L'Italia nella "Belt and Road initiative", come sarà la nuova via della Seta

La visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia sarà un passo fondamentale nei rapporti tra Roma e Pechino. La firma del famigerato memorandum è prevista per sabato 23

Il presidente della Cina Xi Jinping arriva a Roma

La Cina ragiona non a 5, non a 10 ma con investimenti in grado di avere ripercussioni per un secolo di storia: la Belt and Road initiative ripercorre le rotte dell'antica Via della Seta, quella che sotto la dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.), partendo dall'Asia centrale, si estese per oltre seimila chilometri fino all'Europa, per ridare alla Cina un ruolo 'imperiale'.

Il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato la sua idea nel 2013 mentre il rallentamento dei ritmi di crescita del Paese - per anni costantemente sopra il 7% - cominciavano a mettere sotto pressione la leadership di Pechino perché aprisse nuovi mercati ai suoi prodotti ed alla sua capacità industriale in eccesso.

A oggi, oltre 60 Paesi e 29 organizzazioni internazionali hanno firmato memorandum d'intesa per aderire all'iniziativa o hanno manifestato la loro intenzione di farlo. Secondo gli esperti, l'approccio 'aggressivo' fin qui dimostrato dal presidente cinese è quanto di più lontano da quello dei suoi precedessori, fedeli alla massima di Deng Xiaoping: "Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento".

La Belt and Road initiative può ridisegnare l'equilibrio geopolitico globale di potere ed è per questo che è temuta, sopratutto Oltratlantico. La Bri prevede due corridoi -uno marittimo e uno terrestre- che, come ha riassunto la Banca Mondiale, mirano a collegare paesi che rappresentano collettivamente oltre il 30% del Pil globale, il 62% della popolazione e il 75% delle riserve energetiche conosciute.

L'asse principale è rappresentato dalla Silk Road Economic Belt, la 'via della seta' che collega la Cina all'Asia centrale e meridionale e si spinge verso l'Europa. L'altra direttrice è costituita dalla 'Nuova via della seta marittima', che collega la Cina alle nazioni del sudest asiatico, ai paesi del Golfo, al Nord Africa e all'Europa, arrivando fino in Italia, dove Pechino guarda allo sviluppo di quattro porti (Genova, Trieste, Venezia e Ravenna), con un occhio anche a Palermo.

Via della Seta, a chi conviene davvero l'accordo tra Italia e Cina

Con le infrastrutture esistenti sono già stati simbolicamente inaugurati i collegamenti merci diretti fino a Berlino e Madrid, ma è allo studio anche la possibilità di una linea passeggeri ad alta velocità. La Via Marittima costeggia tutta l'Asia Orientale e Meridionale, arrivando fino al Mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez. L'Italia diventerebbe l'ultimo approdo nel Mediterraneo, prima del transito delle merci verso il Nord Europa.

La visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia sarà un passo fondamentale nei rapporti tra Roma e Pechino. La firma del famigerato memorandum è prevista per sabato 23 quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte siglerà il contratto di adesione alla Belt and Road Initiative. Un documento non vincolante sul piano legale, ma dal forte valore simbolico: l'Italia è un paese del G7 e ospita diverse basi militari Usa e Nato.

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Tuttavia va ricordato che l'Italia ha iniziato a far parte dell’iniziativa già nel 2015 diventando uno dei 57 membri fondatori dell’Asian infrastructure investment bank che finanzia le infrastrutture lungo le nuove vie della seta. Nel 2017 l'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è stato l’unico leader del G7 a partecipare al primo forum della Bri, ipotizzando futuri investimenti cinesi a Genova e Trieste.

Il governo Lega-Movimento 5 Stelle ha intensificato i viaggi ufficiali in Cina: così il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio.

Secondo Reuters, Cassa Depositi e Prestiti potrebbe raggiungere un accordo per l’emissione dei cosiddetti "panda bond", obbligazioni in yuan destinate a investitori della Repubblica Popolare che finanzierebbero così le imprese italiane attive in Cina.

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Via della Seta, c'è chi dice no

"Huawei è un braccio dell'esercito cinese". Non usa mezze parole Steve Bannon, per mettere in guardia l'Italia dalla "minaccia" rappresentata dal colosso cinese delle telecomunicazioni, aspirante partner nello sviluppo delle reti 5G. La Huawei, incalza l'ex stratega di Donald Trump e oggi politologo di riferimento di molti movimenti populisti e sovranisti, "è il cavallo di Troia cinese nel cuore dell'Occidente, per accaparrarsi i nostri dati e usarli come armi" contro di noi.

Le reti 5G, spiega Bannon, ospite di Lettera 22 in una conferenza nella Biblioteca Angelica di Roma organizzata in concomitanza con l'arrivo nella capitale del presidente cinese Xi Jinping, "saranno alla base dei computer quantistici e degli sviluppi tecnologici del futuro".

I dati che passeranno per queste reti, insiste, "saranno come il plutonio del futuro, e possono diventare - e lo diventeranno - delle armi". Di qui, l'allarme che Bannon lancia ai governi occidentali. In futuro, dice, "tutte le aziende di telecomunicazioni che useranno i sistemi Huawei saranno sottoposte al controllo dell'esercito cinese".

Nella guerra che una parte dell'Occidente, Usa in testa, ha lanciato contro il colosso cinese, un passaggio chiave, sottolinea Bannon, è stato l'arresto in Canada di Meng Wanzhou, figlia del fondatore e direttore finanziario del gigante tecnologico cinese: "Lei è la chiave che può scardinare il meccanismo. Non vedo l'ora che venga estradata negli Stati Uniti".

Bannon: "La Cina ha una strategia rapace di dominio del mondo"

Il fondatore di The Movement e guru dei movimenti sovranisti spiega: "Bene ha fatto Matteo Salvini che, prima di dare il via libera agli investimenti cinesi in Italia, ha invitato a "studiare cento volte" i vari dossier che riguardano Pechino. "Invito veramente gli italiani a guardare il modello predatorio cinese per quello che è - insiste Bannon - è simile a quello attuato a suo tempo dalla Compagnia delle Indie".

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Il presidente Barack Obama e il suo omologo cinese Xi Jinping, alla guida dei due paesi che più inquinano al mondo, hanno consegnato al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon i documenti per la ratifica del trattato che mira a contenere il riscaldamento climatico.

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