Coronavirus, ristoratori e lavoratori autonomi: "Chiudiamo del tutto, aiutateci"

Altro che #iorestoacasa: piccoli imprenditori, commercianti e partite Iva non possono fermarsi. "Abbiamo scadenze mensili esagerate da dover coprire, non abbiamo uno stipendio succulento che ci aspetta alla fine del mese". L'appello: "Lo Stato ci aiuti e trovi subito una soluzione"

Pochi turisti, ristoranti e negozi del centro ancora semi deserti a Milano, 27 febbraio 2020. ANSA/PAOLO SALMOIRAGO

"Mi piacerebbe davvero stare un mese a casa come dicono i personaggi pubblici, ma il problema è che abbiamo delle scadenze mensili esagerate da dover coprire, non abbiamo uno stipendio succulento che ci aspetta alla fine del mese, purtroppo siamo noi a dover dare gli stipendi ai nostri dipendenti, perché anche loro hanno delle famiglie da sostenere. E' arrivato il momento che lo Stato dica qualcosa in merito e trovi una soluzione velocemente. Non siamo stronzi o deficienti noi che stiamo ancora in giro per ingrossi alimentari o dietro al bancone di un ristornate vuoto. Siamo esseri umani preoccupati tanto quanto i fighetti dello spettacolo che ci implorano di stare a casa. Ma a differenza loro abbiamo famiglie che dipendono dal nostro lavoro! Condividete, magari il messaggio arriva".

Bruno Demonte è il titolare di una birreria-ristorante di Roma. E questo è il suo appello. Parole che valgono per lui e per i milioni di piccoli imprenditori, ristoratori e lavoratori autonomi che in questi giorni stanno soffrendo per le ripercussioni dell'emergenza coronavirus sul tessuto economico e produttivo del nostro Paese. Loro non possono restare a casa a lavorare da un computer, non possono abbassare le serrande perché lavorano su entrate quotidiane, hanno scadenze fiscali impellenti e danno lavoro ai dipendenti.

Impossibile per questi imprenditori seguire alla lettera le disposizioni dell'ultimo decreto del presidente del Consiglio. L'unica vera "alternativa" al momento è chiudere per qualche giorno: che senso ha infatti, si chiedono, chiudere tutto e lasciare aperti soltanto ristoranti e bar fino alle 18?

Prima la salute, senza ombra di dubbio. Ma dopo l'epidemia sanitaria il dramma sarà ripartire (anche) con l'economia. "La situazione è insostenibile - ci racconta Bruno al telefono -. Anche se rispettiamo le disposizioni sulla distanza di sicurezza tra clienti all'interno, nei locali non entra nessuno. Difficile tirare a campare solo con il servizio di asporto. In queste condizioni sto pensando di chiudere per qualche giorno, per senso di responsabilità di fronte all'emergenza sanitaria. Ma chiediamo misure di aiuto. Subito".

"Forse il governo non ha ancora capito che lo stato di necessità per milioni di partite Iva e aziende è il pagamento dell'Iva il 16 marzo, poi l'Inps, poi la rateizzazione degli accertamenti e le cartelle - dice Andrea Bernaudo, presidente e fondatore dell'associazione Sos Partite Iva -. Oltre ai costi fissi aziendali e quelli per dipendenti e collaboratori. Non vorrei che il conto del decreto #iostoacasa lo debbano pagare quelli che in queste ore sono costretti ad andare in giro, soprattutto imprese e partite Iva, per pagare le tasse e non per gustare l’aperitivo".

Coronavirus: il governo verso lo stop a mutui, bollette e tributi

Cosa sta facendo il governo? Nel decreto che l'esecutivo sta mettendo a punto per sostenere l'emergenza economica che si accompagna a quella sanitaria legata alla diffusione del coronavirus potrebbe trovare spazio anche una sospensione estesa a tutto il territorio nazionale del pagamento di mutui, bollette e tributi. Lo ha spiegato il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, intervenuto a Circo Massimo su Radio Capital. Uno dei "quattro canali" su cui si sta indirizzando il governo per aiutare famiglie e imprese "è quello della liquidità, che va garantita, e questo lo si fa con la sospensione dei pagamenti, di mutui, bollette, tributi. Dobbiamo ragionare su tutto territorio nazionale", ha detto Patuanelli. Alla domanda se la sospensione varrà già dalla prossima scadenza fiscale del 16 marzo, il ministro ha risposto: "Stiamo lavorando in questa direzione".

Parlando poi delle cifre, il ministro ha fatto capire che la somma sarà probabilmente superiore ai 7,5 miliardi di cui si è parlato nei giorni scorsi, spingendosi fino a 10 miliardi grazie all'aumento del deficit. "L'ordine di grandezza è quello", ha detto Patuanelli. "Probabilmente chiederemo un deficit leggermente più alto per avere più possibilità di interventi. Non è detto che utilizziamo tutto nel primo decreto. Il limite di 7,5 miliardi è un limite che superiamo", ha aggiunto.

L'ultimo decreto firmato dal premier Conte per il contenimento dell'epidemia ha affrontato soprattutto le misure sanitarie, rimandando ad un secondo momento quelle a sostegno delle imprese e delle famiglie. Le misure economiche attese da liberi professionisti, imprenditori, partite Iva, ristoratori e lavoratori del commercio arriveranno non prima di mercoledì 11 marzo: il governo attende il voto del Parlamento che autorizzerà il finanziamento in deficit degli interventi.

Coronavirus, cosa chiedono i ristoratori al governo: la lettera

Nel frattempo, il Comitato dei Ristoratori Responsabili (cui aderiscono molti locali importanti di Milano ma anche della provincia ambrosiana e di Pavia) ha scritto una lettera aperta rivolta al presidente del Consiglio dei Ministri, al presidente della Regione Lombardia, al ministro della Salute e al sindaco di Milano. I ristoratori ritengono opportuno chiudere del tutto le proprie attività per qualche tempo, per senso di responsabilità di fronte all'emergenza sanitaria. E chiedono al contempo misure di aiuto, come l'istituzione di un fondo di emergenza per le imprese in difficoltà, la cassa integrazione in deroga per i prossimi tre mesi per i dipendenti del settore, la sospensione degli oneri tributari per i prossimi 3 mesi (compresi quelli comunali), la moratoria per credito bancario, la sospensione delle bollette.

Di seguito pubblichiamo il loro appello. 

"Egregi Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente della Regione Lombardia, Ministro della Salute e Sindaco della Città Metropolitana di Milano, redigiamo la presente per esprimere la nostra solidarietà come cittadini all'opera difficilissima di gestione dell'emergenza che state svolgendo. Come tutti siamo preoccupati, ma anche fiduciosi della forza che insieme come comunità possiamo avere se agiamo con coscienza e responsabilità. Prendiamo atto delle disposizioni redatte nel DPCM emanato in data 9 Marzo 2020 dettato dall'evoluzione dell'epidemia COVID-19. Ci rendiamo tutti conto della gravità della situazione e siamo pronti a fare i sacrifici necessari laddove siano dettati da logiche opportunità. La decisione di consentire l'apertura dei bar e ristoranti come da ART.1 comma n) del suddetto decreto pone tuttavia delle grandi perplessità di cui vogliamo rendervi partecipi:

  • 1) per la natura del servizio offerto da esercizi di somministrazione la richiesta di mantenere il metro di distanza interpersonale è praticamente impossibile da far rispettare. La promiscuità è ineliminabile tra personale di servizio e cliente e tra i clienti stessi anche nel caso si dispongano di tavoli delle misure adeguate;
  • 2) lasciare i gestori delle attività come baluardo di prevenzione del contagio che impongono la suddetta distanza a rischio di sanzione è un provvedimento che facciamo fatica a condividere;
  • 3) la maggior parte di questi esercizi opera nelle ore serali. Lasciare la possibilità di tenere aperto fino alle 18 crea una disparità significativa tra esercizi che lavorano durante il giorno e altri che lavorano prevalentemente la sera;
  • 4) mantenere gli esercizi aperti e raccomandare alla popolazione di non muoversi da casa propria equivale a condannare tali esercizi al fallimento;
  • 5) non si contempla la possibilità di poter effettuare il delivery anche oltre le ore 18, misura questa che potrebbe almeno mitigare l'effetto crisi per alcune tipologie di attività;
  • 6) in sintesi, nel miglior scenario possibile, l'inevitabile crollo degli incassi porterebbe alla chiusura e al licenziamento di molti addetti.

Ci chiediamo pertanto se abbia senso chiudere tutto tranne i ristoranti e i bar. Se il fine ultimo è quello di evitare la socialità tout court, per quale motivo si vuole lasciare la possibilità di contatto e contagio in luoghi dove è intrinsecamente più difficile regolamentarla? Paradossalmente musei e cinema che devono rimanere chiusi hanno più possibilità di far rispettare le distanze regolamentando gli accessi.

Egregi Presidente del Consiglio e Presidente della Regione Lombardia, ci rendiamo conto della gravità della situazione e siamo pronti a conformarci alle direttive, ma siamo preoccupati come cittadini circa l'effettiva efficacia di misure prese a metà e come imprenditori della sopravvivenza delle nostre aziende. Chiediamo di essere ascoltati quanto prima e di lavorare insieme per trovare una soluzione più intelligente possibile. I punti che proponiamo vengano presi in considerazione con la massima urgenza sono:

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  • 1) opportunità di chiudere del tutto gli esercizi di somministrazione: meglio un periodo di contenimento più severo ma più limitato nel tempo;
  • 2) istituzione di un fondo di emergenza per le imprese in difficoltà;
  • 3) cassaintegrazione in deroga per i prossimi tre mesi per i dipendenti del settore: solo così potremmo restare aperti senza agonizzare economicamente;
  • 4) sospensione degli oneri tributari per i prossimi 3 mesi, compresi quelli comunali (COSAP e altri);
  • 5) moratoria per credito bancario;
  • 6) sospensione delle bollette.

La maggior parte di noi seguendo la propria coscienza ha già chiuso la propria attività. Ma temiamo che sia necessario farlo tutti. Non affrontare questi nodi porterebbe a una situazione di completa incertezza e probabili effetti negativi anche sul contenimento del contagio e una quasi certa emorragia di imprese che o licenziano in massa o soccombono senza poter più contribuire. Il mondo ci sta guardando. Cogliamo l’occasione per dimostrare a tutti che sappiamo rispettare le regole ed essere responsabili per la comunità. Non vorremmo in un futuro essere additati come coloro che hanno sacrificato il bene pubblico per il proprio orticello. Siamo a disposizione per un dialogo costruttivo e tempestivo".

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