Dai negozi ai bar, c'è un'Italia che si arrende e abbassa la serranda: "Serve un grande piano"

Dal 2008 hanno chiuso i battenti 70mila negozi. Sangalli: "C'è bisogno di un piano nazionale per la rigenerazione urbana. Bonus facciate non basta". Capitolo ristorazione: nel 2019 hanno cessato l'attività 26 mila bar e ristoranti. Illy: "La Spagna ci sta asfaltando"

Foto repertorio (Ansa)

In poco più di un decennio hanno chiuso i battenti quasi settantamila negozi nel nostro paese, da nord a sud passando per le isole maggiori. Sono soprattutto i centri storici delle città italiane ad aver spesso cambiato volto: tra 2008 e il 2019 il commercio al dettaglio in sede fissa è calato del 14,3% (-15,3% nei centri storici del Sud e -13,7% in quelli del Nord). A lanciare l'allarme è l'Ufficio studi di Confcommercio che ha fotografato la demografia d'impresa nelle città italiane. Tra il 2012 e il 2019 sono invece aumentate del 27,1% le imprese straniere del commercio mentre quelle italiane sono calate del 5,6%.

Ci sono Comuni in Italia che rischiano il declino commerciale secondo i dati in possesso di Confcommercio. La maglia nera va a Perugia che in 11 anni ha visto calare dell'14,3% i negozi in sede fissa. Al secondo posto Ancona (-13,7%) seguita da Gorizia (-13,1%). In controtendenza solo Siracusa con una crescita del 13% dei negozi.

Ma il problema, come vedremo, riguarda anche bar e ristoranti.

"Bonus facciate ok ma non basta, bisogna abbassare le tasse"

"Con sempre meno negozi, ne abbiamo persi negli ultimi 10 anni quasi 70.000, c'è ormai una patologia soprattutto per la concorrenza del commercio elettronico e il perdurare della crisi dei consumi. C'è dunque bisogno di un piano nazionale per la rigenerazione urbana, per migliorare la qualità della vita dei residenti e per rendere i centri storici sempre più attrattivi". A chiederlo è il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, a margine di una conferenza sulla demografia d`impresa.

La strada intrapresa è quella giusta, ma serve uno scatto in più. "Bene, dunque, il bonus facciate - ha aggiunto - che va in questa direzione ma occorre anche un maggior sostegno all'innovazione delle piccole superfici di vendita e, soprattutto, una riforma fiscale complessiva per abbassare le tasse e sostenere la domanda interna che, come si sa, vale l'80% del Pil. Città belle e che funzionano sono un grande valore economico e sociale per i nostri territori, un motore di crescita e di occupazione che non può assolutamente restare spento".

Hanno chiuso nel 2019 26mila bar e ristoranti

Altro capitolo è la ristorazione: è un'eccellenza italiana che raggiunge 46 miliardi di euro in termini di valore aggiunto, mentre la spesa delle famiglie per i servizi di ristorazione è stimata in 86 miliardi nel 2019 in aumento dello 0,7%, secondo le ultime rilevazioni della Fipe-Confcommercio. Tuttavia, sempre l'anno scorso, hanno cessato l'attività 26 mila imprese tra bar e ristoranti. A fare il punto sullo stato del settore, che conta 336 mila aziende attive in Italia tra bar e ristoranti, è stato un incontro promosso dalla Fipe che ha visto la partecipazione del presidente Lino Enrico Stoppani, del sottosegretario allo Sviluppo economico Alessa Morani, dello chef Carlo Cracco, dell'imprenditore Andrea Illy e di numerosi parlamentari.

Ristorazione, perché la Spagna "ci sta asfaltando"

Le parole d'ordine che sono risuonate nelle parole di tutti gli intervenuti, ieri nelle sale di Palazzo Ferrajoli a Roma, sono state: qualità e formazione. Nel senso che, troppo spesso, mancano adeguate competenze degli operatori e percorsi formativi all'altezza. Andrea Illy, presidente di Illycaffè ha rimarcato questa lacuna. "Il fattore critico in Italia è la qualità - ha detto - e sta suonando un campanello d'allarme. La Spagna, ad esempio, ci sta asfaltando con locali impeccabili. Bisogna alzare il livello perché la maggior parte dei locali che chiudono sono di avventurieri. Per migliorare la qualità ci vuole un grande sforzo di formazione, - ha aggiunto Illy - a livello privato ci sono iniziative come la nostra Università del Caffè a cui partecipano migliaia di operatori ed esercenti ma ci sono 2 milioni e mezzo di giovani italiani, i cosiddetti Net, soprattutto al sud che potrebbero trovare possibilità in questo settore. Una idea nuova sarebbe comunque un approccio di filiera".

La pensa così anche il superchef Carlo Cracco. "Da noi c'è la fila c'è per venire a lavorare ma il più delle volte sono operatori ancora crudi, molto giovani, senza esperienza, o ancora con un' età intermedia che hanno perso il treno della qualità e che vorrebbero riprendere il mestiere e trovare uno sbocco. Dalle scuole alberghiere - ha spiegato lo chef pluristellato - nascono dei semi ma poi vanno coltivati e curati per farli crescere. C'è un gap enorme, e la necessità di avere un percorso formativo è urgente. I ristoranti di qualità sono solo l'1% come i bar".

Il sottosegretario Morani ha raccolto le diverse sollecitazioni e concordato sul fatto che "va fatto un lavoro profondo, soprattutto sulla formazione" e ha aggiunto che "bisogna cogliere la sfida del cambiamento come quella del settore del delivery e fare una riflessione per un accordo filiera che possa incrociare turismo e agroalimentare: una riflessione tra il Ministero dello Sviluppo economico, il Mipaaf e il ministero del Turismo per riscrivere alcune regole". Inoltre, per Morani vanno riconosciuti gli investimenti e va fatto un ragionamento per incentivare l'innovazione nella ristorazione più in generale nel commercio. Morani ha quindi dato la "disponibilità del Mise e del governo per aiutare un settore che è in grande difficoltà ma è un' eccellenza".

Commercio e ristorazione, due facce della stessa medaglia: per restare al passo c'è bisogno di formazione e innovazione. Una sfida che gli operatori del settore possono affrontare solo con il supporto della classe politica.

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