Italia sommersa e illegale: "buco" da 211 miliardi, quasi metà nel commercio

Nel 2017 l'economia sommersa nel nostro Paese ha raggiunto quota 211 miliardi di euro, pari al 12,1% del Pil. Il 41,7% è concentrato in unico settore

Foto di repertorio

C'è chi la chiama economia sommersa, chi economia “nera” o anche “parallela”: parliamo di tutte quelle attività economiche che contribuiscono al prodotto interno lordo ufficialmente osservato, ma che non sono registrate e dunque regolarmente tassate. Un problema che in Italia non può essere certo sottovalutato, considerando che, secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Istat, l'economia non osservata nel 2017 vale circa 211 miliardi di euro, pari ad una fetta consistente del Pil, il 12,1%. Questi 211 miliardi si dividono in 192 miliardi rappresentati dal vero e proprio sommerso, a cui vanno aggiunti 19 miliardi derivanti da attività illegali. Le stime per il 2017 confermano la tendenza alla riduzione dell’incidenza sul Pil della componente non osservata dell’economia dopo il picco del 2014 (13,0%). Prima di analizzare nel dettaglio le componenti dell'economia sommersa, l'Istituto di Statistica pone l'accento su un dato quantomeno singolare: quasi la metà del “non osservato”, il 41,7%, è concentrato in un unico settore, quello del commercio, sia al dettaglio che all'ingrosso.

Dal lavoro irregolare alle sotto-dichiarazioni: le componenti dell'economia sommersa

Come abbiamo anticipato ad inizio articolo dei 211 miliardi complessivi, 192 sono relativi all'economia sommersa, pari al 12,3% del valore aggiunto prodotto dal sistema economico. Ma da cosa è composto questo dato? La sotto-dichiarazione vale 97 miliardi, l’impiego di lavoro irregolare 79  e le componenti residuali 16 . A livello settoriale si evidenzia che il ricorso alla sotto-dichiarazione del valore aggiunto ha un ruolo significativo nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione, dove rappresenta il 13,2% del valore aggiunto del comparto, nelle costruzioni (11,9%) e nei servizi professionali (11,6%).

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Il fenomeno risulta meno rilevante nelle attività connesse alla produzione di beni alimentari e di consumo (9,2% del totale del settore), alla Produzione di beni di investimento (2,4%) ed è solo marginale nella produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (0,5%). L’impiego di lavoro irregolare ha un peso particolarmente rilevante, pari al 22,7% del valore aggiunto, negli altri servizi per la persona, dove è forte l’incidenza del lavoro domestico, mentre il suo contributo risulta molto limitato nei tre comparti dell’industria in senso stretto (tra l’1,1% e il 3,0%) e negli altri servizi alle imprese (1,7%). Nel settore primario il valore aggiunto sommerso è generato solo dall’impiego di lavoro irregolare , che rappresenta il 16,9% del totale prodotto dal settore.

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Attività illegali in crescita

Nel 2017, le attività illegali considerate nel sistema dei conti nazionali hanno generato un valore aggiunto pari a 18,9 miliardi di euro, con un incremento di 0,8 miliardi rispetto all’anno precedente. I consumi finali di beni e servizi illegali sono risultati pari a 20,3 miliardi di euro (+0,9 miliardi rispetto al 2016), che corrispondono all’1,9% del valore complessivo della spesa per consumi finali.

L'economia non osservata in Italia: il report completo

Tra 2014 e il 2017 l’incremento delle attività illegali è stato pari a 2,4 miliardi per il valore aggiunto e 2,7 miliardi per la spesa per consumi finali delle famiglie (con una crescita media annua rispettivamente del 4,7 e 4,9%). La crescita delle attività illegali è determinata prevalentemente dal traffico di stupefacenti. Nel 2017 il valore aggiunto sale a 14,4 miliardi di euro e la spesa per consumi raggiunge i 15,7 miliardi di euro. Nel corso dell’intero periodo l’incremento medio annuo per entrambi gli aggregati è di circa 5,8 punti percentuali. Nel periodo di riferimento è modesta la crescita dei servizi di prostituzione. Nel 2017 sia il valore aggiunto sia i consumi si attestano a 4 miliardi di euro, livelli sostanzialmente invariati rispetto al 2014.

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L’attività di contrabbando di sigarette nel 2017 rappresenta il 2,5% del valore aggiunto complessivo (0,5 miliardi di euro) e il 3,2% dei consumi delle famiglie (0,7 miliardi di euro). Le attività illegali possono interagire con quelle legali non dichiarate al fisco. Questo è il caso del traffico di stupefacenti che genera un indotto di servizi (per lo stoccaggio di merci e il trasporto di merci su strada e via acqua) che nel periodo 2014-2017 è cresciuto passando da un valore aggiunto di 1,2 miliardi a 1,3 miliardi.

Economia sommersa, quasi metà nel settore del commercio

Secondo l'istituto di statistica, oltre il 40% del sommerso è concentrato in un unico settore: l'Istat nel quale si evidenzia che il 41,7% del sommerso economico si concentra nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e magazzinaggio, attività di alloggio e ristorazione, dove si genera il 21,4% del valore aggiunto totale.

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Analogamente l’incidenza relativa del ricorso al sommerso è alta negli altri servizi alle persone ed è pari al 12,3% del sommerso economico, pur contribuendo il settore solo per il 4,1% alla formazione del valore aggiunto totale. All’opposto, il settore degli Altri servizi alle imprese contribuisce al valore aggiunto dell’intera economia per il 27,2% mentre il suo peso in termini di sommerso è del 12,7%. Anche le attività di Produzione di beni intermedi e le attività di Produzione di beni di investimento contribuiscono all’economia sommersa in misura più ridotta (0,8% e 2,1% rispettivamente) che al valore aggiunto complessivo (6,4% e 6,7%).

Aumenta il lavoro irregolare

Cresce il lavoro irregolare. Secondo il report, infatti, le unità di lavoro irregolari nel 2017 sono 3 milioni 700 mila, in crescita di 25 mila unità rispetto al 2016. Nel 2017 sono 3 milioni e 700 mila le unità di lavoro a tempo pieno (Ula) in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 696 mila unità). L’aumento della componente non regolare (+0,7% rispetto al 2016) segna la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato (-0,7% rispetto al 2015).

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Il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza percentuale delle Ula non regolari sul totale, risulta stabile nell’ultimo biennio (15,5% nel 2016 e nel 2017) per effetto di una dinamica del lavoro non regolare in linea con quella del totale dell’input di lavoro. Il tasso di irregolarità è più elevato tra i dipendenti rispetto agli indipendenti (rispettivamente il 16,0% e il 14,2%).

Nell’insieme del periodo 2014-2017 il lavoro non regolare presenta una dinamica differenziata e opposta a quella che caratterizza il lavoro regolare: gli irregolari aumentano di circa 59 mila unità (+1,6%) mentre i regolari crescono di 603 mila unità (+3,1%), determinando un leggero calo del tasso di irregolarità (dal 15,6% osservato del 2014 al 15,5% del 2017).

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