Una app per il reddito di cittadinanza (e molti problemi da risolvere)

Il commissario all’Agenda digitale Diego Piacentini in una intervista al Corriere della Sera ha spiegato il progetto del governo. Eppure non tutto potrebbe andare come previsto

La rivoluzione digitale è in fase di test: io.italia.it è un'applicazione che promette di cambiare radicalmente il rapporto dei cittadini con la pubblica amministrazione ma che potrebbe anche diventare lo scheletro digitale del reddito di cittadinanza. Il commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda digitale Diego Piacentini, in una intervista al Corriere della Sera spiega come funziona l’app per il reddito di cittadinanza benché il processo del sussidio sia ancora tutto da definire.

L'app io.italia.it è in fase di test in sette comuni tra cui Milano, Torino, Palermo e Cagliari.

"Lo staff del vicepremier e ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ci ha chiesto una soluzione tecnologica per il reddito di cittadinanza - spiega Piacentini - Progetto che noi abbiamo suddiviso in 4 blocchi tecnologici: chi ne ha diritto; qual è il passaggio dei soldi dallo stato al cittadino; qual è il passaggio dei soldi dal cittadino al mercato; la valutazione a posteriori della policy. Quest’ultimo è il più importante perché permette di rispondere alla domanda se ha funzionato oppure meno".

Eppure il progetto nasce già monco. Come spiega lo stesso Piacentini il nostro paese sconta un gap digitale sopratutto nella pubblica amministrazione. Basti pensare che in Italia ci sono 8 mila anagrafi che non si parlano tra loro benchè dal 2012 esiste una legge che imponeva a tutti i comuni di adottare un software comune.

"A oggi sono entrati nell’Anagrafe nazionale più di 600 comuni con 9,5 milioni di abitanti - spiega Piacentini - Nei prossimi sei mesi arriveremo a 20 milioni di abitanti".

"Il punto è che si fa la legge, si mandano le circolari e si pensa che magicamente tutto parta, ma non funziona così". 

Il problema dei big data per il reddito di cittadinanza

E gli incagli della burocrazia (o buropazzia) italiana possono rallentare l'adozione di un reddito di base come postulato dal Governo. La proposta del reddito di cittadinanza, per come viene presentata in questi giorni, vorrebbe stanziare tra gli 8 e i 10 miliardi di euro per garantire un sostegno di 780 euro al mese ad una popolazioni di non abbienti che l'Istat stima in 6,5 milioni di persone (e abbiamo già visto che non si può escludere la popolazione residente priva della cittadinanza italiana). Basta la matematica per capire che sostanzialmente i fondi non bastano.

Inoltre, al di là degli incagli procedurali, la politica di sussidiarietà esclude un numero di persone che sono povere anche se svolgono due o tre lavori, banalmente perché il loro lavoro è retribuito troppo poco: è la povertà da bassi salari ad essere completamente dimenticata.

Di Maio spiega quali sono le "spese immorali" 

E sempre sul tema dei dati si apre un altro problema, forse passato sottotraccia: Di Maio ha spiegato che il sussidio non potrà essere speso "in modo immorale", si potrà comprare il pane ma non le sigarette, per usare gli esempi portati dal vicepremier. La questione del monitoraggio e della tracciabilità delle transazioni crea un ulteriore problema legato alla riservatezza dei dati personali: il Garante privacy per molto meno aveva bocciato lo spesometro

Sempre che non si voglia adottare un sistema come in Cina dove è stato introdotto il Credito Sociale finalizzato a classificare la reputazione di tutti i cittadini; in base alla capacità di essere puntuale con i pagamenti attribuisce a ciascuno un punteggio che indica se la persona è affidabile o meno e in base a quello sarà ricompensata o punita: secondo le statistiche ufficiali nove milioni di persone con basso reddito non hanno potuto compare biglietti del treno o dell’aereo, o iscrivere i propri figli a scuola, o a non poter fare colloqui di lavoro per grandi aziende, solo perché erano finite dentro della lista delle persone non affidabili.

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