente di Pierre Balmain, emblema della moda parigina dell'epoca che vedeva la sartoria come “l'architettura del movimento”, disegna una collezione segnata da spacchi vertiginosi e scollature tali da far arrossire i benpensanti. Era l’inizio della fine di costrizioni, l’inizio della fine di una femminilità antiquata, ora finalmente sensualità garbata, raffinata ostentazione.

A curare la direzione creativa della Maison Chloé arriva nel 1963 e ci resta per 15 anni, mentre il 1965 segna il sodalizio con le sorelle Fendi che nel tempo andrà oltre all’aspetto prettamente professionale per diventare un legame quasi famigliare.

Karl Lagerfeld, il fotografo

Nel 1983, a dieci anni dalla morte di Coco Chanel, lega per sempre il suo nome a quello di Mademoiselle puntando sui simboli iconici del marchio che è anche grazie a lui se è diventato simbolo di uno status a cui ambisce la ricca signora che vuol sì dare nell’occhio, ma anche valorizzare una certa finezza indipendente dal conto in banca.

Ma Lagerfeld non è solo una sfilata di abiti e accessori che,  dietro una vetrina, diventano oggetti di desiderio. Va oltre, vola sopra tutto, e – come ricorda Serena Tibaldi su D di Repubblica - a chi gli chiede se sia mai pienamente soddisfatto dopo una sfilata, risponde di sentirsi  come "una ninfomane che non raggiunge mai l'orgasmo", frase indicativa della fame di curiosità che travalica ogni confine.  

L’occhio di Karl Lagerfeld, infatti, si sposta dai bozzetti e osserva il mondo anche attraverso un obiettivo che genera fotografie e campagne stampa per Fendi e Chanel; il suo sguardo dietro le lenti scure si sofferma anche sull'editoria di moda, sugli design arredi, sul Calendario Pirelli.

Karl Lagerfeld, il suo modo di vestire

I colletti inamidati, le giacche impeccabili, la pettinatura bianca come la barba che negli ultimi anni si era lasciato crescere sono i segni distintivi del personaggio noto anche per non lasciare mai scoperte le sue mani, sempre protette da guanti, per non nascondere la sua predilezione per le pellicce che in una società in cui non si disdegna la carne - diceva - non dovrebbero essere capi da bandire, e per essere fissato con la magrezza fisica (nel 2004 firma la prima collezione creata da un grande designer per H&M: l’unico dettaglio che lamenterà sarà quello di aver visto le sue creazioni disegnate per corpi magrissimi riprodotte anche in taglia 48 da donna).

Karl Lagerfeld, vita privata

Lagerfeld è stato legato a lungo al compagno storico, Jacques de Bascher, scomparso nel 1989. Dopo di lui, un posto di riguardo nella sua vita privata lo ha avuto solo Choupette, una gatta birmana al cui servizio ci sono sempre state due cameriere 24 ore su 24.

A uno così non puoi dirgli addio, solo dargli il benvenuto. Benvenuto nel mito, uno degli ultimi. 

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